lunedì 13 settembre 2021

The Olivia Tremor Control - Music from the Unrealized Film Script: Dusk at Cubist Castle (1996) Recensione


Gli Olivia Tremor Control furono uno dei gruppi di punta del collettivo di musicisti Elephant 6, oltre a coloro che, in appena due album, hanno forse più di ogni altro esplorato le possibilità del pop d'ispirazione psichedelica portandolo quasi al suo limite, se ne esiste uno. 

La band nasce nei primi anni '90 dall'incontro di Will Cullen Hart, Bill Doss e Jeff Mangum, tutti con alle spalle una serie di particolarissime registrazioni casalinghe sotto vari nomi. Trasferitisi da Ruston, Louisiana ad Athens, Georgia, iniziarono a suonare con il nome Synthetic Flying Machine, cestinando il precedente Cranberry Lifecycle. Inizialmente con Hart alla chitarra, Doss al basso e Mangum alla batteria, si inserirono nella scena locale differenziandosi dall'imperante grunge grazie al loro sound di ispirazione psichedelica, e ben presto, su suggerimento di Mangum, cambiarono ancora nome in The Olivia Tremor Control. Dopo un primo EP intitolato CALIFORNIA DEMISE pubblicato nel 1994, Jeff Mangum abbandona la band per dedicarsi ai suoi Neutral Milk Hotel (nome suggeritogli da Hart), ed entrano così in formazione John Fernandez, Pete Erchick ed Eric Harris. Hart e Doss lavorarono a molti brani in quel periodo, registrandone vari su cassetta con registratori a 4 tracce, e nel 1995 andarono a Denver, Colorado, ad ultimare le registrazioni del loro primo album, nel Pet Sounds Studio di Robert Schneider (produttore e membro fondatore degli Apples in Stereo, altra figura portante dell'Elephant 6), che poi in sostanza era uno studio casalingo dotato di un registratore ad 8 tracce. 

Il risultato uscì nel 1996 con il titolo MUSIC FROM THE UNREALIZED FILM SCRIPT: DUSK AT CUBIST CASTLE, con una bellissima copertina ad opera dello stesso Hart. Tecnicamente si tratta di un album doppio con i suoi ben 74 minuti di durata, ed al suo interno si può trovare una enorme varietà di sonorità, che vanno dal più classico pop beatlesiano alla pura avanguardia, con tutto ciò che ci passa in mezzo. Molti dei brani realizzati da Hart con metodi casalinghi finiranno nell'album con pochissime modifiche e, tenendo conto dei mezzi utilizzati per le registrazioni, la complessità e particolarità del sound finale è a dir poco incredibile. Il titolo suggerisce quella che fu effettivamente l'idea alla base del progetto: la realizzazione di un film, che purtroppo non vide mai la luce. Le canzoni dell'album avrebbero dovuto introdurre i protagonisti della storia, mentre una sequenza più "sperimentale" avrebbe rappresentato dei sogni dei suddetti personaggi. Quest'ultimo aspetto è rappresentato da EXPLANATION: INSTRUMENTAL THEMES AND DREAM SEQUENCES, un album definibile ambient di circa 70 minuti, allegato alle prime 2000 copie di DUSK AT CUBIST CASTLE (poi uscito anche individualmente nel 1998) e, secondo alcune teorie, alimentate anche da messaggi nell'artwork, da ascoltare in contemporanea a quest'ultimo. Personalmente posso dire di aver provato e, effettivamente, suona troppo bene per essere qualcosa di casuale o posticcio. Curiosamente, alcune tracce che fanno riferimento alla "trama" dell'album furono escluse (The Princess Turns The Key to the Cubist Castle, The Giant Day (Dawn) e The Giant Day (Dusk)), per poi trovare posto nell'EP THE GIANT DAY, sempre del 1996 (poi incluso in PRESENTS: SINGLES & BEYOND del 2000). I brani in questione venivano infatti suonati dal vivo in medley con altri dall'album, andando a formare due mini-suite. In tal senso consiglio l'ascolto dell'EP THOSE SESSIONS datato 2000, contenente una registrazione dal vivo realizzata per il programma di John Peel per la BBC, contenente anche le due suddette suite.

  

Il surrealismo stava alla base di molte idee della band, dal magnifico artwork che non si limita alla copertina, alle particolarissime esibizioni dal vivo dell'epoca intrise di dadaismo, fino ai testi. E proprio sui testi ci sarebbe molto da dire, in quanto se si guarda agli anni '90 si nota molta negatività, sarcasmo, disillusione in gran parte della musica tipica dell'epoca, specialmente nella prima metà, mentre con gli Olivia Tremor si ha l'esatto opposto. La gioia e positività dei testi di questo album in particolare (ma non solo) lo distingue da molta musica del periodo, ma anche oggi sarebbe alquanto fuori posto, seppur ce ne sarebbe necessità. Parlavamo delle esibizioni dal vivo poco sopra, ed in questa fase iniziale della band più che successivamente, l'imprevedibilità faceva da padrone. Andare ad un loro concerto poteva significare tanto assistere ad una relativamente "normale" esibizione, quanto trovarsi la band alle prese con quartetti vocali a cappella, interi set fatti di sperimentazioni sonore con nastri, a volte coinvolgendo anche il pubblico.

Doveroso citare ad esempio l'idea di chiedere ai fan di raccontare dei loro sogni, le cui registrazioni venivano poi utilizzate e manipolate dal vivo. L'idea di utilizzare i sogni dei loro fan si dimostrerà poi essere ricorrente in questa fase, in quanto spunterà poi una richiesta analoga tramite un messaggio nell'artwork di CUBIST CASTLE; su ciò si baserà poi il primo album dei Black Swan Network (progetto di natura ambient degli stessi Olivia Tremor), THE LATE MUSIC VOLUME ONE del 1997, mentre ulteriori piccole tracce di ciò si avranno poi nel secondo album degli Olivia Tremor, BLACK FOLIAGE: ANIMATION MUSIC VOLUME ONE del 1999. Tra l'altro, già nell'EP del 1997 THE OLIVIA TREMOR CONTROL / BLACK SWAN NETWORK (conosciuto anche come THE TOUR EP) c'erano tracce che poi sarebbero finite in THE LATE MUSIC (tra cui le suddette registrazioni dei sogni dei fan), intervallate però da momenti più "musicali", che si concludono con Dusk At Cubist Castle Closing Theme, quasi a voler chiudere definitivamente questo capitolo.

Il furore punk di The Opera House apre l'album con energia, e già mette ben in mostra come gli arrangiamenti, anche di canzoni relativamente semplici come questa, siano densi di suoni di ogni tipo, da effettive parti strumentali, a cori, fino a suoni elettronici, percussioni, a creare un sound orchestrale tendente al caos controllato, tendenza questa che verrà affinata ulteriormente nei loro successivi lavori. Frosted Ambassador deve invece molto a certi brani strumentali dei Beach Boys, con però quell'alone di lo-fi a decorare, quasi come se Let's Go Away For Awhile da PET SOUNDS fosse stata registrata nelle session di SMILEY SMILE. Jumping Fences è il trionfo del pop beatlesiano tanto caro al compianto Bill Doss, un magnifico brano che strizza l'occhio anche a My Sweet Lord di George Harrison. E così, senza neanche accorgersene (i brani sono tutti brevi e densi di idee), eccoci nel pieno di un sound a la REVOLVER con Define A Transparent Dream. La cosa innegabile è che queste ovvie ispirazioni mai finiscono con lo scadere in palesi imitazioni da due soldi (come invece succedeva con i sopravvalutati e contemporanei Oasis), ma anzi sembrano quasi estendere quell'idea iniziale verso nuovi territori, più "storti", onirici, imprevedibili. Già dall'album successivo i riferimenti al passato si faranno decisamente meno evidenti. No Growing (Exegesis) è un perfetto quadretto pop con bellissime armonie vocali con ben poco da invidiare al miglior sunshine pop, mentre la successiva Holiday Surprise è il primo brano suddiviso in parti, in questo caso tre. La prima è un altro spettacolare pezzo pop, la seconda è più atmosferica e sperimentale, mentre il finale è più ritmato ed estremamente coinvolgente, la cui coda strumentale finisce nel totale caos di effetti sonori. 

Si torna in pieno in territori sunshine pop con Courtyard, con il suo andamento tra il music hall ed il vaudeville, per poi fare i primi passi verso quella che sarà la sezione più "sperimentale" dell'album con Memories of Jaqueline 1908, che dopo un inizio piuttosto canonico finisce in un mare di kazoo e nastri manipolati, scivolando così in Tropical Bells, trionfo di basso fuzz, percussioni, effetti sonori e chitarre slide degne del miglior Syd Barrett. Tutto ciò porta a Can You Come Down To Us?, brano già presente nelle vecchie cassette dei primi progetti di Will Hart (The Always Red Society), poi notevolmente esteso dal vivo, sede in cui guadagnerà anche un coinvolgente quanto inaspettato beat quasi "disco", qui nell'album appena accennato. Marking Time è un altro bel brano che idealmente chiude la prima parte dell'album in modo sereno e pacato. A questo punto entra la prima delle dieci (!!) parti di Green Typewriters, brano che nella sua totalità supera i 23 minuti ed al suo interno mostra la faccia più avanguardistica degli Olivia Tremor. Attenzione, non siamo di fronte a quasi mezz'ora di suoni e rumori, in quanto le prime parti sono altri frammenti pop di una bellezza assoluta, in particolare la prima parte e la quarta, successivamente il brano inizia gradualmente a discendere verso il puro collage sonoro, il cui picco si ha nei 9 minuti dell'ottava sezione. Con un colpo di genio la nona parte entra senza preavviso con Hart a chiedere "how much longer can I wait?", per poi lasciar spazio ad un bell'assolo di chitarra liberatorio sfociante in altri nastri manipolati ad introdurre il finale acustico. 

Un brano che sicuramente va ascoltato essendo nel giusto "mood", ma la cui costruzione risulta a dir poco magistrale, mettendo anche ben in mostra, forse più di ogni altro brano in questo album, la natura lo-fi di molte delle canzoni qui presenti. Una suite nel vero senso del termine, tra il pop e l'avanguardia, squisitamente psichedelica.

Difficile dar seguito ad un brano del genere, ma l'album è ancora lontano dal concludersi, ed ecco di nuovo Bill Doss con Spring Succeeds, quasi una rassicurazione dopo la follia a cui si è appena assistito, il cui sbarazzino ritmo shuffle sfocia ben presto in una inaspettata sezione più ritmata con fiati ed incroci corali veramente ben realizzati. Dopo l'intermezzo di Theme for A Delicious Grand Piano c'è I Can Smell The Leaves, gran bel pezzo acustico piuttosto breve e sottovalutato che introduce un'ultima sezione di natura, perlomeno parzialmente, sperimentale: Dusk At Cubist Castle. Dopo un'introduzione fatta di suoni, rumori e percussioni, prende spazio una sezione piuttosto ritmata con solamente batteria, basso e voce di Hart, per poi sfociare in un altro collage sonoro non lontano da certe parti di Revolution 9 dei Beatles, forse giusto un pelo meno inquietante. Il trionfo di fiati di The Gravity Car ci riporta sulla terra ed introduce una bellissima sezione cantata con cori che entrano ed escono, mentre l'onore di chiudere l'album spetta a NYC - 25. Uno spettacolare brano pop tra i Beatles ed i migliori ELO, trionfo dello stile tipico di Bill Doss, che con la sua relativa normalità chiude questo lungo album nel migliore dei modi. 

La creatività contenuta in questi 74 minuti di musica e suoni, uniti a tutto ciò che sta intorno e completa l'esperienza di ascolto, è qualcosa di raro se non unico. Il pop nella sua più alta espressione, quella della fine degli anni '60, sia inglese che americano, qui è alla base di una visione allargata, quasi totale della musica, senza però alcun senso di serietà, superiorità, ma anzi con tanta istintività e pura gioia. Gli aspetti più sperimentali verranno senza dubbio meglio implementati nel loro successivo album, ma già qui si incastrano nel contesto sonoro in modo inaspettatamente naturale e non troppo forzato, quasi come se l'anima pop di gran parte dei brani fosse già nativamente pronta ad accogliere certe "derive", a conferma delle possibilità sostanzialmente illimitate di certa musica, mai intrappolata in esibizioni tecniche fine a se stesse e totalmente scevra da ogni forma di ego. Il modo in cui le melodie memorabili dei brani iniziali catturano l'attenzione dell'ascoltatore per poi, molto gradualmente, trasportarlo in sezioni d'avanguardia è magistrale, tanto che l'unico altro esempio che mi viene in mente è il WHITE ALBUM dei Beatles, nel modo in cui si arriva alla già citata Revolution 9, ma anche lì non era così graduale e naturale. Un album che 25 anni dopo la sua uscita è ancora in grado di ispirare ed insegnare molte cose, e che chiunque dovrebbe ascoltare almeno una volta nella vita, perché in fondo tutti avremmo bisogno di positività, di mondi alternativi, di dar peso ai nostri sogni, di prendersi un po' meno sul serio; questo album offre tutto ciò, e anche di più.

Vi lascio il loro sito ufficiale, che vi consiglio caldamente di visitare per capire ancora meglio la filosofia della band. 

What I need is space

And lots of it

Tons and tons of rooms

And lots of them

I'll paint them green and red

And thirty six colors to custom mix

A collection of rugs with tons of tiny tassles

Sharp lines decorative designs

A place to harmonize away from conventional life

A place to radiate

A place to be just me

Return again and again to the giant day inside of my head

Tons and tons of ideas that never take off

It causes the untime

It's all on a different level

And there's so many

The stages are set

Everything is ready

Let the future come

Let the future linger on


Da Green Typewriters

 


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