martedì 15 dicembre 2020

Harry Nilsson - Tutti gli album dal "peggiore" al migliore


La discografia di Harry Nilsson è probabilmente una delle più interessanti e piacevoli che mi sia capitato di ascoltare, sia per qualità che per varietà (in questo l'ottimo cofanetto The RCA Album Collection ha aiutato parecchio). Indubbiamente ci sono stati periodi particolarmente floridi ed altri più aridi, ma in generale c'è sempre qualche punto degno di nota in ogni suo lavoro. Dal fascinoso pop barocco tra il music hall ed il vaudeville degli esordi alla pura e semplice goliardia degli anni '70, ce n'è per tutti i gusti. Quindi, per puro divertimento, o come semplice pretesto per parlarne un po', ho pensato di raccogliere tutti i suoi album e di organizzarli in una personalissima classifica di gradimento. Il tutto è ovviamente discutibilissimo, ma non è affatto una gara, e soprattutto non ci sono album "brutti". 

Detto ciò, iniziamo:

  • Flash Harry (1980)

Ed iniziamo proprio dalla fine della sua carriera discografica vera e propria mentre era ancora in vita (se si escludono canzoni sparse per varie colonne sonore ed il non ultimato ultimo album, uscito poi postumo). Dopo il fallito tentativo di "ritorno" con l'ottimo Knnilssonn nel 1977, Harry viene scaricato dalla RCA, di fatto finendo per affidare un ultimo album alla Mercury, che però lo pubblicò solo in alcuni Paesi. Flash Harry è una strana raccolta di canzoni curiosamente aperta dalla divertente Harry, cantata da Eric Idle. Nonostante l'ottima produzione e qualche buon brano (come la cover di Old Dirt Road dell'amico John Lennon), l'album lascia un po' il tempo che trova, finendo nella categoria "curiosità" strettamente per i fan.


  • Spotlight on Nilsson (1966)
Considerato come il suo album d'esordio, in realtà altro non è che una breve raccolta di singoli, in gran parte cover, registrati nella primissima fase della sua carriera a metà anni '60. C'è molto r&b, e la sua iconica voce si sta ancora formando, ma si tratta comunque di un ascolto perlomeno interessante. Uno di questi brani, Good Times, verrà coverizzato dai due rimanenti Monkees (Micky Dolenz e Michael Nesmith) nel loro omonimo album del 2016, mantenendo anche un intervento vocale del giovanissimo Harry. 

  • Skidoo (1968) 
Colonna sonora dell'omonimo film, interamente composta da Harry ed arrangiata da George Tipton, già collaboratore per i due album che lo precedettero, è in gran parte strumentale, ma il punto di interesse sono i tre brani cantati. I Will Take You There sarebbe potuta esser parte di un qualunque altro suo album dell'epoca senza sfigurare, così come la vivace Garbage Can Ballet, mentre The Cast and the Crew, brano d'apertura in cui Harry canta i crediti del film, è semplicemente geniale. Purtroppo, vista la sua natura, è difficile che si ascolti il resto dell'album. Motivo per cui è così basso in classifica.

  • ...That's the Way It Is (1976)
Dopo il fallimento commerciale dei due album precedenti, la RCA spinse Harry a tirare fuori un album di cover, forse memori del successo di inizio anni '70 con la cover di Without You, e stranamente lui non si oppose. Il risultato è un album un po' atipico, dove l'eleganza di brani come That Is All di George Harrison si contrappone alla voce evidentemente ancora danneggiata (se ne parlerà meglio quando si arriverà all'album Pussy Cats) nella non riuscitissima versione di I Need You degli America. Ritorna un brano di Newman, Sail Away, piuttosto riuscito, mentre non manca lo spazio goliardico con il tradizionale Zombie Jamboree (Back To Back), inizialmente nota come Jumbie Jamberee (i jumbee sono spiriti malvagi che si diceva facessero ballare la gente in modo selvaggio). Bella la copertina, comunque piacevole l'ascolto, ma non uno dei suoi migliori lavori.

  • Son of Dracula (1974) 
Colonna sonora dell'omonimo film (con Harry, Ringo Starr e altri ospiti illustri come Keith Moon, Peter Frampton, John Bonham, Klaus Voorman e così via), che di fatto contiene una selezione di brani da Nilsson Schmilsson e Son Of Shmilsson, aggiungendo solamente qualche interludio orchestrale ad opera di Paul Buckmaster (già collaboratore di Elton John) ed il nuovo brano Daybreak. Insomma la musica al suo interno è di ottima qualità, forse meglio anche del particolare film (comunque consigliatissimo anche solo per farsi due risate), ma il fatto che sia in gran parte materiale già edito non permette all'album un posizionamento più in alto in classifica. 

  • Duit on Mon Dei (1975)
In un certo senso la conferma della fase discendente della carriera di Harry partita con Pussy Cats e caratterizzata dal suo declino vocale. Qui non c'è più Lennon a produrre, e se si esclude la folle idea di aprire l'album con un demo poi ultimato nell'album successivo (Jesus Christ You're Tall), Duit On Mon Dei (storpiatura del motto della monarchia britannica "Dieu et mon droit", God and my right) è un sorta di "mardi gras" con una sovrabbondanza di steel drums, probabilmente vista l'influenza dell'amico Van Dyke Parks. C'è tanto divertimento, spezzato solamente da un paio di inaspettate canzoni che, ironicamente, sollevano non di poco il livello generale. Sto parlando dell'orchestrale Easier For Me, degna degli album precedenti, e di Salmon Falls, in cui gli steel drums sono usati in modo perlomeno originale. Per il resto, un divertente e divertito album poco impegnato, ma ben lontano dai suoi migliori.

  • Sandman (1976)
Vero e proprio seguito spirituale e stilistico di Duit on Mon Dei, con cui condivide gran parte dei pregi e dei difetti. C'è un po' più di varietà, e la voce di Harry a tratti sembra riprendersi qualche tono più cristallino, come nello spettacolare barbershop di The Ivy Covered Walls, senza dubbio tra le cose migliori del periodo. Ci sono altri bei brani, come Something True e la follia orchestrale di Will She Miss Me, e mediamente il tutto scorre meglio che nel precedente, ma in generale stiamo là.

  • Losst and Founnd (2019)
Nei primi anni '90, dopo più di 10 anni dal suo ultimo album, Harry tentò di registrarne uno nuovo, nonostante un disastroso incontro con la Warner Bros. Le sue condizioni di salute però si aggravarono, e dopo un infarto nel 1993, morì il 15 Gennaio 1994, a soli 52 anni. Fece giusto in tempo a registrare le tracce vocali per il suo allora nuovo album, che però rimase nei cassetti fino al 2019, escluso qualche demo in bootleg ed un paio di pezzi in qualche raccolta. Con la benedizione della sua famiglia, l'album è stato ultimato dal produttore Mark Hudson. Comprensibilmente il giovane Harry è un ricordo lontano, e qui troviamo una serie di mature interpretazioni di buoni brani, in generale sullo stile dei suoi ultimi album, ma mediamente migliori. Lullaby ha una sua magnifica interpretazione, ma i bei brani sono svariati, da Try a Woman Oh Woman, fino a What Does A Woman See in a Man di Jimmy Webb. A tratti è come ritrovare un vecchio amico dopo anni, con tutte le sue imprefezioni che accompagnano il suo fascino.  

  • Popeye (1980) 
Curiosa colonna sonora di un altrettanto curioso film, vero e proprio esordio cinematografico di Robin Williams. I brani di Harry vengono interpretati dagli attori del film, ma nelle riedizioni recenti possiamo trovare, come bonus, i demo realizzati da lui stesso. Ascoltando entrambe le versioni si nota come stilisticamente ci siano svariati richiami anche ai primi suoi album, come Blow Me Down, che sembra uscire dall'album Harry, o nella splendida Everybody's Got To Eat. I demo si ascoltano molto volentieri anche grazie ad un ritrovato tono pulito nella sua voce, mentre le interpretazioni degli attori sono comunque piacevoli. Insomma uno strano lavoro con però un Harry Nilsson mediamente più ispirato che nei suoi ultimi veri e propri album. 

  • Pussy Cats (1974)
Le premesse per un album leggendario c'erano tutte, a partire dalla produzione affidata a nientemeno che John Lennon (all'epoca nel bel mezzo del suo "lost weekend") ed il lungo elenco di ottimi musicisti coinvolti, ma il destino decise diversamente. L'anima spericolata e festaiola di Harry raggiunse l'apice nella Los Angeles di metà anni '70, e ciò gli costò la voce. Con un danno alle corde vocali non indifferente, affrontò le session senza rivelare nulla a Lennon, il quale si arrabbiò non poco quando venne a sapere dell'accaduto. Il risultato è un album di difficile definizione, a tratti una sofferenza all'ascolto, e a tratti divertente. La collaborazione tra Nilsson e Lennon in Many Rivers To Cross vale da sola l'album, mentre il meglio Harry lo da in brani come Don't Forget Me e Black Sails, oltre a sfoderare un magnifico ed inaspettato brano come All My Life. Il resto va da curiose cover di brani come Loop De Loop, Rock Around The Clock e Subterranean Homesick Blues, fino alla pura sofferenza sia emotiva che fisica nella performance di Old Forgotten Soldier. Uno curioso album ed un'esperienza d'ascolto quantomeno curiosa. La copertina ed il relativo gioco di parole vale quasi da sola l'album. 

  • Knnillssonn (1977)
Nelle intenzioni iniziali questo avrebbe dovuto essere l'album del gran ritorno per Harry, con brani composti da lui, ottimi arrangiamenti orchestrali, una ritrovata forma vocale... Si trattò del suo miglior album dai tempi di A Little Touch Of Schmilsson In The Night, ma a guastare la festa ci fu la morte di Elvis Presley, che di fatto spinse la RCA ad investire il più possibile sul suo catalogo per capitalizzare sull'evento, finendo per uccidere ogni possibilità promozionale di Knnilssonn. E fu un gran peccato, perchè oltre ad essere uno dei pochissimi lavori interamente composti da lui (insieme a The Point!), è effettivamente un ottimo lavoro. Con la sua voce matura ed orchestrazioni sempre appropriate, brani come All I Think About is You, Perfect Day, o parentesi più divertenti come Who Done It? o Goin' Down rappresentano il meglio del Nilsson della seconda metà degli anni '70. Rimane quel retrogusto di grande occasione sprecata, ma per il resto è uno dei suoi migliori lavori.

  • Aerial Pandemonium Ballet (1971) 
Un album molto particolare, che chiude in modo ideale la prima fase della carriera di Harry, raccogliendo una selezione di brani dagli album Pandemonium Shadow Show e Aerial Ballet leggermente modificati. Si va dai semplici remix a vere e proprie nuove versioni, alcune riarrangiate, altre rallentate, e così via. Nulla da dire sulla selezione di canzoni, così come sulle modifiche effettuate, che seppur forse non necessarie offrono un nuovo punto di vista, ma proprio per la sua natura non può stare più in alto in classifica. Ci sono piccoli tocchi di classe come l'inserimento di una citazione a One in Mr. Richland Favorite Song, oppure in generale tutta la sequenza conclusiva composta da Don't Leave Me, Without Her (con nuove bellissime armonie vocali), Together e One (stavolta intera), quasi senza alcuna pausa: da brividi. 


  • Pandemonium Shadow Show (1967)
Da qui in poi si inizia a fare sul serio, e le differenze in qualità tra i vari album si assottigliano quasi del tutto. Insomma, l'ordine dei prossimi titoli è relativo e facilmente variabile. Dunque, il suo primo vero e proprio album ha tutte le caratteristiche tipiche della sua prima fase di carriera, oltre a quelle dei suoi migliori lavori. Già partire con 1941 mette in chiaro le cose, mostrando fin da subito la personalissima tendenza di Harry a concludere i brani con assoli vocali in scat che lasciano a bocca aperta. Il resto non è da meno, da Cuddly Toy alla pacata Without Her fino ad uno dei primi mashup musicali della storia del pop, You Can't Do That, cover dell'omonimo brano dei Beatles in cui Harry inserisce innumerevoli citazioni ad altri brani dei fab four. Insomma uno spettacolare inizio di carriera che forse manca solo di un po' di convinzione in più, che arriverà di lì a poco. 

  • Son of Schmilsson (1972)
Dopo il grande successo di Nilsson Schmilsson tutti si aspettavano un bis, a partire dal produttore Richard Perry. Harry però volle fare di testa sua, pubblicando un lavoro eterogeneo, divertente, strano, ma senza la tanto agognata "nuova Without You". Non mancano brani dall'enorme fascino, come la balata Remember (Christmas), Spaceman o Turn On The Radio, ma lo spirito goliardico tipico di Harry fa prepotentemente capolino più e più volte, dalla country Joy alla spassosa ed amara I'd Rather Be Dead, fino al singolo You're Breaking My Heart. Forse uno degli album che meglio raccolgono tutte le anime di Harry, spesso suddivise in album anche diversissimi fra loro, ma che proprio in questa schizofrenia trova l'unico punto "debole" che non gli permette di arrivare ai vertici della classifica. 


  • A Little Touch of Schmilsson in the Night (1973)
In tempi più recenti non è raro vedere l'interprete di turno alle prese con un album di cover di standard, ma nel 1973 ciò era tutt'altro che usuale. Forse conscio del fatto che con il suo stile di vita spericolato la sua voce cristallina non sarebbe durata per sempre, Harry decise di reinterpretare, accompagnato dall'orchestra, una serie di brani a cui era particolarmente legato. Il risultato è spettacolare: si va da Always a As Time Goes By passando per Makin' Whoopee, con arrangiamenti sempre perfetti ed un Nilsson al massimo delle sue doti interpretative. Ci furono anche varie outtake, poi aggiunte nelle riedizioni in CD, ovviamente consigliatissime, se non altro per la sua versione di Over The Rainbow. Questo album è come un tè caldo in una fredda serata nevosa. Ironicamente è effettivamente l'ultimo album in cui si può ascoltare la voce di Harry ancora intatta. 

  • The Point! (1971) 
Dalla geniale idea di Harry di basare un cartone animato sul concetto di "have a point" (avere una punta, ma anche avere uno scopo) nacque la storia di Oblio, raccontata in un film d'animazione narrato da Ringo Starr (in altre edizioni fu Dustin Hoffman a fare da narratore). Il film è molto carino nella sua semplicità, mentre la colonna sonora è letteralmente perfetta. Nonostante la discutibile scelta di includere nell'album sezioni narrate (qui dallo stesso Harry), il tutto scorre magnificamente, e brani come Me And My Arrow, Poly High, Think About Your Troubles, Lifeline, Are You Sleeping? sono tra i migliori della sua carriera.  

  • Nilsson Sings Newman (1970)
Non un tributo, come può sembrare dal titolo, quanto una vera e propria collaborazione. Harry ammirava moltissimo Randy Newman come compositore, e da lì nacque l'idea di realizzare un album insieme. Con Harry alle voci e Newman al piano, in poco meno di mezz'ora viene data nuova vita ad una selezione di brani di quest'ultimo, con un uso delle sovraincisioni vocali ed un'atmosfera difficilmente descrivibili a parole. Le versioni di Vine Street, Love Story e Cowboy sono da pelle d'oca. Uno dei migliori esempi delle doti da interprete di Harry, all'epoca una delle migliori voci in assoluto.

  • Nilsson Schmilsson (1971)
Indubbiamente il suo album più celebre grazie alla versione definitiva di Without You dei Badfinger (non me ne vogliano i fan di Mariah Carey...o dei Badfinger... o degli Air Supply) e alla spassosa Coconut, si può dire che Nilsson Schmilsson sia l'album della sua maturità. Una maturità che arriva non solo nelle due citate canzoni, ma anche nell'ultimo richiamo agli esordi della saltellante Gotta Get Up (che effettivamente risale al 1968), o nell'esteso rock graffiante di Jump Into The Fire (in cui Herbie Flowers si esibisce in un "assolo" di basso scordandolo e riaccordandolo), ma anche nell'apoteosi drammatica di I'll Never Leave You, o nella devastante carica interpretativa di Goin' Down. Un album che rasenta la perfezione, e forse il migliore per iniziare a scoprire la sua discografia. 

  • Harry (1969)
In un certo senso il punto di arrivo della prima fase della sua carriera, il culmine del periodo tra il pop barocco ed il music hall, oltre che una delle sue più incredibili performance vocali. I brani degni di nota non si contano, da Puppy Song, scritta per Mary Hopkin, a Maybe, dalla magnifica Rainmaker fino al primo segno dell'interesse nei confronti di Newman in Simon Smith and The Amazing Dancing Bear, passando per piccoli capolavori come Nobody Cares About The Railroads Anymore o I Guess The Lord Must Be In New York City (scritta da Harry apposta per il film Midnight Cowboy, salvo poi essere scartata in favore della sua cover di Everybody's Talkin'). Indubbiamente uno dei suoi album più densi e carichi di fascino. 


  • Aerial Ballet (1968)
Praticamente qualunque album nella top 5 è perfettamente in grado di aggiudicarsi il primo posto a seconda del periodo e dell'umore di chi scrive, ma questo Aerial Ballet ha una piccola marcia in più che è difficile da razionalizzare. Tutti gli ingredienti del precedente Pandemonium Shadow Show sono qui riproposti con più convinzione, sfoderando una serie di brani uno più bello dell'altro. Ovviamente la già citata cover di Everybody's Talkin' fa da padrone, confermandosi uno dei brani più celebri della sua intera carriera, ma come si può non citare One, che con la sua frase "one is the loneliest number that you'll ever do" ha fatto nascere un modo di dire ancora in uso? Nonostante altri brani non godano della stessa fama, poco hanno da invidiare ai suddetti, a partire da Daddy's Song (resa famosa anche dai Monkees) per arrivare a Good Old Desk, da  Mr. Tinker a Together, ogni singola canzone qui presente è una perla dalla accecante luminosità. Il trionfo di tutto ciò che l'arte di Harry Nilsson ha da offrire.  

















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