lunedì 16 agosto 2021

George Harrison - All Things Must Pass [50th Anniversary Super Deluxe Edition] (2021) Recensione

Ormai da qualche anno è tradizione veder spuntare innumerevoli riedizioni, rimasterizzazioni, remix, boxset e via dicendo dedicate a leggendari album, con esiti variegati. ALL THINGS MUST PASS, primo vero e proprio album solista di George Harrison dopo lo scioglimento dei Beatles, è un lavoro universalmente e giustamente celebrato, con ben due interi dischi di ottime canzoni ed un terzo, più breve, di jam insieme alla nutrita line-up di musicisti coinvolti nelle session. Già nel 2001 uscì una versione rimasterizzata dell'album con qualche bonus, a cui contribuì proprio Harrison poco prima di lasciarci; e di semplice rimasterizzazione si trattò proprio per via delle sue condizioni di salute, a quanto pare, che non gli permisero di lavorare a lungo su quel progetto. Infatti non è mai stato un mistero la sua volontà di rimettere mano ad un mix che tanto risente della mano pesante di Phil Spector e di quella dello stesso giovane Harrison intento ad emulare il suddetto nei suoi periodi di assenza. 

Ora, vent'anni dopo, grazie al figlio Dhani e a Paul Hicks, finalmente possiamo ascoltare una nuova versione di ALL THINGS MUST PASS, interamente remixato e con l'aggiunta di ben tre CD contenenti materiale finora in gran parte inedito, per un totale di una settantina di canzoni. Ora, com'è solito fare in questi casi, l'album è uscito in innumerevoli diverse versioni, che vanno dalla più basilare su 2 CD fino all'esagerata edizione limitata super deluxe in baule di legno con statuette di Harrison con i nani ed altre cose perfette per far lievitare il prezzo. Qui non parlerò delle uscite fisiche ma mi limiterò a vedere il contenuto musicale, che per fortuna è presente anche sui maggiori siti di streaming.


IL REMIX

Come dico sempre quando parlo di remix, il mix non è mai una scienza esatta. Ci sono mix ottimi, altri un po' meno, tanto dipende dai gusti di chi ascolta, ma quando ci si trova di fronte ad un album al suo cinquantesimo anniversario (discorso simile a quello fatto con i remix dei Beatles), entra in gioco un altro elemento importante: l'abitudine. Se infatti a livello tecnico si può discutere su cosa sia meglio o peggio, di fatto anche un mix pieno di difetti dopo mezzo secolo di ascolti è così radicato nella mente degli ascoltatori che anche i suoi eventuali difetti e limiti diventano caratteristiche essenziali, a cui i fan faranno fatica a rinunciare. Dhani e Paul Hicks in questo caso, a parere di chi scrive, hanno fatto un lavoro egregio. Il wall of sound di Spector (o dello stesso Harrison) carico di riverbero è appena appena "addomesticato", asciugato, ripulito, senza però far perdere troppo le sue caratteristiche. Le voci sono più presenti, le frequenze basse più corpose e meno attutite, le chitarre sono più brillanti, ma il suono enorme che contraddistingueva l'album allora è ancora in gran parte presente. My Sweet Lord è un piacere da ascoltare, mentre Wah-Wah guadagna una potenza ancora maggiore, laddove invece una Let It Down sembra un pelo meno dinamica (qui forse più per un mastering che tende ad appiattire un pelo le dinamiche alzando il volume delle parti inizialmente più basse, come già visto con Long Long Long dal WHITE ALBUM, e com'è usanza ormai da anni); insomma la perfezione non esiste, ma in generale penso che l'album ora si ascolti con ancor più piacere, scoprendo anche dettagli inediti sparsi qua e là. 

IL MATERIALE AGGIUNTO 

Spesso l'aggiunta di demo e versioni alternative è più una curiosità che altro, in quanto solo in rari casi ci sono abbastanza differenze dal prodotto finale da giustificare un ascolto ripetuto, trattandosi spesso solamente di versioni leggermente diverse da quelle poi finali, magari giusto un pelo più essenziali. Quindi insomma, tre CD zeppi di demo sono tanti, varrà la pena tuffarcisi? Diciamo che dipende dal vostro grado di fanatismo nei confronti di Harrison, ma tendenzialmente la risposta è sì. Intanto c'è da dire che finora ben poco materiale d'archivio di Harrison solista ha visto la luce, quindi a prescindere da tutto è veramente una gran cosa avere questi CD, ma se a questo ci aggiungiamo l'incredibile varietà del contenuto, la conclusione diventa ovvia. Il primo CD raccoglie i demo registrati il 26 Maggio 1970, il secondo quelli del giorno dopo, ed il terzo una selezione di outtake dalle session di registrazione dell'album. Si va dalle classiche versioni acustiche iniziali, spesso totalmente diverse come ritmo e "feel", fino ad arrangiamenti alternativi pure più grandiosi di quelli finiti nell'album (la take 36 di Run Of The Mill è uno spettacolo totalmente inaspettato, così come la Hear Me Lord, seppur più essenziale, estesa a 9 minuti). A questo vanno aggiunte un'altra manciata di jam ed una decina abbondante di brani inediti esclusi dall'album (alcuni verranno poi ripresi successivamente, come Sour Milk Sea o I Don't Want To Do It). Insomma ce n'è veramente tanta di carne al fuoco. 

In definitiva, tra l'album vero e proprio ed il materiale aggiunto siamo circa sulle quattro ore e mezza di musica, ed il che non è poco. Vale la pena darci un ascolto? A parere di chi scrive sì, in quanto è un ottima occasione per riscoprire un ottimo album, di riascoltarlo in una veste parzialmente nuova (seppur non radicalmente, ed in un certo senso è meglio così) e di godersi poi un Harrison totalmente inedito nell'immediato post-Beatles che lavora all'enorme mole di nuova musica accumulata negli anni. Magari lasciamo i cofanettoni ai ricchi fanatici, ma almeno un paio di stream li merita senza alcun dubbio. 





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