lunedì 27 dicembre 2021

Top 10 Album 2021


Dopo un anno di pausa per via della palese carenza di uscite discografiche interessanti, almeno per chi scrive, riecco a grande richiesta (?) la Top 10 degli album che più ho apprezzato in questo 2021.
In coda all'articolo, per i più curiosi, troverete una playlist con un brano estratto da ognuno degli album in lista.

10 - Roger Taylor - Outsider



Ho sempre avuto un debole per la carriera solista di Roger Taylor che, seppur alquanto altalenante, ci ha perlomeno regalato un indiscutibile capolavoro in Happiness?, nell'ormai lontano 1994. Dopo Fun On Earth, che non mi ha mai detto molto, Outsider sembra essere un bel passo avanti, un ritorno all'ispirazione degli anni '90, seppure tra reprise, riarrangiamenti ed un, seppur ottimo, brano già noto in chiusura (Journey's End), ci sia effettivamente poco materiale veramente inedito. Tides, Absolutely Anything e la versione acustica del classico Foreign Sand, però, da sole valgono il prezzo dell'album.


9 - The Darkness - Motorheart


Ne ho parlato qui. Nonostante personalmente lo ritenga un piccolo passo indietro rispetto ai precedenti album, Motorheart sa divertire come ogni album dei Darkness, grazie al loro ormai noto senso dell'umorismo unito al consueto, sano e solido hard rock vecchio stile. La title track, Welcome Tae Glasgae, Jussy's Girl e Sticky Situations sono solo alcuni dei brani che spiccano.




8 - Deep Purple - Turning To Crime


Ad appena un anno di distanza dal loro ultimo, ottimo album, i Deep Purple, complice il forzato stop ai tour, pubblicano il loro primo disco interamente composto da cover. Nulla di miracoloso, ovviamente, ma l'entusiasmo contagioso con cui la band affronta alcuni di questi brani rende l'album un ascolto assolutamente consigliato. 7 And 7 Is, Oh Well, Jenny Take a Ride!, White Room ed il medley finale Caught In The Act sono i vertici indiscussi. 



7 - Brian Wilson - At My Piano/Long Promised Road



Un caso particolare questo, in cui ho voluto includere due album in una singola posizione, sia perchè entrambi opera di Brian Wilson, sia perchè usciti ad una settimana di distanza l'uno dall'altro. Long Promised Road è la colonna sonora dell'omonimo documentario, e contiene un paio di nuovi brani, qualche prova in studio dal vivo ed una manciata di tracce risalenti alle leggendarie session con Andy Paley nel 1994/95. Un album un po' caotico ma con qualche perla come la nuova Right Where I Belong e It's Not Easy Being Me, risalente gli anni '90.
At My Piano è invece un album di riarrangiamenti per solo pianoforte di una selezione di classici della carriera di Brian Wilson e dei Beach Boys, suonati da lui stesso con varie sovraincisioni per riprodurre i complessi arrangiamenti. Si tratta di un lavoro di fondamentale importanza, un raro caso in cui uno dei più importanti compositori del secolo scorso sveste i suoi brani e li rende più "comprensibili" a chi vuole studiarli o anche solo goderseli sotto una nuova luce. Solamente i Piano Rolls di Gershwin possono essere paragonati a questo album in quanto ad importanza storica.




6 - Robert Plant & Alison Krauss - Raise The Roof


Seguito del pluricelebrato Raising Sand dell'ormai lontano 2007, il duo Plant/Krauss torna con il difficile compito di bissare il successo dell'esordio. Tenendo conto del tiepido entusiasmo con cui ho accolto Raising Sand ai tempi, posso tranquillamente affermare che Raise The Roof, nonostante sicuramente non avrà gli stessi riconoscimenti del predecessore, ne esce a testa alta. Gli ingredienti sono gli stessi, ma la produzione (o meglio, il mastering) rende l'ascolto più piacevole, e le interpretazioni vocali del duo, specie di Plant, paiono più convinte, più azzeccate. Un piacevole e confortevole album consigliato a chiunque apprezzi certa musica di stampo americano, tra country, blues e folk. 


5 - Joseph Williams - Denizen Tenant


Ne ho parlato qui. Uscito lo stesso giorno di I Found The Sun Again di Steve Lukather, suo compagno di band nei Toto, Denizen Tenant è probabilmente il miglior album della discontinua discografia di Joseph Williams. Tolte un paio di ridondanti cover, le canzoni sono meravigliosamente composte ed arrangiate, con quel tocco di modernità non invasiva e la ritrovata voce di Williams a stagliarsi su di esse. Probabilmente selezionando un manciata di canzoni di questo album ed un'altra manciata da quello di Lukather (che non è presente in lista per poco) si sarebbe avuto un ottimo album dei Toto, ma non si può avere tutto. Liberty Man, Black Dahlia, The Dream, No Lessons e World Broken hanno poco o nulla da invidiare ai migliori brani di Toto XIV. 


4 - ABBA - Voyage


Il tanto atteso ritorno degli ABBA è una delle sorprese più inaspettate dell'anno. Già solo il nome ABBA in copertina avrebbe reso l'album degno di interesse per i fan, se a questo però ci aggiungiamo il fatto che l'album è effettivamente ottimo, cosa tutt'altro che scontata dopo 40 anni di pausa, non si può che applaudire. Tra vecchi brani ultimati ora e nuove composizioni, Voyage scorre che è un piacere, non facendo notare troppo distacco stilistico dai vecchi album, specialmente quelli della seconda metà degli anni '70 (prima della svolta più disco-elettronica di fine '70, inizio '80). Un perfetto esempio di come ancora oggi si possa fare dell'ottima musica pop.


3 - The Pillbugs - Marigold Something


Probabilmente la band meno nota in questa classifica, ma una delle più interessanti tra quelle nate dal revival psichedelico anni '90. Dopo lo scioglimento di ormai quasi 15 anni fa per via della morte del loro bassista, quest'anno ecco uscire un lungo album doppio, il terzo in questo formato nella loro discografia. Il loro consueto stile tra Beatles, Klaatu e Jellyfish è rimasto in ottimi brani come Holding Back and Up, Dangerman, This Is A Wrap, la lunga Trip into Darkness, Water Safe to Drink, mentre Miracles Come (Once In a While) sembra prendere anche dai primissimi Queen. Forse non un album imprescindibile del genere (le vette della cosiddetta neo-psichedelia ritengo che arrivino praticamente tutte dal collettivo Elephant 6), ma una gran bella sorpresa di questi tempi. 


2 - The Beach Boys - Feel Flows: The Sunflower & Surf's Up Sessions 1969–1971


Ne ho parlato qui. Un gran bel cofanetto di cinque dischi che copre il periodo tra il 1969 ed il 1971 dei Beach Boys, inclusi gli album Sunflower e Surf's Up rimasterizzati, ma il fulcro è nell'enorme quantità di brani "di contorno": tra outtake alternative, canzoni scartate, idee abbozzate, tracce vocali e strumentali isolate, la quantità e qualità della musica qui inclusa è incredibile. La rivelazione sono senza dubbio i brani di Dennis Wilson, che proprio in quel periodo, nonostante il poco spazio concessogli nei dischi della band, si stava formando come compositore. Un cofanetto secondo solo alle leggendarie Smile Sessions in quanto a qualità ed importanza. 


1 - Micky Dolenz - Dolenz Sings Nesmith


Ne ho parlato qui. Al primo posto con anche un discreto distacco c'è di diritto l'album in cui Micky Dolenz reinterpreta una selezione di brani composti da Michael Nesmith, sia nel periodo dei Monkees che successivamente. I recenti tristi eventi hanno involontariamente trasformato questo album in un tributo a Nesmith e alla sua arte, ma anche senza la recente componente emozionale è difficile rimanere indifferenti di fronte ad un album del genere. Le canzoni sono ottime, Dolenz canta ancora come un ragazzino e gli arrangiamenti e la produzione di Christian Nesmith, figlio di Michael, sono come un faro di speranza in mezzo alla freddezza e piattezza del 99% delle uscite moderne, evitando anche di usare l'autotune. Basterebbero da sole la versione raga di Circle Sky o la complessa versione di Tapioca Tundra a reggere l'intero album, ma in realtà c'è tanto, tanto altro. Un album magnifico. 

giovedì 16 dicembre 2021

The Beatles - Get Back (2021) Recensione


Dopo un anno di ritardi per motivi che ben sappiamo, ed un cambiamento di forma da semplice film a mini-serie di tre puntate, eccoci finalmente a parlare di Get Back. Fin dall'uscita di Let It Be nel 1970, film che documentava le session in studio dei Beatles di Gennaio 1969 fino al leggendario concerto sul tetto, questo periodo della loro carriera fu sempre visto come l'inizio della fine, dove le tensioni interne iniziarono a logorare i rapporti tra i quattro in modo irreversibile; e se da un lato ciò è innegabile, dall'altro Get Back mostra anche molti bei momenti, alcuni addirittura leggendari, che rendono questa mini-serie un imprescindibile documento storico.

Ma andiamo con ordine. Le It Be, il film originale, è ormai da tempo fuori catalogo, pressoché impossibile da trovare, ma essenziale per capire l'importanza di questo nuovo Get Back, quindi non posso non consigliarvi di armarvi di pazienza, esplorare vie non proprio legali e procurarvelo. Detto ciò, Let It Be condensa tre settimane di prove ed il concerto sul tetto in un'ora e venti di film, senza alcun riferimento temporale per quanto riguarda gli avvenimenti su schermo (spesso, infatti, non propriamente in ordine cronologico), con un audio ed un video tutt'altro che eccelsi e, nonostante ometta alcuni "problemi" come l'abbandono temporaneo di George Harrison e i problemi e dubbi sull'organizzazione del concerto sul tetto, il risultato è comunque piuttosto piatto e deprimente. 

Get Back invece suddivide il tutto in giorni, come una sorta di diario, in modo da poter seguire passo passo le session per tutta la durata di quelle tre settimane, dai primi incerti giorni ai Twickenham studios fino ai più fruttuosi alla Apple. E fin da subito si nota come la qualità video sia spettacolare, e l'audio segue a ruota. Doveroso poi dire che certi risultati per quanto riguarda l'audio siano stati ottenuti grazie a tecnologie all'avanguardia, che sono state in grado di estrarre ed isolare singoli strumenti e voci dai nastri originali, permettendo così di avere delle tracce audio separate come in una registrazione multitraccia, e di procedere così alla realizzazione di un nuovo mix audio. C'è chi critica l'uso di queste tecnologie, in quanto sostiene che, trattandosi di un documentario, la maggiore qualità video ed audio ottenuta con tecnologie moderne non sia coerente con l'idea di rappresentare la realtà di quei giorni, e che invece avrebbero dovuto mantenere i propri limiti e difetti. Ovviamente, secondo questo ragionamento, non dovremmo ristrutturare le opere d'arte perché, per quanto si tenti di rimanere fedeli all'originale, è comunque un'operazione posticcia fatta con mezzi moderni da chi all'epoca non c'era? Inutile dire che non mi trovo affatto d'accordo con questo ragionamento. 

I tre episodi, sommati, ammontano a circa otto ore di durata, e c'è ovviamente chi si è lamentato dicendo che sono troppe, per chi scrive invece sono appena abbastanza. Certo, bisogna essere fan sfegatati dei Beatles, e non guasta anche quel pizzico di interesse per tutto ciò che riguarda le dinamiche tipiche delle band, il processo di creazione e registrazione di canzoni, magari anche per la Londra di fine anni '60, la cui atmosfera permea ogni momento del film. Si può osservare come, senza alcun dubbio, in quel momento Paul McCartney fosse la forza creativa ed organizzativa trainante, e che probabilmente è solo grazie a lui che in quel momento i Beatles esistevano ancora. La quantità di idee che Paul tira fuori in queste session è impressionante, e si passa da momenti storici come il preciso momento in cui nasce l'idea per il brano Get Back (che passerà poi attraverso diverse versioni e revisioni, tra cui una anti-razzista che da il la alla divertente jam Commonwealth), o le prime volte in cui strimpella The Long And Winding Road e Let It Be al piano, o quando presenta agli altri abbozzi di Golden Slumbers, Carry That Weight, Oh Darling, anche la tanto discussa Maxwell's Silver Hammer... John è sempre la principale fonte di comicità, ma musicalmente parlando è probabilmente il più disinteressato, mentre George avrebbe anche una montagna di idee musicali, ma ben poche vengono considerate. I Me Mine viene derisa da John, All Things Must Pass viene provata ben poco, e ciò unito ai continui ordini su come e cosa suonare da parte di Paul nei suoi confronti, porta al suo abbandono della band alla fine del primo episodio. Dopo un periodo di confusione, il suo ritorno è concordato a condizione di spostarsi dai freddi studi di Twickenham al nuovo studio alla Apple di Savile Row, che dopo qualche problema viene finalmente allestito. In tutto ciò non mi sono dimenticato di Ringo, che per tutto il film è semplicemente Ringo: poche parole, tanto ascolto e performance solide come una roccia alla batteria, tanto che quasi mai nessuno gli dice cosa fare. A quel punto ancora non si sa come far finire questo film, che doveva essere uno special tv ma non lo è più; forse un concerto, non si sa bene dove, si vedrà. 

Le prove continuano, tra tante jam e il provvidenziale arrivo di Billy Preston alle tastiere a dare supporto al sound live privo di sovraincisioni che i Beatles volevano ottenere. Con il suo arrivo cambia anche l'atmosfera, e la resa dei brani migliora in modo evidente fin da subito. Qui vediamo la nascita di brani come Something di Harrison, Octopus's Garden di Ringo, una prima jam che diventerà poi I Want You (She's So Heavy), oltre al continuo affinamento dei brani che poi finiranno nell'album Let It Be, in particolare Get Back, I've Got A Feeling, Dig a Pony e Don't Let Me Down. Proprio qui si può osservare come, dopo settimane di dubbi, finalmente spunta fuori l'idea di effettuare un concerto sul tetto dell'edificio della Apple, con tanto di video del sopralluogo. Certo, i dubbi permangono fino all'ultimo, ma alla fine il leggendario concerto avviene, e tra take multiple dei brani sopra citati, l'intervento della polizia, le reazioni della gente per strada, finalmente in Get Back possiamo assistere al (quasi) intero concerto, per quasi quaranta minuti di durata. Un assoluto picco del film che dimostra quanto i Beatles, nonostante l'assenza dai palchi da ormai tre anni, sapessero ancora essere una band di tutto rispetto su di un palco, forse anche meglio che mai. Il giorno successivo, l'ultimo filmato, è quello in cui vengono realizzati i video dei brani che non sono stati suonati sul tetto, Let It Be, The Long And Winding Road e Two Of Us, di cui purtroppo non sono presenti le performance intere in Get Back (a differenza del film originale), ma solo qualche estratto sul finale. 

Che dire in definitiva? Beh, per quanto mi riguarda, da tanto tempo non assistevo a qualcosa di così interessante e coinvolgente. La sensazione è quella di essere in studio con i Beatles per otto ore, una cosa che anche solo qualche anno fa non si sarebbe neanche potuta immaginare. C'è veramente tanto da vedere, e se da un lato posso anche capire chi si lamenta dell'eccessiva lunghezza, specialmente se si pensa ai lunghi dialoghi in cui la band, il regista ed il produttore discutono sul da farsi (seppure queste sezioni siano estremamente importanti a livello storico), dall'altro la quantità di momenti memorabili è veramente tanta. Dalla richiesta di Paul a Mal Evans di procurargli un martello ed un incudine, che poi lo stesso Mal con un contagioso entusiasmo suonerà in Maxwell's Silver Hammer, fino alla reazione dei quattro quando vedono arrivare i poliziotti sul tetto mentre suonano, passando per gli spassosi momenti in cui Heather, figlia di Linda, è presente nelle session ed imita Yoko Ono, oltre che ai già citati ed infiniti momenti di creatività, di scambi di idee, di musica che cambia forma e pian piano si incastra e si trasforma nella versione che si è poi conosciuta per cinquant'anni. 

Siamo di fronte ad un documento storico, poi si può discutere quanto si vuole sulle scelte effettuate nel montaggio, sulla presenza o meno di questa o quella parte, ma ricordiamoci che per mezzo secolo si è avuto solo il film Let It Be, l'album e i bootleg per farci un'idea di quel periodo (certo, anche Let It Be Naked, che probabilmente ad oggi rimane la migliore versione dell'album, pur essendo un remix posticcio), e l'idea che ci si era fatti era di un periodo buio, triste, difficile. Beh, da quel periodo buio, triste e difficile sono state realizzate otto ore di filmati intensi, divertenti, interessanti, storici, e non penso che si possa chiedere di più. 





lunedì 29 novembre 2021

The Darkness - Motorheart (2021) Recensione


Puntuali come un orologio svizzero, due anni dopo EASTER IS CANCELLED, i Darkness ritornano con un nuovo album, il loro settimo. Preceduto da ben quattro singoli (troppi a mio parere, ma ormai questa è la tendenza per chiunque), MOTORHEART si propone, stando alle parole del cantante Justin Hawkins, come un album che nulla ha a che fare con l'attuale situazione mondiale, ma bensì come una divertente raccolta di canzoni perfette per distogliere l'attenzione dalla deprimente realtà. Con questa premessa, non possono non aver guadagnato la mia attenzione! 
E di fatto il divertimento non manca nell'album, che si rivela essere perfettamente in linea con il loro ormai consolidato stile hard rock, tra brani piuttosto canonici, saltuarie cavalcate al limite del metal (ma, per fortuna, mai del tutto appartenenti a quel genere), qualche episodio puramente goliardico, tanti bei riff vecchio stile ed il solito, amato/odiato, falsetto di Justin sparso un po' ovunque. 
C'è che non riesce a prenderli seriamente, chi li definisce "comedy band", ed io, pur sforzandomi, non riesco proprio a capire come il non prender seriamente qualcosa sia considerabile negativo.

Detto questo, l'album inizia con la spassosa Welcome Tae Glasgae, che con il pretesto della presa in giro dell'accento scozzese (sarebbe Welcome to Glasgow, ovviamente), introduce in modo devastante il tutto quasi come lo fece anni fa Barbarian, senza però, purtroppo essere altrettanto memorabile. La frenetica It's Love e la multiforme Motorheart, due tra i singoli pubblicati prima dell'uscita dell'album, sono buoni brani, il secondo in particolare è ottimo, ma paiono peccare un po' di prevedibilità, sensazione che ha iniziato a farsi largo dall'album precedente, e che, ahimè, continua ad esser presente qui. Intendiamoci, non ci si può aspettare sempre di esser stupiti da un nuovo brano hard rock, anzi il genere "sopravvive" proprio grazie alla sua indole conservatrice, ma dai Darkness ci si può aspettare quel qualcosa in più, come hanno dimostrato in un capolavoro come fu PINEWOOD SMILE. Motorheart è comunque un ottimo brano carico di spettacolari riff e cambi imprevedibili, forse giusto tirato un po' giù dal ritornello. The Power And The Glory Of Love pare in bilico tra AC/DC e Who, mentre in Jussy's Girl tornano i migliori Darkness pop-rock dai ritornelli memorabili e coinvolgenti. Non manca poi la power ballad con Sticky Situations, che da una parte fa l'occhiolino ai Queen e dall'altro al loro classico Love Is Only A Feeling, prima della frenetica e spassosa Nobody Can See Me Cry, che sembra quasi uscire dal loro primo album. Il tutto poi si conclude in modo un po' strano a mio parere, con la pur divertente ma un po' sottotono Eastbound e con Speed Of The Nite Time, che invece si appoggia più su sonorità al limite della new wave, e si candida senza dubbio tra le cose migliori dell'album. Stupisce la scelta di chiudere l'album con un brano che si distingue dagli altri in modo così evidente, ma d'altronde se da una parte mi lamentavo della prevedibilità, dovrei esser stato accontentato, no? Ovviamente esiste anche la versione Deluxe con una manciata di brani aggiunti, ma c'è ben poco da segnalare a riguardo. 

Dunque, che dire in conclusione su questo MOTORHEART? Beh, come già fu per EASTER IS CANCELLED, la sensazione è che l'inarrestabile parabola ascendente iniziata dalla reunion del 2012 ha raggiunto il suo culmine con PINEWOOD SMILE, dove il sound della band già (ri)formato in LAST OF OUR KIND ha piano piano (ri)guadagnato l'ispirazione che aveva caratterizzato i primi due album nel decennio precedente, prima dello scioglimento. Da lì i Darkness hanno continuato, con questi ultimi due album, a sfornare ottimo rock divertente come solo loro oggi sanno fare, mostrandosi però giusto un po' meno ispirati rispetto al passato. In PINEWOOD c'erano brani come The Buccaneers Of Hispaniola, Southern Trains, Japanese Prisoner Of Love, tutti brani spassosi che musicalmente sono da antologia dell'hard rock, mentre già in EASTER questo si notava meno, mostrando infatti un bella differenza tra l'apertura di Rock and Roll Deserves To Die e brani, seppur ottimi, come Heart Explodes e In Another Life. In MOTORHEART non ci sono brani minori, ma forse neanche granché di "maggiore", seppur la title track e Speed Of The Nite Time ci provino e le altre si lascino ascoltare con gran piacere. Insomma, è difficile dare una valutazione, in quanto l'album è buono se non ottimo, ma non ha (ancora) fatto innamorare il sottoscritto come gran parte dei loro lavori precedenti.

Poi, detto fra noi, i Darkness sono sempre i Darkness, se vi piacevano prima vi piaceranno anche ora, mentre se li odiavate, a parte che vi consiglierei di farvi controllare il battito cardiaco, non cambierete idea ora. 


mercoledì 17 novembre 2021

Michael Nesmith & The First National Band - Loose Salute (1970) Recensione


Pubblicato appena cinque mesi dopo MAGNETIC SOUTH, LOOSE SALUTE ripropone, in un certo senso, la formula già vista nel precedente album. Nesmith e la sua band continuano ad esplorare le sonorità country rock, ed in generale il sound si fa via via più "formato" e convinto, proprio come una vera e propria band affiatata. 

Da un lato LOOSE SALUTE sembra non vantare l'unità e la scorrevolezza del precedente, e neanche ha un singolo di successo paragonabile a Joanne (anche se Silver Moon si avvicina), dall'altro però, come vedremo, è l'ultimo vero e proprio album della First National Band (NEVADA FIGHTER è suonato solo parzialmente da questa formazione, nonostante il nome della band rimanga in copertina), e di conseguenza è una sorta di "culmine" a suo modo.
La produzione è migliorata, ed i brani sono estremamente solidi, con ben pochi cali d'ispirazione. Ci sono ancora dei ripescaggi dai tempi dei Monkees: una curiosa versione del classico Listen To The Band, ovviamente riarrangiato ma stranamente sfumato sia in entrata che in uscita, e Carlisle Wheeling, brano scartato del 1969 qui reintitolato Conversations. La già citata Silver Moon apre l'album ed è uno dei migliori brani composti da Nesmith, mentre altrove si fanno spazio composizioni più particolari, con cambi inaspettati, come Thanx For The Ride e la magnifica Lady Of The Valley

I Fall To Pieces è una gran bella cover del brano reso famoso da Patsy Cline nel 1961, ed in Tengo Amore Nesmith si diletta addirittura con lo spagnolo in un brano dal sapore sudamericano. 
Il resto acquista toni più ritmati, come in Bye Bye Bye (brano che tra l'altro richiese ben undici sessioni di registrazione, ritardando l'uscita dell'album), Dedicated Friend e la conclusiva Hello Lady.
Se si acquista la versione rimasterizzata in CD si può poi trovare come bonus la in gran parte strumentale First National Dance, registrata nelle stesse session dell'album ed inizialmente inclusa nella tracklist, poi sostituita da Silver Moon

Indubbiamente è un album che continua in modo più o meno lineare ciò che era stato introdotto da MAGNETIC SOUTH, ma lo fa in modo un pelo più eterogeneo, a volte imprevedibile. La band offre performance sempre di altissimo livello, ed il lavoro alla pedal steel di Red Rhodes è, se possibile, ancora più incredibile e carico di inventiva che nel precedente; ma un plauso va, ovviamente, a Nesmith stesso, sia come compositore che come cantante (ascoltare le sue tracce vocali sovrapposte in Lady Of The Valley per capire cosa intendo). I testi sono meno filosofici e profondi, più legati a temi "terreni", ed i brani più ritmati mostrano un indurimento del sound che aggiunge varietà al mix, mentre la produzione di Nesmith migliora, inaspettatamente, di non poco la resa generale, rendendo l'album meno "vecchio" all'ascolto, pur mantenendo un sound tutt'altro che moderno.

Uno degli album più densi e di alta qualità del catalogo solista di Nesmith e certamente una degna conferma del talento della First National Band, che però avrà, purtroppo, vita breve. 



giovedì 11 novembre 2021

Michael Nesmith & The First National Band - Magnetic South (1970) Recensione

Principalmente ricordato per la sua permanenza nei Monkees, Michael Nesmith ha sempre dimostrato di essere quello più portato alla composizione nella band. Già anni prima la sua Different Drum fu resa famosa da Linda Ronstadt, e dal primo album dei Monkees in poi non mancarono mai sue composizioni negli album, da Papa Gene's Blues fino a capolavori come What Am I Doing Hangin' Round, Tapioca Tundra, Circle Sky e Listen To The Band. Non per nulla già nel 1968 uscì un album a nome suo, THE WICHITA TRAIN WHISTLE SING, che però, in linea con la sua lucida follia, era composto da riarrangiamenti in stile big band di suoi brani. 

Nel 1970 Nesmith abbandonò i Monkees e formò la First National Band, composta da lui stesso alla voce e chitarra, John London al basso, John Ware alla batteria e O.J. "Red" Rhodes alla chitarra pedal steel. Il primo album con questa band, MAGNETIC SOUTH, uscì quell'anno e fu, secondo molti, uno dei primi e fondamentali esempi di album totalmente country rock, genere che combinava il vecchio stile country con le più moderne sonorità pop-rock. Esempi di questo stile ce ne furono già negli anni '60, fin da certe cose di Dylan, dei Beatles o dei Byrds, ma solo negli anni '70 si affermò definitivamente come genere. 

MAGNETIC SOUTH, a fronte di una produzione piuttosto opaca (che ha anche il suo fascino, molto "old style", ma è quantomeno discutibile), vanta una tracklist estremamente solida, composta sia da brani nuovi che da alcune composizione già provate ai tempi dei Monkees. Fin dall'apertura samba di Calico Girlfriend, o dal classico Nine Times Blue, in medley con la vivace Little Red Rider: brani che, seppur provati intorno al 1969 con i Monkees (poi scartati e presenti nelle nuove versioni ampliate degli album del periodo), acquistano un nuovo arrangiamento e sono totalmente coerenti con ciò che le circonda. Senza dubbio il brano più famoso è Joanne, piccolo capolavoro che mette oltretutto bene in mostra non solo le doti compositive di Nesmith, ma anche la sua ottima tecnica vocale, e finì per diventare il suo più grande successo da solista. Non mancano altri magnifici brani come The Crippled Lion, Hollywood (anche questa già provata ai tempi dei Monkees) tutte condite da testi spesso di natura filosofica, e la conclusiva Beyond The Blue Horizon, cover di un brano del 1930.
Ciò che aggiunge colore e dà ulteriore carattere alle composizioni di Nesmith è il magnifico contributo di Red Rhodes alla lap steel, strumento tipico del genere ma raramente suonato in modo così magistrale. Rhodes, già membro della Wreckin' Crew, ha suonato in innumerevoli brani nell'arco della sua vita, dai Byrds ai Beach Boys, dai Millennium fino a Harry Nilsson, e fu senza dubbio uno dei maggiori virtuosi di quel complesso strumento. Il suo contributo è difficile da descrivere a parole, in quanto aggiunge toni complessi ma sfuggevoli ovunque, in un certo senso quasi psichedelici ma non lisergici, caldi, confortevoli ma originali e spesso imprevedibili. L'album scorre meravigliosamente nei suoi 33 minuti, giusto interrotti dal brevissimo divertissement First National Rag, che originariamente chiudeva il primo lato. 

Di solito il country è un genere prevedibile, spesso banale, negli anni via via sempre più spudoratamente commerciale, ma qui è diverso. Non nascondo il mio apprezzamento per band come Eagles o America, ma lo stile compositivo di Nesmith ha quel che di imprevedibile, pur con i suoi riconoscibili canoni, che lo piazza in uno spazio tutto suo, in linea con le tendenze dei tempi (forse anche un po' in anticipo), ma con caratteristiche proprie inconfondibili, specialmente per quanto riguarda le sequenze armoniche. Un album a suo modo leggendario, a riprova del fatto che nei Monkees c'era anche tanto talento e non solo superficiale apparenza.
Consigliato soprattutto agli appassionati di musica country, ma non solo. 



lunedì 25 ottobre 2021

Circulatory System - Mosaics Within Mosaics (2014) Recensione

Dopo l'incredibilmente denso SIGNAL MORNING, uscito nel 2009 tra numerose difficoltà (ne ho parlato qui), dovettero passare altri cinque anni per poter ascoltare il terzo, e ad oggi ultimo, album dei Circulatory System, un ritorno al formato doppio, proprio come l'incredibile ed irripetibile esordio datato 2001. 

Tra l'uscita del secondo album e quella del terzo hanno fatto in tempo a riunirsi gli Olivia Tremor Control, ad andare in tour per un paio di anni, pubblicare un singolo e lavorare ad un nuovo album, purtroppo ad oggi ancora inedito. L'inaspettata ed improvvisa morte di Bill Doss ha causato un ovvio cambio di piani, e così Hart tornò ai suoi Circulatory System, dedicando a Doss questo MOSAICS WITHIN MOSAICS.

I musicisti coinvolti sono a grandi linee gli stessi degli album precedenti, così come i numerosi ospiti, tutti parte della grande famiglia che è l'Elephant 6. Di nuovo, l'album è costruito intorno ad una moltitudine di frammenti ad opera di Will Hart, spesso di natura casalinga, sia recenti che risalenti a chissà quanti anni prima, poi in alcuni casi rivisti in un arrangiamento più "di gruppo". L'album, come detto, si può considerare come doppio per via della sua durata di circa un'ora, e la suddivisione delle tracce su quattro ideali "lati" è lì a testimoniarlo. L'impressione ad un primo ascolto, specialmente se confrontato al precedente SIGNAL MORNING, è quella di un lavoro più "disteso", con tutti gli elementi sonori familiari, ma laddove nel precedente il tutto sembrava essere sovrapposto, qui ha più respiro. La quantità di idee musicali è comunque impressionante, ma non si ha più l'impressione di dover "scavare" tra decine e decine di tracce (comunque presenti) per scoprire l'ennesima trovata che all'ascolto precedente era sicuramente sfuggita, tanto era alta la densità. Beninteso, la raffica di frammenti musicali tipici dei Circulatory System è presente anche qui, ma con un fare più "rilassato", con meno urgenza e più atmosfera. 

La produzione è, come sempre, spettacolare, e anzi guadagna qualche punto in chiarezza rispetto al precedente, pur mantenendo quel suo tipico, precario ma quasi magico, equilibrio tra lo-fi e hi-fi. Sparsi per tutto l'album ci sono otto "Mosaics", intermezzi di varia natura (che tra l'altro, se si inserisce il CD in un computer, alcuni programmi mostreranno titoli per ognuno di essi non presenti da altre parti) che vanno dal "semplice" collage sonoro (Mosaic #4) a magnifiche sezioni corali (Mosaic #1). Tra l'altro, parlando di sezioni corali, le armonie vocali sono più presenti che mai in questo album, e aggiungono ulteriore colore al tutto, anche in modi inaspettati a volte. 
I singoli frammenti musicali che compongono l'album non hanno nulla da invidiare ai lavori precedenti, e anzi spesso mostrano un'ancora maggiore sensibilità melodica, come ben testimoniato fin da If You Think About It Now, da Tiny Planes On Canvas o da When You're Small. I ritmi sono spesso lenti, sonnecchianti, seppur spesso con un andamento tipicamente marziale, tipico di certa musica ispirata al pop anni '60. E proprio prendendo ispirazione dalla musica di quell'epoca, specie dal sunshine pop, ecco che fanno capolino anche influenze jazz nella costruzione armonica di brani come Over Dinner The Cardinal Spoke e Aerial View of a Heart (from Above). E seppur sia facile, perlomeno in superficie, percepire una maggiore oscurità rispetto al passato, specie in brani come It's Love e Open Up Your Lives, si tratta, appunto, di una prima impressione, in quanto il tutto inserito nel proprio contesto (e quindi visto come, appunto, un mosaico musicale, dove però il tutto scorre naturalmente e senza scossoni) dà più il senso di una serena meditazione. Indubbiamente alcuni brani spiccano particolarmente, come Stars And Molecules, piccolo capolavoro pop, o Conclusions, mentre il finale è da applausi, con la marziale Bakery Spires, Night Falls e la trionfale e terribilmente breve Elastic Empire Coronation che sfuma lentamente e se ne va come la fine di un sogno in dormiveglia, in cui non sai bene cosa è o è stato realtà e cosa no.

Come ormai di consueto, la quantità di idee musicali "bruciate" in pochi secondi lascia a bocca aperta, tanto che chiunque da una sola di quelle idee ci farebbe chissà quante canzoni (tipo i sopravvalutati Oasis), e se ci si concentra a far caso ad ogni singolo particolare l'effetto è a volte stordente, ma mai difficile, ostile, sempre piacevole all'ascolto, come solo il miglior pop sa essere. Hart e compagni si confermano ulteriormente come una delle realtà musicali più interessanti e sottovalutate degli ultimi vent'anni, infinitamente più sostanziose di grandissima parte delle band definibili "neo-psichedeliche", anche se questa definizione andrebbe abbastanza stretta agli album dei Circulatory System. C'è qualcosa in questi album (e in quelli degli Olivia Tremor Control, seppur con qualche differenza) che non è possibile trovare altrove; non è semplice emulazione di un genere, è un genere a sé, con caratteristiche estetiche del pop psichedelico, ma tanto, tanto altro al suo interno. Fatevi un favore ed esplorate la loro discografia, non ve ne pentirete. Nel frattempo, chissà se prima o poi potremo ascoltare il fantomatico terzo album degli OTC...

sabato 18 settembre 2021

Elton John - Regimental Sgt. Zippo (2021 - Registrato nel 1967-68) Recensione

Storia alquanto particolare quella di REGIMENTAL SGT. ZIPPO, di fatto un album rimasto inedito per 53 anni. Già EMPTY SKY, effettivo esordio discografico di Elton John datato 1969, viene oggi poco considerato in favore del successivo ELTON JOHN del 1970, che con la hit Your Song diede il via alla sua carriera di successo, ma ora veniamo a sapere che esiste un album ancora precedente a quello! Per decenni si sono rincorse ipotesi e teorie a riguardo, ma solo il cofanetto JEWEL BOX nel 2020 ha confermato l'esistenza di alcuni brani datati 1967-'68, che a quanto pare furono anche preparati e messi in sequenza per un possibile album. Nel JEWEL BOX trovarono posto tre brani in versione "da band", ed altri otto in versione demo, mentre per il Record Store Day del 2021 ecco che l'intero album (con tutti gli 11 brani in versione definitiva ed un ulteriore inedito) vede la luce, seppur solo in vinile (perché viviamo in tempi intrisi di nonsense dove la musica è un accessorio e l'oggetto la cosa più importante). 

Le prime session ebbero luogo nel Novembre del 1967, periodo in cui venne registrato il brano Nina, e durarono fino ad Aprile dell'anno dopo, periodo in cui Elton fece i suoi primi concerti con il suo nuovo nome d'arte. I brani registrati furono ad un certo punto lasciati da parte, seppur si arrivò effettivamente alla realizzazione di un acetato (aggiudicato per circa 25000 sterline ad un'asta del 2015), preferendo realizzare da zero un altro album, probabilmente su spinta del manager di Elton e Bernie Taupin, che cercò di convincere Dick James (con cui il duo aveva da poco firmato un contratto di publishing) a dare loro la possibilità di affinare il loro nascente talento. Fu così che Elton e Bernie iniziarono a lavorare ad EMPTY SKY, e SGT. ZIPPO rimase negli archivi per più di mezzo secolo. 

Con un titolo che è un ovvio riferimento/tributo al SGT. PEPPER dei Beatles (oltre al vero nome di Elton, Reginald, ed il ruolo militare di suo padre), i dodici brani che compongono questo disco sono totalmente immersi nel sound psichedelico tipico del periodo, con giusto qualche traccia dello stile personale che caratterizzerà i suoi successivi lavori. Via quindi a grandiosi arrangiamenti di archi e fiati a decorare bei brani pop come When I Was Tealby Abbey, ed un stile che prende tanto dagli ovvi Beatles quanto, forse in modo ancora più evidente, dagli Hollies (specie nell'uso delle voci). Bellissima And The Clock Goes Round, specie il ritornello, mentre Turn To Me aveva del potenziale per essere un bel singolo. La title track è forse il brano più carico di cliché, con il suo andamento marziale, i cori sognanti ed effetti psichedelici vari, mentre You'll Be Sorry To See Me Go è uno strano ibrido tra il tipico rock and roll a la Elton John che incontreremo spesso negli anni '70 e lo stile dei Beatles di qualche anno prima. L'arrangiamento estremamente pesante di Nina stupisce per il suo totale contrasto con la natura sentimentale della canzone, ma è anche vero che quelli erano i tempi di McArthur Park, quindi è comprensibile. Non manca il gusto barocco nell'acustica Tartan Coloured Baby, mentre Watching The Planes Go By è una degna ed epica conclusione dell'album, con il suo arrangiamento orchestrale e l'incedere da inno sul finale. 

Forse non un lavoro che avrebbe cambiato la storia della musica se fosse uscito all'epoca, ed è difficile dire quanto avrebbe influito sulla carriera di Elton nel caso. Si nota qualche aspetto ancora acerbo nelle composizioni, ma il risultato non è così lontano da molti album di quel periodo, specialmente inglesi. Sulla produzione non mi esprimo definitivamente, in quanto attendo una versione su CD o perlomeno digitale, vista l'indubbia inferiorità del vinile in termini di resa sonora (ed infatti i brani ascoltati sul JEWEL BOX suonano mediamente meglio), ma l'impressione è di un sound un po' caotico tipico degli album inglesi del periodo (negli USA, tolte le band di natura garage, le produzioni erano tendenzialmente più pulite e curate ai tempi, ovviamente escludendo l'eccezione dei Beatles). Insomma, REGIMENTAL SGT. ZIPPO è una valida ed essenziale aggiunta alla già sostanziosa discografia di Elton John, che permette di comprendere ancora meglio la sua maturazione come compositore (oltre a quella di Bernie Taupin come paroliere), e di ascoltarlo alle prese con uno stile e delle sonorità che mai più toccherà nella sua carriera. Un ascolto consigliato sia ai fan di Elton che a coloro che amano il pop psichedelico anni '60, pur sapendo che ci si troverà per le mani un buon album e non un capolavoro.