lunedì 6 maggio 2019

Wizzard Brew (1973) Recensione

Prima uscita della prima band di Roy Wood dopo l'esperienza con gli ELO, pubblicato tra l'altro lo stesso anno dell'ottimo Boulders di Wood solista, Wizzard Brew è un album a dir poco particolare.
I Wizzard vengono ricordati principalmente per il classico natalizio I Wish It Could Be Christmas Everyday, e all'epoca si fecero notare per una sfilza di singoli molto "spectoriani" come See My Baby Jive e Ball Park Incident, tutti caratterizzati dal tipico "wall of sound" associato a Phil Spector.
Posso solo immaginare la reazione di chiunque abbia comprato Wizzard Brew all'uscita, magari invogliato proprio da quei singoli, ovviamente non inclusi nell'album.
Prendete il già citato wall of sound, dotatelo di acuminati spuntoni ed immaginatelo che sbatte continuamente in faccia all'ascoltatore: questo è Wizzard Brew. Tutto è spinto all'inverosimile, compresso, non al limite della distorsione, ma ben oltre. Qui si dà libero sfogo all'anima rock and roll di Wood, che evidentemente non avrebbe avuto abbastanza spazio negli ELO, filtrandola attraverso arrangiamenti dalla potenza a tratti devastante, supportati da un organico allargato che, oltre alle note doti da polistrumentista di Wood, comprende due batteristi, un coro, fiati e archi di ogni tipo.
You Can Dance To Rock And Roll apre le danze mettendo da subito in chiaro il sound dell'album, introdotto da un roboante mini duetto di batterie, lascia presto spazio ad un classico rock and roll sporco, distorto e spinto da degli sferraglianti violoncelli con la tagliente voce di Wood, anch'essa distorta, a decorare il tutto. Ma è con Meet Me At The Jailhouse che le cose si fanno decisamente più serie. Un pesante riff di chitarra e archi introduce un jazzistico botta e risposta di fiati "a cappella" che introduce il pezzo vero e proprio. Un brano che questa volta affonda le radici nel blues, dove archi e fiati "aumentano" il suo già deflagrante suono. Ben 13 minuti in cui lunghi assoli si inseguono spostandosi da tendenze più heavy a inserti jazzati, intervallati da pesanti riff che non hanno molto da invidiare a certe derive metalliche dei contemporanei King Crimson. Un pezzo che può esser visto come auto-indulgente, ma anche una delle parentesi più genuinamente sporche, minacciose, potenti e folli della carriera di Wood e dei Wizzard.
Jolly Cup Of Tea è perfetta nel suo ruolo di pausa in cui tirare il fiato, oltre ad essere in totale contrasto con il resto, in quanto sembra un brano da banda di paese. Un ottimo e divertente brano.
Il rock and roll duro e puro ritorna nella successiva e vivace Buffalo Station - Get On Down To Memphis, medley di due brani più distorto che mai. Di nuovo spettacolare l'uso degli archi in modo mai prevedibile o ovvio, qualcosa da cui in molti avrebbero solo da imparare.
Cori doo-wop e fiati da big band introducono poi la divertente Gotta Crush (About You), in cui Wood si improvvisa un novello Elvis con un mai troppo utilizzato tono basso di voce; un breve brano divertente che ci accompagna verso la chiusura dell'album.
Chiusura affidata a Wear A Fast Gun. Magnifico brano lento e melodico con un che di certe cose dei Procol Harum a livello armonico, è un'altra occasione per Roy Wood di sfoderare il suo inarrivabile talento compositivo ed interpretativo. La bellissima melodia è decorata da riuscitissimi interventi fiatistici a fanfara, fino a poco oltre la metà, momento in cui il brano raggiunge il primo apice con l'entrata dell'epico coro, prima di virare in una piacevole parentesi strumentale di ispirazione barocca. Un'ultima ripresa corale con il ritorno della fanfare chiude questo piccolo capolavoro lasciando un flauto (o un ottavino?) svolazzare in libertà per qualche secondo. Wear A Fast Gun da sola varrebbe l'intero album, e a parere di chi scrive si tratta di una delle canzoni più belle partorite dalla mente di Roy Wood.
Wizzard Brew è un album che può lasciare perplessi, un album faticoso da ascoltare, in quanto in grado di far rimpiangere anche le peggiori vittime della loudness war degli ultimi decenni per via della sua disumana compressione. Ma ciò è parte del suo fascino, è ciò che lo rende un album unico in tutti i sensi, anche nella eclettica discografia di Roy Wood. C'è la durezza di alcuni lavori dei Move, ma tutto è spinto oltre ogni immaginabile limite, causando di conseguenza reazioni contrastanti all'ascolto.
Per chi scrive si tratta di un capolavoro, l'ennesimo di quegli incredibilmente creativi primi anni '70 di quel geniaccio di Roy Wood.



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