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lunedì 11 luglio 2022

The Beatles - Let It Be: qual è la miglior versione?


Dopo l'uscita di THE BEATLES, o "White Album", alla fine del '68, i Beatles decisero di fare qualcosa di un po' diverso nel gennaio 1969, anche se, all'inizio, non sapevano bene cosa in particolare. Innanzitutto, ai primi di Gennaio sono andati agli studi di Twickenham con l'idea di essere filmati mentre suonavano insieme, lavorando su nuove canzoni, magari facendo delle prove per un qualche tipo di concerto, con l'assistenza di George Martin, Glyn Johns e una troupe di cameraman diretta da Michael Lidsay-Hogg. L'obiettivo doveva essere quello di suonare i nuovi brani insieme dal vivo in una stanza, quindi senza nessuna grande produzione di alcun tipo, in contrasto con i loro album più recenti. Quello che è successo ormai non è un mistero, grazie al film Let It Be del 1970 e, soprattutto, alla serie Get Back di Peter Jackson del 2021, tuttavia, per farla breve: hanno provato a Twickenham per un po', George Harrison se ne è andato per frustrazione dopo qualche giorno, si sono riuniti di nuovo a Savile Row, George è tornato, hanno chiamato Billy Preston come tastierista, poi, alla fine, hanno deciso di fare un concerto sul tetto, hanno registrato qualche altra canzone il giorno dopo, e poi hanno praticamente chiuso il progetto. Dopo di che sono andati oltre molto rapidamente e, da fine Febbraio, hanno iniziato a lavorare su ABBEY ROAD, mentre Glyn Johns ha lavorato su un paio di possibili versioni di un album poi chiamato GET BACK, tratto da quelle session di gennaio, entrambe scartate dalla band. Hanno quindi deciso di pubblicare un paio di canzoni di quelle session, "Get Back" e "Don't Let Me Down", come lato A e B di un singolo ad aprile, mentre ABBEY ROAD esce a settembre, Lennon chiede quindi a Phil Spector di assemblare un'altra versione del possibile album da quelle registrazioni, l'album cambia titolo in LET IT BE ed esce nel maggio 1970, insieme al film e a un libro. Non è un mistero che a McCartney non piacesse la versione dell'album realizzata da Spector, e questo non ha aiutato in quello che è stato un periodo molto difficile per i Beatles, che alla fine ha portato alla fine definitiva un mese prima dell'uscita dell'album.

Nel corso degli anni abbiamo avuto quattro versioni ufficiali di LET IT BE, senza contare i bootleg, quindi potrebbe essere un po' complicato per il fan occasionale sceglierne una da ascoltare (sebbene la versione originale sarà sempre storicamente importante e fondamentale), soprattutto data la natura del progetto e l'ormai ampia documentazione delle session, insieme a innumerevoli diverse take di singoli brani tra cui scegliere. Proviamo a vedere cosa abbiamo nel dettaglio.

Let It Be (1970)

La versione originale dell'album è prodotta da Phil Spector, ed è uno strano mix di una produzione molto pomposa (il suo famoso "wall of sound") su alcune tracce, e un approccio molto semplice su altre, a cui va aggiunta l'inclusione di brevi spezzoni di dialoghi in studio tra le canzoni. Quindi, da un lato, c'è "The Long And Winding Road" con archi e coro, e dall'altro c'è l'improvvisata "Maggie Mae", o un frammento di "Dig It", una jam in studio. Il risultato è un po' discontinuo, ma in qualche modo funziona. Per qualche ragione, "Don't Let Me Down" non è stata inclusa in questa versione dell'album, anche se è stata effettivamente pubblicata come singolo nel 1969.

Alla fine, ad alcuni piace la peculiare produzione che Spector ha portato su alcune delle canzoni, mentre altri la odiano (incluso McCartney), affermando che è in totale contrasto con l'idea del "ritorno alle origini" che era alla base del intero progetto. Detto ciò, Spector è stato chiamato a lavorare sui brani senza che gli fosse detto esattamente cosa fare, e ha semplicemente fatto il suo lavoro nel suo stile; quindi, anche se il risultato potrebbe suonare discontinuo, non coerente con l'idea iniziale del progetto, e forse anche diverso dal solito "sound" dei Beatles in quanto non prodotto da George Martin), quello che ha fatto è storicamente importante e non può essere sottovalutato.

Tracklist in dettaglio:

  1. Two Of Us: a quanto pare quello che sentiamo è la "take 12", registrata il 31 gennaio.
  2. Dig A Pony: questa versione è tratta dal concerto sul tetto del 30 gennaio: Spector ha deciso di abbassare il pianoforte di Preston nel mix e tagliare la parte "all I want is.." all'inizio e alla fine della canzone.
  3. Across The Universe: la versione base è stata registrata il 4 febbraio 1968, con un sitar, una tamboura e un coro di ragazze, e quella versione è uscita come singolo nell'ottobre 1969. Tuttavia, dal momento che si vedono i Beatles mentre provano la canzone nel film , qualcuno ha pensato che avesse senso averlo anche nell'album, quindi, in quanto non sono mai arrivati ​​​​a una versione finale della canzone in quelle session, Spector ha ripescato la traccia base del 1968, ha aggiunto archi e coro e l'ha rallentata, quindi abbassandola da Re a Re bemolle, il 1 aprile 1970.
  4. I Me Mine: Questa canzone è, ancora una volta mostrata nel film, ma la registrazione vera e propria è stata realizzata solamente il 3 gennaio 1970, senza John Lennon. La take principale utilizzata è la 15, da cui Spector ha copiato e incollato un verso alla fine per renderla più lunga, e ha aggiunto alcuni archi il primo aprile 1970.
  5. Dig It: un breve frammento di una jam in studio nata il 24 gennaio, anche se questa versione specifica è del 26.
  6. Let It Be: la take principale è la 27A del 31 gennaio 1969. Quando decisero di pubblicarla come singolo nel 1970, George Martin scrisse e registrò un arrangiamento di ottoni e nuove sovraincisioni di un coro (di McCarney, sua moglie Linda e Harrison), piano elettrico e nuove percussioni. Per l'album, Spector ha utilizzato un altro assolo di chitarra registrato da Harrison nell'aprile 1969 (riconoscibile per non essere stato suonato tramite un altoparlante Leslie, come i precedenti) e ha alzato l'arrangiamento degli ottoni di Martin nel mix.
  7. Maggie Mae: una vecchia canzone tradizionale improvvisata e registrata molto velocemente il 24 gennaio, questo è il terzo tentativo assoluto.
  8. I've Got A Feeling: quella che sentiamo è la prima esecuzione completa di questa canzone sul tetto il 30 gennaio 1969 (l'hanno suonata due volte quel giorno).
  9. One After 909: questa versione è, ancora una volta, dal concerto sul tetto, l'unica take che hanno suonato lì.
  10. The Long And Winding Road: il brano base è stato registrato il 26 gennaio 1969, a cui Spector ha aggiunto gli archi (arrangiati da Richard Hewison), un coro e un'ulteriore parte di batteria di Ringo il primo aprile 1970.
  11. For You Blue: la traccia base è la take 6 del 26 gennaio 1969, Spector ha deciso di includere una nuova traccia vocale principale registrata da Harrison l'8 gennaio 1970, e di omettere la sua traccia di chitarra acustica dall'intera canzone, mantenendola solo per l'introduzione.
  12. Get Back: quella che sentiamo è la take 11 del 27 gennaio 1969. La coda che registrarono il giorno successivo fu usata solo nella versione del singolo. 


Let It Be... Naked (2003)


Nel 2003 esce il primo remix di LET IT BE, nel tentativo di riportare il suono verso l'approccio più "essenziale", che era poi la premessa originale. Paul McCartney è il motore principale dietro questo progetto, visto che ha sempre odiato il lavoro di Spector sull'originale, e il remix è realizzato da Paul Hicks. Il risultato ha i suoi alti e bassi: da un lato, possiamo ascoltare l'album senza le sovraincisioni orchestrali fatte da Spector (e Martin, nel caso di "Let It Be"), e finalmente c'è anche "Don't Let Me Down" come parte della tracklist; d'altra parte, tutti i piccoli frammenti di jam in studio ("Dig It" e "Maggie Mae") e i dialoghi sono spariti, e le canzoni sono presentate come take in studio pulite, come in un normale album. Questo, insieme all'uso massiccio della tecnologia "de-noise" per rendere tutto ancora più pulito, crea una sorta di strano ibrido di un album che dovrebbe suonare più "dal vivo", ma in alcuni punti suona puramente come una creazione in studio, anche più del mix originale.

Quindi, se si vuole solo ascoltare le canzoni come sono state suonate dai Beatles, in un ordine rivisto (che, secondo me, funziona meglio dell'originale), più "Don't Let Me Down", come album in studio senza alcuna aggiunta, sicuramente si apprezzerà questa versione; se, invece, si vuole una buona rappresentazione dell'atmosfera delle session, si potrebbe rimaner delusi (anche se, tecnicamente, c'è un disco bonus di 20 minuti "Fly On The Wall" con frammenti di dialoghi e jam in studio, non è come avere questi frammenti implementati nell'album vero e proprio).

Vediamo le tracce nel dettaglio:

  1. Get Back: un semplice remix della stessa take usata sia per il singolo che per l'album originale, sempre senza coda, ma anche senza dialoghi.
  2. Dig A Pony: solo un remix della stessa take dal tetto usata nell'album originale (sempre con la parte "all I want is..." tagliata), senza dialoghi e false partenze.
  3. For You Blue: ancora una volta, la stessa versione dell'album originale, con la nuova traccia vocale del gennaio 1970, ma questa volta con la chitarra acustica di George presente nel mix per l'intera canzone.
  4. The Long And Winding Road: questa è probabilmente la traccia che suona in modo più diverso, poiché non solo hanno eliminato le sovraincisioni, ma hanno anche deciso di utilizzare una take completamente diversa. Quella che sentiamo è in realtà la take 19 del 31 gennaio 1969, l'ultima volta che i Beatles hanno suonato la canzone, e anche la stessa versione che vediamo nel film LET IT BE.
  5. Two Of Us: una versione remixata di quella ascoltata nell'album originale, senza dialoghi.
  6. I've Got A Feeling: per questa canzone hanno deciso di combinare le due take del concerto sul tetto, invece di usare solo la prima come nell'album originale, probabilmente per ottenere una versione dal suono più "perfetto".
  7. One After 909: una versione remixata dell'unica take fatta sul tetto, la stessa utilizzata nell'album originale.
  8. Don't Let Me Down: questa canzone non è stata inclusa nell'originale LET IT BE, ma è stata pubblicata come singolo nel maggio 1969, utilizzando una versione registrata il 28 gennaio con l'aggiunta di take vocali registrate nel febbraio dello stesso anno. Questa specifica versione, invece, è una combinazione di due diverse take del concerto sul tetto del 30 gennaio 1969.
  9. I Me Mine: un remix della stessa versione più lunga realizzata da Spector nel gennaio 1970, però senza l'orchestra.
  10. Across The Universe: qui viene utilizzata la stessa take del 1968, ma in questo caso la canzone è presentata alla velocità e alla tonalità originali, senza l'orchestra, con solo voce, chitarra, percussioni leggere e la tamboura di George, con un tocco di riverbero crescente man mano che la canzone avanza.
  11. Let It Be: qui viene utilizzato un remix della take 27A del 31 gennaio (stessa take dell'album originale), senza alcun tipo di sovraincisione del 1970, originariamente presenti sia nel singolo originale che nell'album, e con l'ennesimo assolo di chitarra diverso, questa volta dalla take 27B di quello stesso giorno.
  


Let It Be (Giles Martin 2021 Remix)

Dopo SGT PEPPER'S LONELY HEARTS CLUB BAND nel 2017, il WHITE ALBUM nel 2018 e ABBEY ROAD nel 2019, nel 2021 LET IT BE ottiene a sua volta il "trattamento Super Deluxe". Quindi, in pratica, di solito ci troviamo di fronte ad un nuovo remix di Giles Martin e molte outtake dalle session; in questo caso specifico, insieme al nuovo mix e alle outtake, abbiamo anche un mix di Glyn Johns del 1969 dell'album, che vedremo tra poco.

Il remix del 2021 utilizza le stesse versioni dei singoli brani presenti nell'album originale (quindi non è necessaria una tracklist dettagliata qui), mantenendo anche ogni pezzetto di dialogo e jam, e cerca solo di rendere il tutto più "moderno" in qualche modo . Nel complesso, i bassi sono notevolmente più alti ovunque nel mix, tutto suona molto più chiaro e brillante, meno "cupo", e si possono anche sentire alcuni particolari che prima non erano udibili. Le aggiunte di Spector sono ancora tutte lì, ma ovviamente suonano un po' diverse, il più delle volte un po' meno invadenti.

Alla fine, mentre il nuovo mix fa un ottimo lavoro nel cercare di rendere l'album meno datato, sia che si ascolti il ​​mix originale o questo nuovo, tutto dipende dalle preferenze personali, poiché entrambi sono validi.
 

Get Back (Glyn John 1969 Mix)

Insieme a due CD di outtake delle session e al nuovo remix, l'edizione 2021 di LET IT BE include finalmente una versione di Glyn Johns dell'album del 1969, quando ancora si chiamava GET BACK. Johns ha realizzato più versioni dell'album, tutte scartate dalla band, e la versione qui inclusa è quella di Maggio 1969 (non abbiamo la versione completa del 1970, tuttavia i suoi mix di "Across The Universe" e "I Me Mine" sono presenti in un EP bonus, in quanto quelle due canzoni furono aggiunte alla versione del '70 insieme alla maggior parte dei brani di quella del 1969).

La sua versione è probabilmente la rappresentazione più realistica di quelle session in forma di album, con molti frammenti di dialogo, false partenze e non poche jam in studio; e sebbene alcune scelte delle singole take delle canzoni siano discutibili (ce n'erano di migliori, che in effetti sono state scelte in seguito per LET IT BE e ... NAKED), la sensazione generale è quella di essere in studio con i Beatles che semplicemente suonano insieme le nuove canzoni, scherzano e improvvisano.

Vediamo una tracklist dettagliata (tenete presente che tra ogni traccia ci sono molti dialoghi e false partenze che non menzionerò in dettaglio):
  1. One After 909: questa è la stessa take usata in ogni versione dell'album, quella del concerto sul tetto, e qui è mixata in modo diverso, con uno stereo più ampio.
  2. I'm Ready (Rocker) / Save the Last Dance for Me / Don't Let Me Down: un medley di qualche jam in studio con un frammento di "Don't Let Me Down" improvvisato alla fine, una breve traccia che dà il primo assaggio di quelle session, registrato il 22 gennaio 1969.
  3. Don't Let Me Down: una versione più rilassata della canzone, una delle prime take con Billy Preston al piano elettrico, registrata il 22 gennaio 1969.
  4. Dig a Pony: registrata ancora il 22 gennaio come i brani precedenti, questa volta mantiene la sezione "all I want is..." all'inizio e alla fine.
  5. I've Got a Feeling: un altro brano del 22 gennaio, suonato proprio dopo "Dig A Pony", una versione molto energica che purtroppo si interrompe prima dell'ultima strofa, e finisce lì. Questo è probabilmente uno degli esempi più evidenti di alcune discutibili scelte di take fatte da Jones: sebbene abbia scelto un'ottima performance, il finale mancante è un difetto molto evidente.
  6. Get Back: questo è in realtà la stessa take e mix della versione del singolo del 1969 (quindi la stessa usata anche in ogni versione dell'album), registrata il 27 gennaio, senza la coda del giorno successivo.
  7. For You Blue: la stessa versione usata per tutte le altre uscite, solo con la traccia vocale originale di quella stessa take (non quella ri-registrata nel gennaio 1970), sempre con la chitarra acustica tenuta nel mix.
  8. Teddy Boy: una canzone di Paul McCartney che i Beatles hanno provato in queste session, ma che alla fine l'ha finita da solo per il suo primo album da solista nel 1970. Questa versione, tutt'altro che definitiva, è del 28 gennaio 1969.
  9. Two of Us: questa è la versione finale registrata il 24 gennaio 1969, il primo giorno in cui decisero di provare un arrangiamento acustico del brano, ed è leggermente più lenta e imprecisa nelle parti canore rispetto alla versione che tutti conosciamo.
  10. Maggie Mae: la stessa versione di LET IT BE, solo con una dissolvenza alla fine.
  11. Dig It: questa è la stessa jam presentata su LET IT BE con lo stesso nome, ma qui abbiamo la take completa di 4 minuti invece di soli 40 secondi.
  12. Let It Be: la stessa take usata sul singolo e tutte le diverse versioni dell'album (27A del 26 gennaio), con lo stesso assolo del singolo e senza sovraincisioni di sorta.
  13. The Long And Winding Road: sempre dal 26 gennaio, come in ogni versione dell'album a parte ... NAKED, senza sovraincisioni, solo un tocco di riverbero aggiunto.
  14. Get Back (Reprise): la coda del 28 gennaio.
Alla fine, non esiste una versione definitiva di questo album e, prevedibilmente, tutto dipende dalle preferenze personali. Il mix originale è storicamente importante e, con tutti i suoi difetti, rappresenta perfettamente una band in piena crisi; ... NAKED è una bella esperienza di ascolto più "essenziale", anche se, a causa del suo suono molto pulito, non dà l'impressione di una registrazione dal vivo, e suona invece come un album in studio; il remix del 2021 cerca di far suonare il mix classico più moderno, meno cupo, e si possono sentire meglio i dettagli, ma non perde la sua identità originale; e, infine, il mix di Glyn Johns è imperfetto ma la rappresentazione più vicina di quelle session sotto forma di album.

Quindi, alla fine, tutto si riduce a ciò che uno cerca e, inoltre, ognuno può creare la "sua" versione scegliendo singole tracce da una versione o dall'altra. Se ciò non bastasse, si possono facilmente trovare altre outtake su ANTHOLOGY 3 e il cofanetto LET IT BE SUPER DELUXE EDITION, insieme a una miriade di bootleg.

Per completezza e curiosità, qui sotto trovate la registrazione intera del famoso concerto sul tetto del 30 Gennaio 1969.

giovedì 16 dicembre 2021

The Beatles - Get Back (2021) Recensione


Dopo un anno di ritardi per motivi che ben sappiamo, ed un cambiamento di forma da semplice film a mini-serie di tre puntate, eccoci finalmente a parlare di Get Back. Fin dall'uscita di Let It Be nel 1970, film che documentava le session in studio dei Beatles di Gennaio 1969 fino al leggendario concerto sul tetto, questo periodo della loro carriera fu sempre visto come l'inizio della fine, dove le tensioni interne iniziarono a logorare i rapporti tra i quattro in modo irreversibile; e se da un lato ciò è innegabile, dall'altro Get Back mostra anche molti bei momenti, alcuni addirittura leggendari, che rendono questa mini-serie un imprescindibile documento storico.

Ma andiamo con ordine. Le It Be, il film originale, è ormai da tempo fuori catalogo, pressoché impossibile da trovare, ma essenziale per capire l'importanza di questo nuovo Get Back, quindi non posso non consigliarvi di armarvi di pazienza, esplorare vie non proprio legali e procurarvelo. Detto ciò, Let It Be condensa tre settimane di prove ed il concerto sul tetto in un'ora e venti di film, senza alcun riferimento temporale per quanto riguarda gli avvenimenti su schermo (spesso, infatti, non propriamente in ordine cronologico), con un audio ed un video tutt'altro che eccelsi e, nonostante ometta alcuni "problemi" come l'abbandono temporaneo di George Harrison e i problemi e dubbi sull'organizzazione del concerto sul tetto, il risultato è comunque piuttosto piatto e deprimente. 

Get Back invece suddivide il tutto in giorni, come una sorta di diario, in modo da poter seguire passo passo le session per tutta la durata di quelle tre settimane, dai primi incerti giorni ai Twickenham studios fino ai più fruttuosi alla Apple. E fin da subito si nota come la qualità video sia spettacolare, e l'audio segue a ruota. Doveroso poi dire che certi risultati per quanto riguarda l'audio siano stati ottenuti grazie a tecnologie all'avanguardia, che sono state in grado di estrarre ed isolare singoli strumenti e voci dai nastri originali, permettendo così di avere delle tracce audio separate come in una registrazione multitraccia, e di procedere così alla realizzazione di un nuovo mix audio. C'è chi critica l'uso di queste tecnologie, in quanto sostiene che, trattandosi di un documentario, la maggiore qualità video ed audio ottenuta con tecnologie moderne non sia coerente con l'idea di rappresentare la realtà di quei giorni, e che invece avrebbero dovuto mantenere i propri limiti e difetti. Ovviamente, secondo questo ragionamento, non dovremmo ristrutturare le opere d'arte perché, per quanto si tenti di rimanere fedeli all'originale, è comunque un'operazione posticcia fatta con mezzi moderni da chi all'epoca non c'era? Inutile dire che non mi trovo affatto d'accordo con questo ragionamento. 

I tre episodi, sommati, ammontano a circa otto ore di durata, e c'è ovviamente chi si è lamentato dicendo che sono troppe, per chi scrive invece sono appena abbastanza. Certo, bisogna essere fan sfegatati dei Beatles, e non guasta anche quel pizzico di interesse per tutto ciò che riguarda le dinamiche tipiche delle band, il processo di creazione e registrazione di canzoni, magari anche per la Londra di fine anni '60, la cui atmosfera permea ogni momento del film. Si può osservare come, senza alcun dubbio, in quel momento Paul McCartney fosse la forza creativa ed organizzativa trainante, e che probabilmente è solo grazie a lui che in quel momento i Beatles esistevano ancora. La quantità di idee che Paul tira fuori in queste session è impressionante, e si passa da momenti storici come il preciso momento in cui nasce l'idea per il brano Get Back (che passerà poi attraverso diverse versioni e revisioni, tra cui una anti-razzista che da il la alla divertente jam Commonwealth), o le prime volte in cui strimpella The Long And Winding Road e Let It Be al piano, o quando presenta agli altri abbozzi di Golden Slumbers, Carry That Weight, Oh Darling, anche la tanto discussa Maxwell's Silver Hammer... John è sempre la principale fonte di comicità, ma musicalmente parlando è probabilmente il più disinteressato, mentre George avrebbe anche una montagna di idee musicali, ma ben poche vengono considerate. I Me Mine viene derisa da John, All Things Must Pass viene provata ben poco, e ciò unito ai continui ordini su come e cosa suonare da parte di Paul nei suoi confronti, porta al suo abbandono della band alla fine del primo episodio. Dopo un periodo di confusione, il suo ritorno è concordato a condizione di spostarsi dai freddi studi di Twickenham al nuovo studio alla Apple di Savile Row, che dopo qualche problema viene finalmente allestito. In tutto ciò non mi sono dimenticato di Ringo, che per tutto il film è semplicemente Ringo: poche parole, tanto ascolto e performance solide come una roccia alla batteria, tanto che quasi mai nessuno gli dice cosa fare. A quel punto ancora non si sa come far finire questo film, che doveva essere uno special tv ma non lo è più; forse un concerto, non si sa bene dove, si vedrà. 

Le prove continuano, tra tante jam e il provvidenziale arrivo di Billy Preston alle tastiere a dare supporto al sound live privo di sovraincisioni che i Beatles volevano ottenere. Con il suo arrivo cambia anche l'atmosfera, e la resa dei brani migliora in modo evidente fin da subito. Qui vediamo la nascita di brani come Something di Harrison, Octopus's Garden di Ringo, una prima jam che diventerà poi I Want You (She's So Heavy), oltre al continuo affinamento dei brani che poi finiranno nell'album Let It Be, in particolare Get Back, I've Got A Feeling, Dig a Pony e Don't Let Me Down. Proprio qui si può osservare come, dopo settimane di dubbi, finalmente spunta fuori l'idea di effettuare un concerto sul tetto dell'edificio della Apple, con tanto di video del sopralluogo. Certo, i dubbi permangono fino all'ultimo, ma alla fine il leggendario concerto avviene, e tra take multiple dei brani sopra citati, l'intervento della polizia, le reazioni della gente per strada, finalmente in Get Back possiamo assistere al (quasi) intero concerto, per quasi quaranta minuti di durata. Un assoluto picco del film che dimostra quanto i Beatles, nonostante l'assenza dai palchi da ormai tre anni, sapessero ancora essere una band di tutto rispetto su di un palco, forse anche meglio che mai. Il giorno successivo, l'ultimo filmato, è quello in cui vengono realizzati i video dei brani che non sono stati suonati sul tetto, Let It Be, The Long And Winding Road e Two Of Us, di cui purtroppo non sono presenti le performance intere in Get Back (a differenza del film originale), ma solo qualche estratto sul finale. 

Che dire in definitiva? Beh, per quanto mi riguarda, da tanto tempo non assistevo a qualcosa di così interessante e coinvolgente. La sensazione è quella di essere in studio con i Beatles per otto ore, una cosa che anche solo qualche anno fa non si sarebbe neanche potuta immaginare. C'è veramente tanto da vedere, e se da un lato posso anche capire chi si lamenta dell'eccessiva lunghezza, specialmente se si pensa ai lunghi dialoghi in cui la band, il regista ed il produttore discutono sul da farsi (seppure queste sezioni siano estremamente importanti a livello storico), dall'altro la quantità di momenti memorabili è veramente tanta. Dalla richiesta di Paul a Mal Evans di procurargli un martello ed un incudine, che poi lo stesso Mal con un contagioso entusiasmo suonerà in Maxwell's Silver Hammer, fino alla reazione dei quattro quando vedono arrivare i poliziotti sul tetto mentre suonano, passando per gli spassosi momenti in cui Heather, figlia di Linda, è presente nelle session ed imita Yoko Ono, oltre che ai già citati ed infiniti momenti di creatività, di scambi di idee, di musica che cambia forma e pian piano si incastra e si trasforma nella versione che si è poi conosciuta per cinquant'anni. 

Siamo di fronte ad un documento storico, poi si può discutere quanto si vuole sulle scelte effettuate nel montaggio, sulla presenza o meno di questa o quella parte, ma ricordiamoci che per mezzo secolo si è avuto solo il film Let It Be, l'album e i bootleg per farci un'idea di quel periodo (certo, anche Let It Be Naked, che probabilmente ad oggi rimane la migliore versione dell'album, pur essendo un remix posticcio), e l'idea che ci si era fatti era di un periodo buio, triste, difficile. Beh, da quel periodo buio, triste e difficile sono state realizzate otto ore di filmati intensi, divertenti, interessanti, storici, e non penso che si possa chiedere di più. 





lunedì 6 settembre 2021

The Beach Boys - Feel Flows - The Sunflower & Surf's Up Sessions 1969-1971 (2021) Recensione

Dopo un'odissea durata due anni fatta di ritardi, dubbi e chissà quant'altro, finalmente uno dei cofanetti più attesi da molti ha visto la luce. Quando si parla dei Beach Boys di solito si tende a pensare alla loro prima fase surf, magari a PET SOUNDS, al massimo a SMILE, ma il periodo immediatamente successivo tende ad essere ignorato, a torto, dalla stragrande maggioranza della gente. La fase, in un certo senso, DIY formata da SMILEY SMILE, WILD HONEY e FRIENDS dimostra come la band stesse tentando altre vie in modo estremamente personale e, sotto vari aspetti, innovativo. Brian Wilson era tutt'altro che un eremita in quegli anni, ma è anche vero che il crescente contributo dei compagni di band ha fatto sì che il leader indiscusso fino a quel momento diventasse quasi semplicemente "un altro membro dei Beach Boys". Dennis Wilson sbocciò inaspettatamente come compositore, lo stesso, seppur in misura minore, successe per il fratello Carl, che contribuì molto anche come produttore, più spazio venne dato a Bruce Johnston, e anche Al Jardine e Mike Love non rimasero indietro. 20/20 nel 1969 fu un album di gruppo più di ogni altro prima, e questa tendenza proseguì, con risultati ancora migliori, in SUNFLOWER.

Dopo un complicato periodo caratterizzato dal passaggio dalla Capitol alla Warner, da un cambio di manager, da una serie di album rifiutati e da chissà quant'altro, questa fase della band è forse la più sottovalutata in assoluto (consiglio, se interessati, la lettura del mio libro The Beach Boys & Brian Wilson - Le Opere Perdute, in cui scendo più nel dettaglio anche su questo periodo, seppur parte del contenuto risulti ora un po' obsoleto alla luce delle rivelazioni di questo boxset). SUNFLOWER fu un fallimento commerciale, mentre il successivo SURF'S UP suscitò un po' più di interesse, se non altro per l'inclusione dell'omonimo brano proveniente dalle session di SMILE; ma ciò non toglie il fatto che questi due album furono irreperibili per interi decenni, in quanto non considerati degni d'interesse abbastanza da esser tenuti in vendita. 

Questo criminale errore di valutazione, per fortuna, è stato rettificato negli anni, fino ad oggi, con questo FEEL FLOWS che celebra degnamente questa fase della storia dei Beach Boys. 

Premessa: non posseggo il cofanetto fisico, quindi parlerò del contenuto musicale così come appare nei siti di streaming.

Ulteriore premessa: non recensirò gli album SUNFLOWER e SURF'S UP in quanto presumo che chi legge questo articolo già li conosca e, soprattutto, perché meriterebbero eventualmente più spazio individualmente. 

Dunque, il contenuto è suddiviso in cinque dischi, andiamo a vederli ad uno ad uno.

DISCO 1

Subito troviamo una nuova rimasterizzazione di SUNFLOWER, che se da un lato non si può dire che suoni male, dall'altro si ha come l'impressione che pecchi un po' di una sovrabbondanza di frequenze alte, fruscii, insomma è un pelo troppo brillante. "Difetto" questo che si estende un po' a tutto il contenuto del cofanetto, seppur in misura minore, ma è particolarmente evidente qui. Subito dopo la fine dell'album, curiosamente, troviamo una selezione di performance live di brani estratti da esso, seguita da una manciata di tracce bonus. Personalmente avrei invertito le due cose, se non altro per non ascoltare prima una versione dal vivo di un brano poi presente in versione studio successivamente (Susie Cincinnati, ad esempio), ma sono piccolezze. I brani live sono presi da varie epoche, e segnalo in particolare una carichissima versione di This Whole World del 1988, seppure il resto non sia da meno. (It's About Time del 1971 con i fiati è veramente spettacolare). Le altre tracce bonus sono di varia provenienza, tra singoli, lati b e scarti: dalla bellissima Breakaway al piccolo capolavoro di Dennis San Miguel, fino alla divertente Loop De Loop, per anni ascoltata in bootleg in pessima qualità, ora finalmente in una veste degna. 

DISCO 2

Come nel primo, troviamo innanzitutto la versione rimasterizzata di SURF'S UP, poi qualche traccia live e altre bonus. In questo caso il nuovo master non è brillante come quello di SUNFLOWER, ed il che è un'ottima cosa. Le tracce live sono di nuovo ottime, e spiccano senza dubbio una energica versione di Long Promised Road datata 1972 ed una inaspettatamente fedele Surf's Up datata 1973 (a riprova della spettacolare veste live della band in quegli anni, che speriamo venga adeguatamente celebrata nel prossimo cofanetto). Tra le bonus è benvenuta la prima versione di Big Sur (poi rielaborata in HOLLAND) finalmente in ottima qualità, la particolare Sweet And Bitter, la esilarante ed oscura My Solution, e poi il trittico di composizioni di Dennis Wilson 4th of July, Sound Of Free e Lady (Fallin' In Love), primo esempio del suo sottovalutatissimo (in questa fase) talento. Su questo ultimo punto vorrei far notare che in SUNFLOWER ci sono quattro brani di Dennis, in SURF'S UP nessuno, ma come iniziamo a vedere qui e vedremo anche più avanti, il materiale non mancava affatto.

DISCO 3

In questo CD troviamo una lunga serie di estratti dalle session di SUNFLOWER e relative tracce bonus. Quindi via a versioni alternative, strumentali, a cappella, primordiali, false partenze, e chi più ne ha più ne metta. Impossibile scendere nel dettaglio, ma basti dire che il disco offre un affascinante ed inedito punto di vista sull'album. Le session di Forever, la sezione archi isolata di Our Sweet Love, la versione estesa di This Whole World, tutti gli estratti delle armonie vocali, c'è veramente tanto di cui gioire. 

DISCO 4

Stesso discorso, questa volta per SURF'S UP. Particolarmente interessante rivalutare brani come Don't Go Near The Water e Take A Load Off Your Feet grazie a queste versioni dove si possono apprezzare strumenti e voci separatamente, mentre la versione estesa di 'Till I Die, seppur non raggiunga l'originale, è uno spettacolo, e vanta oltretutto anche un inedito testo alternativo. In questo disco trovano spazio anche una manciata di ulteriori tracce bonus, come il capolavoro (Wouldn't It Be Nice To) Live Again in versione estesa a quasi 7 minuti, brano di Dennis che inizialmente avrebbe dovuto chiudere l'album, poi scartato in favore di Surf's Up, la curiosa e briosa I Just Got My Pay, Walkin' (uno dei primi esempi della fissazione di Brian Wilson per il brano Shortenin' Bread) e la bellissima Awake

DISCO 5

Forse il CD più interessante dell'intero cofanetto, in quanto quasi interamente dedicato a brani inediti. La versione con finale alternativo e take vocale diversa di This Whole World apre degnamente il tutto, mentre si fa notare un nuovo mix di Soulful Old Man Sunshine, brano meritevole di maggior fortuna, la bella Where Is She (quasi la versione di Brian di She's Leaving Home dei Beatles), il demo e poi la versione "di gruppo" di Won't You Tell Me, perla inaspettata con un Brian Wilson in formissima (divertente quanto amaro sentire suo padre Murry dire durante la session che è la cosa migliore che abbiano fatto negli ultimi 5 anni, conoscendo la storia della band). Gran parte del disco è però occupato da brani di Dennis Wilson, a volte quasi completi, a volte appena accennati, ma tutti carichi di quel suo istintivo ed innegabile talento. Il medley All My Love/Ecology è a dir poco spettacolare, seguito a ruota da Old Movie, versione primordiale senza parole di Cuddle Up, poi nel successivo CARL & THE PASSIONS, con commoventi armonie vocali a riempire. Ci sono poi l'intensa Barbara, Behold The Night, il tutto in una sorta di lungo medley dedicato a Dennis, a riprova del suo a lungo ignorato talento, qui finalmente libero di brillare, seppur a distanza di decenni. 

Insomma la carne sul fuoco è tanta, e posso solo immaginare il contenuto del libro allegato al cofanetto fisico, ma si sa, ormai la musica passa dall'essere gratuita all'esser bene di lusso senza  praticamente nulla nel mezzo. Detto ciò, veder finalmente degnamente celebrate fasi da sempre ignorate e terribilmente sottovalutate della carriera dai Beach Boys non può che render felice un fan come il sottoscritto, e se da un lato ho comunque la certezza che ad interessarsi saranno principalmente gli appassionati che già conoscono molte di queste cose, dall'altro una piccola parte di me spera che qualcun altro possa finalmente scoprire quanto questa band aveva da offrire ai tempi. Quindi, non posso che consigliare l'ascolto a chiunque, fan e non; e ora aspettiamo di vedere cosa accadrà con la fase successiva. 

lunedì 11 novembre 2019

9th National Jazz & Blues Festival - Plumpton (8 - 9 - 10 Agosto 1969)

Tra la fine degli anni '60 e l'inizio degli anni '70 ci furono innumerevoli festival che definire leggendari è fin riduttivo. Da Monterey a Woodstock, dalle varie edizioni del free festival all'Hyde Park fino all'isola di Wight, molti hanno indubbiamente fatto la storia diventando un simbolo di un preciso periodo storico. Questi grossi festival non furono però gli unici di quei tempi, e non si contano infatti quelli che, magari per via di budget ed organizzazioni più modeste, vengono ricordati un po' meno. Si può dire che sia il caso di questa nona edizione del National Jazz & Blues Festival. Eppure i nomi importanti c'erano, così come il pubblico, presente in gran numero, ma in ogni caso non ha avuto l'impatto di altri eventi contemporanei.
Fondato nel 1961 da Harold Pendleton, creatore del Marquee Club, questo festival negli anni subì una forte evoluzione, di pari passo con i grandi cambiamenti nel mondo musicale in atto negli anni '60. Nonostante i due generi presenti nella sua denominazione, non è difficile immaginare la presenza di band che allora venivano inserite nel calderone del "Pop" (non per niente in alcuni cartelloni del festival a blues e jazz venivano aggiunti pop e ballads), in un destino in un certo senso analogo ad altri festival anche di questi giorni, come quelli jazz di Montreux e Lugano.
Ma perchè proprio questa nona edizione e non, ad esempio, la decima con nomi come Black Sabbath, Deep Purple e Van Der Graaf Generator? Beh, perchè una decisione bisognava prenderla, e magari a quella ci si torna in un altro articolo in futuro.
Nella nona edizione, svoltasi nell'arco di tre giorni tra l'8 ed il 10 Agosto 1969, la lineup fu molto variegata, ma fu anche un'edizione segnata da problemi di vario tipo. L'idea iniziale era infatti quella di far svolgere il festival a West Dreyon, nel Middlesex, ma a causa del mancato rilascio del permesso da parte del Consiglio Comunale, fu presa la decisione di spostarsi nell'East Sussex, a Plumpton , nell'ippodromo. Ciò causò un po' di confusione nei poster rilasciati, che infatti sono reperibili in due versioni con entrambi i luoghi suddetti indicati come sede del festival.
Quello che si può notare guardando la locandina è l'enorme quantità di artisti e band presenti in un tempo relativamente esiguo. Chi suonò di più infatti arrivò ad un'ora o poco più, ma furono in molti ad avere dai 20 ai 40 minuti. In aggiunta furono allestite due aree per le esibizioni, una denominata "village" ed un'altra "arena", con varie sovrapposizioni di band che si sono esibite in contemporanea. Questo obbligava il pubblico a scegliere chi ascoltare perdendosi di conseguenza qualcun altro, cosa difficile da concepire al giorno d'oggi.

Il Venerdì prevedeva solamente esibizioni serali, a differenza degli altri due giorni in cui si partiva già dal pomeriggio. Da alcune recensioni definito come il giorno meno interessante, ha potuto comunque vantare nomi particolari come gli East Of Eden e la band di Keith Tippett, culminando con la doppietta formata dai Soft Machine e dai Pink Floyd. I primi però furono piuttosto sfortunati, in quanto la loro esibizione si interruppe per un'ora a causa di un guasto tecnico, tra le proteste del pubblico. Proteste che pare durarono relativamente poco visto che, stando ad alcuni report, quando arrivarono i Pink Floyd molti si erano ormai addormentati. All'epoca i Soft Machine erano reduci dall'ottimo Volume 2, e da poco in formazione a 4 con l'aggiunta di Brian Hopper al sax; a quanto pare però l'unico brano suonato fu l'allora inedita Moon In June, interrotta per ben due volte per i già citati problemi tecnici. Chi era presente racconta di come Robert Wyatt, preso dalla rabbia e dalla frustrazione alla realizzazione di ciò che era successo iniziò ad agitarsi, lanciò in giro parti della sua batteria e collassò sul palco.

Fortunatamente esiste una registrazione:

Dopo un'ora di buio, e dopo aver risolto i problemi tecnici, ecco arrivare i Pink Floyd. All'epoca erano nel pieno del loro periodo tra Ummagumma e The Man & The Journey, forse la loro fase più sperimentale in assoluto; ed infatti la scaletta, seppur più breve del solito vista l'occasione, ben rappresenta questa fase. Dopo un inizio con Set The Controls For The Heart Of The Sun e Cymbaline si tuffano nell'intera The Journey, tornando poi per i due bis A Saucerful Of Secrets ed Interstellar Overdrive.
Anche di questa esibizione esiste una registrazione bootleg:


Interessante però citare un estratto di una recensione dell'epoca:
"Avendo ascoltato l'Azimuth coordinator all'opera più volte quest'anno, l'effetto novità sta iniziando a svanire e anche i Floyd stanno diventando un po' "blasé" con i gabbiani registrati! Ma hanno suonato bene, soprattutto "Cymbaline" e "The Journey" sono state efficaci, con altoparlanti stereo che rimbombavano sul campo."
L'Azimuth Coordinator era un aggeggio comandato da Wright con un joystick che permetteva di spostare il suono in giro per la platea, spesso con sistemi quadrifonici. Ora, al di là dei pareri personali espressi qui sopra, condivisibili o meno, è interessante notare come, all'epoca, qualcosa che era stato visto già qualche volta nell'arco di un anno iniziasse a suscitare meno interesse e a perdere fascino. Se pensiamo che oggi in media un semplice tour di un qualunque artista dura almeno due anni e gli album escono ogni 4-5, certamente i tempi sono cambiati parecchio!

Il Sabato fu la prima delle due giornate più "sostanziose", con esibizioni fin dal primo pomeriggio. Il primo nome fu nientemeno che Peter Hammill, con appena venti minuti di tempo per la sua esibizione. Interessante leggere le parole di alcuni report dell'epoca, soprattutto questo di tale Lon Goddard: "La voce di Peter ricordava Roy Harper e Al Stewart, che spesso si assomigliano a vicenda nella pronuncia, aveva un buon controllo della voce che sembrava andare alla deriva proprio al di sotto di quel grado di allenamento che caratterizza un cantante abile. Testi e melodie tendono al folk, e sembra essere uno dei talenti del futuro".
Seguirono poi altri nomi come quello di Roy Harper, penalizzato anche lui da problemi tecnici, che aggiunti al cambio di programma che lo fece suonare prima e solamente per venti minuti anziché i quaranta pattuiti, finirono per farlo suonare appena per dieci minuti.
Di certo la parte del leone quel pomeriggio fu della Bonzo Dog Band che, nonostante il loro iniziale rifiuto vista la difficoltà di trasmettere il loro umorismo ad un ampio pubblico da festival, fecero un figurone. Valore aggiunto fu la presenza a sorpresa di Keith Moon, che salì sul palco inizialmente mascherato e si unì a loro suonando la batteria in I'm The Urban Spaceman, salvo poi fermarsi anche per il bis di Monster Mash. Altre fonti parlano anche di Breathalyzer Baby tra i brani suonati con Moon.

Uno dei nomi che certamente merita menzione tra coloro che si esibirono la sera sono gli allora neonati Yes (in cartellone riportati con un punto esclamativo). Tra paragoni con i ben più famosi, allora, Nice e apprezzamenti per la peculiare voce di Jon Anderson e l'interessante approccio nelle molte cover allora in scaletta, di certo un piccolo segno lo lasciarono. In particolare si può trovare online il racconto di Richard Thomas, allora membro dei Breakthru, altra band in cartellone nel festival, che fu molto colpito da Bill Bruford, tanto da smettere di seguire la band nel momento in cui se ne andò nei King Crimson.
E parlando di King Crimson: mentre tutto ciò si stava svolgendo sul palco principale, nel "village", insieme ad altre band, si esibivano proprio Fripp e soci, senza ancora aver pubblicato il primo album. La scaletta comprese solamente due brani dall'allora inedito In The Court Of The Crimson King, insieme alla cover di Get Thy Bearings di Donovan, notevolmente estesa dalle improvvisazioni, altri inediti come Mantra e Travel Weary Capricorn, alcune improvvisazioni ed il riarrangiamento di Mars di Hostl.
Di questa esibizione esiste un bootleg registrato dal pubblico, pubblicato poi dalla DGM come CD aggiuntivo nel cofanetto Epitaph. Perchè "niente foto e registrazioni ai nostri concerti però poi i bootleg li vendiamo".
Curioso poi notare come nel primo manifesto dell'evento fossero presenti anche gli Idle Race, primissima band di Jeff Lynne che avrebbe meritato molta più fortuna, appena prima dei King Crimson, salvo poi sparire dal manifesto definitivo per motivi ignoti a chi scrive. Secondo alcune fonti, però, si esibirono comunque in quello che fu il concerto di più alto profilo in assoluto per loro, anche se non ci è dato sapere quando di preciso.
Tornando al palco principale, nonostante svariati ritardi che portarono uno dei gruppi più alti in cartellone, i Fat Mattress, a non esibirsi, la chiusura è affidata agli Who. Nel pieno del tour di supporto a Tommy ed appena una settimana prima della loro leggendaria esibizione a Woodstock, la band sfoggiò la tipica scaletta dell'epoca, comprendente una manciata di singoli, un paio di cover ed una selezione di brani da Tommy, in versione ridotta per via del contesto. Il finale del concerto è ben raccontato di nuovo dalle parole di Lon Goddard:
"Dopo Substitute e Shakin' All Over Townshend ha detto:"Non ci piace arrivare, andarcene e poi tornare di nuovo, quindi avrete un bis che vi piaccia o no, ho. ho." Detto questo, Roger si lanciò in urla folli, le bacchette di Keith volarono per miglia nella notte, Pete attaccò letteralmente la sua chitarra e la tipica distruzione "a la Who" nacque di nuovo per l'occasione. Pete sbatté la sua chitarra contro il suo corpo, il pavimento e alla fine la fece schioccare a metà sopra la sua testa mentre un applauso di proporzioni senza pari partì dalla folla catturata. Un  finale che semplicemente non poteva essere seguito da niente o nessuno. Forse il più grande set che gli Who hanno fatto, non ha lasciato un'anima senza ispirazione e tutti e quattro i loro volti sono stati irradiati da puro godimento, dalla prima nota dinamica ai resti sfilacciati della chitarra di Townshend."

Tra le band più note che si esibirono la Domenica sul palco principale (escludendone molte che si esibirono al "village" di cui non esistono testimonianze, tra cui gli Affinity e i Julian's Treatment), oltre all'apertura di Ron Geesin, ci furono i Family, che stando ai racconti regalarono una magnifica esibizione, tanto da esser richiamati per un bis. Mentre ancora il pubblico richiedeva ulteriori bis ai Family, prese posto sul palco il cast del musical Hair. Scelta questa molto particolare ed audace visto il contesto, ed infatti il pubblico parve non apprezzare molto, a giudicare dagli oggetti volanti diretti verso il palco, almeno ad inizio esibizione. Le cose migliorarono, per fortuna, man mano che brani certamente più noti come Acquarius e Let The Sunshine In vennero eseguiti.

Una lunga preparazione precedette l'esibizione dei Nice di Keith Emerson, piazzata in chiusura. In questa occasione la band decise di esibirsi con l'orchestra, in linea con una tendenza che proprio in quel periodo si faceva sempre più predominante. Solamente quattro ore di prove precedettero l'esibizione, che fu martoriata da grosse differenze di volume tra la band e l'orchestra, ed una gran difficoltà per i tre dei Nice di sentirsi sul palco. Diversamente da quanto si possa credere, nonostante la presenza dell'orchestra, non fu eseguita la Five Bridges Suite, che di fatto ebbe la sua premiere qualche mese dopo, ad Ottobre. Ci fu invece un primo set con l'orchestra introdotto dal Brandenburg Concerto di Bach, un breve set centrale con solamente la band, ed una ripresa finale con band e orchestra in Rondo ed un brano di Prokofiev. Nonostante tutte le difficoltà, stando ai report dell'epoca, l'esperimento sembrò funzionare e piacque molto al pubblico presente.

Insomma, pur con tutti gli imprevisti e le difficoltà, questo festival ebbe ben poco da invidiare ai ben più blasonati eventi più o meno contemporanei (ricordiamoci che giusto una settimana dopo ci fu Woodstock e, a fine mese, l'edizione del '69 dell'isola di Wight, che non fu l'edizione più celebrata ma comunque fu molto importante), ed è un peccato che non esistano molte testimonianze. L'album live dei King Crimson ed il bootleg dei Pink Floyd linkato poco sopra sono le testimonianze più "sostanziose" ed interessanti, specialmente per i primi viste le poche registrazioni dell'epoca (mentre per quanto riguarda i Pink Floyd i bootleg di quell'anno non si contano).
Il festival mantenne questo formato eclettico e variegato ancora per un paio di anni, fino a quando si trasferì definitivamente a Reading e finì per dare spazio principalmente a musica rock, tanto da diventare, nel 1976 "Reading Rock", ed affermarsi come uno dei maggiori festival hard rock e metal nei successivi decenni.

Qui sotto qualche breve testimonianza video dell'evento:


sabato 16 marzo 2019

Deep Purple - Deep Purple (1969) Recensione

Il terzo ed ultimo album della cosiddetta "mark 1" dei Deep Purple, la prima formazione che oltre a Ritchie Blackmore, Jon Lord e Ian Paice vantava la presenza di Rod Evans alla voce e Nick Simper al basso. Questa fase della band è troppo spesso messa in ombra da ciò che seguirà, dalla mark 2 con Ian Gillan e Roger Glover in poi, ed è caratterizzata da una sorta di suono proto-prog dalle tinte hard che tanto deve all'influenza dei Vanilla Fudge. Non mancano infatti cover varie estese, ispirazioni classiche, ed in generale si ha la sensazione che a guidare il tutto in questa fase fosse Lord, con un Blackmore comunque presente ma ancora non così centrale come sarà successivamente. Ovviamente la presenza di un cantante come Rod Evans impediva ai Deep Purple di buttarsi nel mondo dell'Hard Rock per via del suo stile molto figlio degli anni '60, ben lontano dalle enfatiche urla che tanto caratterizzeranno quel genere a partire dai Led Zeppelin. I primi due album, Shades Of Deep Purple e The Book Of Taliesyn, furono più o meno considerati grazie al singolo di traino Hush, ma questo terzo album, titolato senza troppa immaginazione con semplicemente il nome della band, finì per passare sostanzialmente inosservato. Questo principalmente a causa del fallimento dell'etichetta Tetragrammaton, oltre ad un generale ritardo nella pubblicazione, avvenuta il 21 Giugno 1969 in America e addirittura solo a Settembre 1969 in UK. Se consideriamo il fatto che la nuova formazione dei Deep Purple con Gillan e Glover debuttò in concerto già il 10 Giugno '69, si può capire facilmente quanto poco rilevante fosse a quel punto l'album in questione. 
E tutto ciò è un gran peccato, in quanto se comunque si tratta di un album non così distante dai precedenti, contiene comunque non poche tracce di quel suono più duro che caratterizzerà gli album da In Rock in poi, oltre che una della maggiori consacrazioni di Jon Lord come autore prima del Concerto For Group And Orchestra.
Ma andiamo con ordine, ed iniziamo con il brano di apertura Chasing Shadows. Ritmi tribali supportano l'intero brano in uno stile sostanzialmente unico nella loro discografia, decorati con un solidissimo basso e lancinanti stacchi di chitarra ed organo. La successiva Blind è decisamente più classicheggiante, ad opera principalmente di Lord e caratterizzata dall'uso massiccio del clavicembalo; davvero un gran bel brano seppur lontano dal "classico" suono Deep Purple, oltre a contenere l'ennesima gran bella performance vocale di Evans. Ascoltando un brano come questo ci si può render conto di quanto la musica anni '60 fosse carica di colori dati dall'uso di tanti strumenti diversi, spesso inusuali, e quanto ciò si sia man mano "appiattito" con l'arrivare degli anni '70, non solo per i Deep Purple. La successiva Lalena è invece una cover di Donovan, forse non la loro cover più riuscita od originale, ma indubbiamente si tratta di un gran bel brano, con oltretutto un gran bell'assolo di Hammond. La successiva Fault Line si sposta su territori più sperimentali, trattandosi di un brano strumentale di un paio di minuti la cui base è sostanzialmente un nastro mandato al contrario, su cui basso e chitarra improvvisano dando un bellissimo effetto lisergico che introduce la successiva The Painter, quest'ultimo uno dei brani più in equilibrio tra il loro passato e l'imminente futuro, tra una Hush ed una Strange Kind Of Woman. Da qui in poi Blackmore inizia a prendere spazio con assoli finalmente ottimi, cosa non scontata visti i due album precedenti. Il rock pesante continua in Why Didn't Rosemary?, che con il suo semplice shuffle blues fa da perfetta base a virtuosismi vari non lontani da Wring That Neck, ma se possibile ancora più intensi man mano che il brano cresce verso il concitato finale.
The Bird Has Flown è invece un altro brano che sembra guardare a cose come Mandrake Root, e sfodera un bel riff martellante figlio dei tempi, che di nuovo fa percepire la loro voglia di indurire il suono, come accadrà di lì a poco. Ma prima di fare quell'importante passo c'è ancora l'imponente traccia finale, quasi una prova generale per il Concerto For Group and Orchestra titolata April.
Ovviamente ad opera di Lord, questo brano è suddiviso in tre parti: la prima strumentale con bellissime parti di organo e chitarra su ritmo di marcia in crescendo, fino a che interviene il coro e pian piano lascia spazio alla sola orchestra che si avventura in territori barocchi pieni di fascino, ed il tutto si conclude con l'entrata in scena della band al completo in quello che è un intensissimo finale, con di nuovo un'ottima performance vocale di Evans, la sua ultima con la band, culminante nell'inaspettato ed avveniristico assolo di Blackmore con tanto di sweep picking.
Sarebbe bastato anche solo quest'ultimo brano a giustificare l'esistenza di questo album, al di là della sua rilevanza storica in generale e nello specifico per i Deep Purple stessi, ma come abbiamo visto il resto riesce comunque a reggere il passo egregiamente. Bellissima anche la copertina, con un estratto "decolorato" del celebre quadro di Bosch.
Insomma in un certo senso è una bella chiusura di una trilogia di album che non finisce mai di stupire, seppur frutto di una band che ancora non aveva trovato la propria via, o forse è proprio questo a donare fascino a questa loro primissima fase.


venerdì 8 marzo 2019

Led Zeppelin - Live at the Fillmore West, San Francisco (27/04/1969) Recensione

Ormai si è più che palesata la mia passione per i bootleg, in particolar modo per quelli dei Led Zeppelin, quindi perchè non continuare parlando nel dettaglio di un altro concerto?
Siamo nel 1969, nel pieno del processo di affermazione in terra statunitense di questa rumorosa nuova band. Di quell'anno esistono svariate registrazioni, dalle classiche BBC Sessions, al concerto di Ottobre al Paris Theatre pubblicato nella rimasterizzazione del 2014 di LZ I, fino a numerose date sparse che vanno indietro fino a Gennaio. Sono varie le registrazioni di quell'anno provenienti dal Fillmore West di San Francisco, da quella dell'11 Gennaio alla doppietta micidiale del 24 e 27 Aprile, interrotta da tre concerti consecutivi alla Winterland Arena. Di questi due concerti esistono delle ottime registrazioni, ed è difficile sceglierne una, ma per puro gusto personale mi soffermerò sulla data del 27.
La prima cosa che si può notare è la lunghezza di questo concerto, che in un periodo fatto di festival e serate in supporto ad altri artisti dove di solito si oscillava tra la mezz'ora e l'ora, ben due ore abbondanti sono le benvenute. Se escludiamo la leggenda mai del tutto confermata delle quattro ore al Boston Tea Party, ci vorrà qualche anno per arrivare a certe durate.
La scaletta di conseguenza contiene quasi tutto ciò che suonavano ai tempi, compresi brani che spariranno ben presto dai loro concerti, finendo per non trovar spazio in alcuna pubblicazione ufficiale. Fin da subito ci dà il benvenuto il devastante assalto al gusto di wah di Train Kept a' Rolling, cover di Tiny Bradshaw già suonata dagli Yardbrids e famosa per essere il primo brano provato dagli appena formati New Yardbrids (poi Led Zeppelin).
La registrazione è di buona qualità, e pare essere soundboard, seppur piuttosto sbilanciato nello stereo sacrificando il basso, e così sarà per gran parte del concerto, con parti mancanti ricoperte da una registrazione effettuata dal pubblico.
E dopo un brano mai effettivamente pubblicato dai Led Zeppelin in alcuna forma, si scivola in territori familiari con I Can't Quit You Baby, come sempre un'ottima versione con un Page in formissima, qui ancora con la "Dragon Telecaster". Ma la prima, vera, grossa sorpresa, forse il più grande punto di interesse di questo bootleg, è la cover di As Long As I Have You. In tanti si chiedono perchè, vista la loro tendenza a coverizzare questo o quel pezzo nei primi album, non si sia mai preso in considerazione anche questo brano, che di fatto è disponibile solo in versione live su bootleg. Il tutto qui passa attraverso il classico "trattamento Zeppelin", che appesantisce il brano, aggiunge stacchi, riff e via dicendo, ma soprattutto lo estende a ben 18 minuti di lunghezza. Le improvvisazioni al suo interno sono il linea con molte altre del periodo, e non creative come quelle degli anni successivi a mio parere, ma è incredibile sentire come passino da un tema all'altro con scioltezza a meno di un anno dalla loro prima prova insieme. Bohnam e Jones sono già un treno inarrestabile, Plant, seppure non al massimo delle sue possibilità dei tempi, è letteralmente impressionante, e Page beh, è all'apice. Indubbiamente tra le cose più interessanti dei primi Led Zeppelin. Una canonica versione di You Shook Me, seppur estesa, segue e lascia poi spazio ad altri 20 minuti di How Many More Times. In un certo senso si replica il formato di As Long As I Have You, in un periodo in cui non era ancora loro usanza inserire cover rock and roll all'interno delle improvvisazioni più lunghe. Se possibile, però, qui ci si addentra in territori ancora più riusciti e coinvolgenti, con un brano che sembra più volte voler finire ed invece prende strade via via più inaspettate, nuovi ritmi, nuovi riff. Purtroppo sul finale entra la registrazione del pubblico e la qualità peggiora un po', ma si tratta senza dubbio di una delle migliori versioni live di questo pezzo. 
La qualità sonora diventa altalenante da qui in poi, ma rimane sempre in grandissima parte più che ascoltabile. Si prosegue con la consueta Communication Breakdown, sempre incendiaria, anch'essa estesa dalle improvvisazioni. Un altro pezzo molto interessante è Killing Floor, un brano di Howlin' Wolf di nuovo sottoposto al trattamento Zeppelin, che prenderà poi il nome di The Lemon Song nel loro secondo album. Questo pezzo non fu poi più riproposto dal vivo, e qui si ha una delle poche registrazioni (seppur interrotta da una sezione registrata dal pubblico), di nuovo estesa ma in sostanza molto simile alla futura versione in studio. Babe I'm Gonna Leave You è un altro pezzo tristemente escluso troppo presto dalle scalette, ed è degna di nota specialmente per le improvvisazioni di Plant, che sembra prendere strade sempre diverse se confrontata alla versione in studio. La qualità audio qui non è al massimo, ma riesce comunque a trasmettere la devastante potenza di questa versione.
A questo punto Page si prende i riflettori in solitaria con il medley White Summer/Black Mountain Side, dove sfodera la fida Danelectro con accordatura DADGAD e delizia con quell'aria orientale che tanto sarà importante in futuro per la band. Ci si avvicina quindi alla conclusione con un altro pezzo piuttosto raro, la cover di Sitting And Thinking, ennesimo blues sullo stile di I Can't Quit You Baby che tanto veniva bene agli Zeppelin di questo periodo. Sicuramente interessante ma forse non un ascolto essenziale, che finisce per dare quel senso di riempitivo per arrivare a due ore. Segue Pat's Delight, che in sostanza è l'assolo di Bohnam prima dell'entrata in scena di Moby Dick qualche mese dopo (Pat è il nome di sua moglie tra l'altro), con un riff inedito introduttivo. Per il resto è il solito assolo di batteria che si ama o si odia. Si conclude la scaletta con l'immancabile Dazed And Confused, ancora relativamente contenuta nella sua lunghezza (10 minuti circa contro i 40 e più di 5 anni dopo), in quanto in quel periodo sono altri brani "contenitori" di improvvisazioni, come abbiamo visto.
Insomma a mio parere si tratta della miglior testimonianza dei Led Zeppelin nel loro primo anno di attività, ancora pesantemente radicati nel blues ma con abbastanza concerti alle spalle per aver la confidenza di lasciarsi andare senza freni in lunghe improvvisazioni. La presenza di Train Kept A Rollin, As Long As I Have You, Killing Floor, Babe I'm Gonna Leave You e Sitting And Thinking rende questo bootleg essenziale anche solo come alternativa alle uscite ufficiali, giustificata dalla grande mole di materiale sostanzialmente inedito diversamente.

mercoledì 13 febbraio 2019

Pink Floyd - The Man & The Journey

Il 1969 per i Pink Floyd fu un anno particolarmente produttivo ed interessante, il primo forse in cui la band iniziò a muovere qualche passo verso un'identità propria e non totalmente all'ombra dell'ingombrante figura di un Syd Barrett ormai lontano. A Saucerful Of Secrets già mostrava tracce di un graduale cambiamento, con un Gilmour certamente non ancora integrato appieno, ma con importanti contributi compositivi di Wright e, soprattutto, di Waters; ma l'inclusione di Jugband Blues e di quel paio di tracce con Syd ancora presente (Remember a Day e Set The Controls For The Heart Of The Sun), lo rendevano un lavoro un po' ibrido. Il 1969 invece vide la pubblicazione di due album a loro modo importanti e decisamente diversi fra loro. Dapprima la colonna sonora del film More, che mostrava una band nel pieno di una fase in gran parte acustica ma con ancora evidenti parentesi psichedeliche e, inaspettatamente, un paio di brani piuttosto spinti che non vedranno mai un vero seguito (The Nile Song e Ibiza Bar); poi Ummagumma, doppio album che è tanto una celebrazione della loro faccia live nel primo disco quanto un pastiche di pura sperimentazione individuale nel secondo disco. Nel mezzo di tutto questo però ci fu un'altra importante parentesi, indissolubilmente legata a questi ultimi due album, ma in qualche modo comunque diversa.
Con The Man & The Journey si intende una coppia di lunghi brani musicali tematici, suite se vogliamo, proposti solamente in concerto nell'arco del 1969, lunghi circa una quarantina di minuti l'uno e composti sia da materiale nuovo, spesso frutto di improvvisazione, che da brani poi finiti in More e Ummagumma.
Importantissimo far notare che se a posteriori è facile credere che queste due suite potessero essere un pretesto per dare un tono concettuale in concerto ad una manciata di brani dai loro nuovi album, in realtà se andiamo a vedere le date di registrazione degli album noteremo che lavorarono a More da Febbraio a Maggio, ad Ummagumma da Agosto a Settembre, mentre l'album live è tratto dalle date del 27 Aprile e del 2 Maggio. Con queste date sommarie in mente, se si va a ricercare quando suonarono The Man & The Journey in concerto, si può notare che la prima data, un evento chiamato The Massed Gadgets Of Auximenes - More Furious Madness from Pink Floyd, fu il 14 Aprile 1969 alla Royal Festival Hall. Insomma prima di pubblicare sia More che, soprattutto, Ummagumma.
Quindi ci si trova davanti ad una situazione non dissimile al dilemma dell'uovo e della gallina, non tanto per i brani di More, comunque a grandi linee contemporanei, quanto per quelli di Ummagumma. Anche vero che, come vedremo più avanti quando analizzerò nel dettaglio il contenuto, sono anche presenti brani presi da album precedenti, implicando quindi una decisione di riutilizzare materiale già edito. Credo quindi che i brani allora ancora inediti non siano stati composti per una cosa o per l'altra specificatamente, ma che avendoli a disposizione si sia deciso semplicemente di usarli in quanto in qualche modo coerenti con il "concept". Questa sovrapposizione di materiale potrebbe spiegare la mancata pubblicazione ufficiale di una qualche testimonianza di The Man & The Journey ai tempi, cosa comunque considerata pare, e magari idealmente sostituita dal più normale disco live di Ummagumma. 
Esistono varie testimonianze di questi concerti, tra cui una di bassa qualità proprio alla Royal Festival Hall, una versione ridotta suonata alla BBC per il programma Top Gear il 12 Maggio, ed il ben più famoso, per anni bootlegato e poi uscito in The Early Years 1965-1972 nel 2016, concerto al Concertgebouw di Amsterdam del 17 Settembre 1969.
Quest'ultimo concerto è sicuramente la miglior testimonianza di The Man & The Journey in quanto completo e di ottima qualità sonora. Indubbiamente ha delle occasionali rovinose cadute nella performance, ma ciò non impedisce di apprezzarne la bellezza. Basandoci quindi su questa versione, e citando eventuali differenze con altre se presenti, andiamo a vederne il contenuto:

The Man


Daybreak: la prima suite inizia con la bucolica Daybreak, a rappresentare l'alba, il risveglio, l'inizio della giornata dell'uomo. Di fatto si tratta di Grantchester Meadows, poi in Ummagumma, in una versione non del solo Waters alla chitarra e voce come nell'album, ma con anche Gilmour alla seconda chitarra e armonie vocali, e Wright ad inserire ottime parti di organo, assenti nella versione sull'album.

Work: dopo il risveglio il nostro protagonista va al lavoro, e questa sezione è introdotta da una rumorosa sirena, che lascia poi spazio ad un brano puramente percussivo guidato da Mason, con gli altri tre occupati a costruire un tavolo a suon di chiodi, martelli e sega, tutto a tempo di musica. Questa sezione non si tratta di un vero e proprio brano, e quindi non è presente su alcun album.

Teatime: questa sezione non è presente in The Early Years, anche perchè priva di un qualsivoglia elemento musicale, essendo in sostanza il momento della "pausa tè", in cui i Floyd si facevano servire il tè dai roadie sul palco. Sono in molti a tracciare una sorta di collegamento stilistico con Alan's Psychedelic Breakfast da Atom Heart Mother, di appena un anno dopo.

Afternoon: il pomeriggio, un momento di pigrizia e riposo, in un brano che molto probabilmente fu scritto ad hoc, in quanto non trovò poi spazio in nessun album dell'epoca. Bisognerà aspettare fino al 1971 per poterne ascoltare una versione in studio, sulla raccolta Relics, re-intitolata Biding My Time. Questo semplice brano blueseggiante è interessante specialmente per la performance di Wright al trombone.

Doing It!: altro brano guidato dalle percussioni che sta a rappresentare il rapporto sessuale, che non esiste su alcun album ma non è dissimile da certe cose come il finale di The Grand Vizier's Garden Party (Entertainment) da Ummagumma, Up The Khyber da More o addirittura Heart Beat Pig Meat dalla colonna sonora di Zariskie Point, a seconda della performance della singola serata.

Sleeping: il protagonista si addormenta, e a rappresentare questo momento ci pensa un classico brano atmosferico tipico della produzione dei Pink Floyd di quest'epoca. Difficile dire con certezza di che brano si tratti guardando agli album in studio, e forse il più plausibile è Quicksilver da More, qui però corredato dal suono di respiri.

Nightmare: a rappresentare l'incubo ci pensa una versione estesa di Cymbaline da More. Sia in questo caso che quando il brano veniva suonato dal vivo all'interno di una normale scaletta, esso finisce per diventare più spinto, implementare un assolo di Gilmour ed una sezione rumoristica centrale, entrambe le cose non presenti nella quasi acustica versione in studio.

Labyrinth: la breve chiusura della suite; a seconda delle versioni si tratta o di un semplice collage sonoro formato in gran parte da orologi, oppure di una reprise di Daybreak.


The Journey


The Beginning: l'inizio del viaggio, la partenza dalle verdi campagne inglesi, rappresentato qui da Green Is The Colour da More, in una versione anche qui estesa e con un crescendo finale.

Beset By The Creatures Of The Deep: il viaggio procede per mare, dove il protagonista è, letteralmente, "assalito dalle creature delle profondità", e quale miglior brano per rappresentare questa tensione di Careful With That Axe Eugene? Qui come in praticamente ogni concerto dell'epoca Careful inizia direttamente dalla fine di Green Is The Colour, senza alcuna pausa.

The Narrow Way: dopo essersi lasciati alle spalle le creature delle profondità, la nave si ritrova nel mezzo di una tempesta, prima di raggiungere finalmente la terra. Questa parte del viaggio è rappresentata da The Narrow Wat part III, da Ummagumma. Purtroppo la versione di Amsterdam ci regala un Gilmour che segue una linea melodica tutta sua, risultando a dir poco esilarante.

The Pink Jungle: il protagonista una volta a terra si ritrova a dover attraversare una misteriosa giungla, illustrata da un brano che si rivela essere un riarrangiamento di Pow. R Toc. H da The Piper At The Gates Of Dawn. In altri concerti il pezzo in questione prenderà le sembianze di un altro brano dalle tinte tribali non meglio identificato.

The Labyrinths Of Auximenes: una volta uscito dalla pink jungle, un'altra insidia attende il protagonista: un insidioso labirinto, musicalmente rappresentato da un brano presumibilmente improvvisato non distante dalla parte centrale di Interstellar Overdrive, con però una linea di basso quasi identica a quella di Let There Be More Light a guidare il tutto. Il pezzo si conclude con una sezione rumoristica chiamata Footsteps And Doors, composta appunto da suoni di passi e porte che si aprono e si chiudono, presumibilmente diffusi nella sala in quadrifonia grazie all'Azimut Coordinator.


Behold The Temple Of Light: il protagonista raggiunge un non meglio identificato "tempio della luce", e ad accompagnarlo ci pensa un altro brano che si può definire inedito, caratterizzato da brillanti accordi di chitarra non dissimili dall'inizio di The Narrow Way part III da Ummagumma, ma che qui si sviluppano in un modo decisamente più interessante.

The End Of The Beginning: il viaggio si conclude in modo trionfale con quella che è l'ultima sezione del brano A Saucerful Of Secrets, chiamato anche Celestial Voices. In svariate occasioni Wright suonò questo brano con l'organo a canne, nelle sale da concerto che ne vantavano uno al loro interno, quando non addirittura con l'aggiunta di un coro.

In definitiva, questo lavoro sarebbe stato degno di una pubblicazione ufficiale? Di certo sarebbe stato molto interessante, ed avrebbe dato un ruolo ed una casa a brani che finiranno per essere "buttati" in album oggettivamente altalenanti, seppur carichi di fascino. Che poi l'idea ed il risultato abbiano quell'alone di pretenziosità ed ingenuità non lo metto in dubbio, ma non si può negare il fatto che The Man e The Journey rappresentino una delle migliori testimonianze, oltre agli album ufficiali, di uno dei periodi più interessanti e produttivi della carriera dei Pink Floyd.

Vi lascio un interessante video delle prove prima del concerto alla Royal Festival Hall: