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venerdì 23 settembre 2022

Pink Floyd - Animals 2018 Remix (2022) Recensione


Probabilmente uno degli album più controversi dei Pink Floyd, adorato da alcuni, snobbato da altri, probabilmente in quanto uscito tra due album estremamente famosi come WISH YOU WERE HERE e THE WALL, ma in un certo senso unico nella loro discografia. Siamo nel pieno dell'epoca punk, e per tanto che si cerchi di vedere le sonorità di questo album, tendenzialmente più dure rispetto ai loro lavori precedenti, come una reazione al suddetto movimento, di fatto ben più di metà album già veniva suonato in tour dal 1974 (per chi non lo sapesse, Dogs era You Gotta Be Crazy e Sheep invece Raving And Drooling), per poi essere leggermente rivisto e rielaborato con testi parzialmente nuovi, che con l'aggiunta di Pigs (Three Different Ones) andarono a suddividere l'umanità in cani, maiali e pecore, su ispirazione della Fattoria Degli Animali di Orwell. Certo, c'erano le due parti di Pigs On The Wing a introdurre e concludere l'album,  che con i loro toni acustici intimistici alleggerivano in parte i toni, ma in generale l'album si attestava su un'atmosfera cupa, violenta, inquieta, nervosa, dominata forse per la prima volta quasi totalmente dall'identità di Roger Waters, quasi come una prova generale per THE WALL (il cui concetto base fu ispirato proprio dalla triste esperienza di Waters nel tour degli stadi che seguì in promozione ad ANIMALS). 

Questa atmosfera non era solo creata dai testi, tutt'altro che ottimistici e solari (seppur il finale di Sheep dava un tocco di speranza assente nel romanzo da cui Waters si era ispirato), ma anche dalla resa sonora dell'album, che, probabilmente, essendo stato il loro primo lavoro registrato negli allora neonati studi personali della band, i Britannia Row, risultava lontano dalla cristallina pulizia degli album precedenti, ma anche dalla pomposità data da Bob Ezrin al successivo THE WALL. Il suono era certamente più caldo, ma anche più opaco, come offuscato da qualche nuvola (pun intended), e se ciò ha di certo dato un carattere tutto particolare all'album, di fatto non lo ha aiutato a fare breccia nel cuore del grande pubblico quanto altri (poi la mancanza di potenziali brani radiofonici di certo non ha aiutato a sua volta), portando quindi ANIMALS ad essere, negli anni, più un album per appassionati e fan che un lavoro universale quanto un THE DARK SIDE OF THE MOON, senza, tuttavia, mai raggiungere totalmente lo status di "album di nicchia", sia ben chiaro.

Forse proprio per questo qualche anno fa fu commissionato a James Guthrie (già al fianco della band dai tempi di THE WALL in poi come tecnico del suono) un remix, inizialmente previsto per il 2018, poi rimandato per anni fino ad ora, principalmente per problemi tra Waters e Gilmour riguardanti la presenza, o meno, di liner notes nel libretto (l'avrà vinta Gilmour, quindi niente note storiche nel libretto, che Waters ha, tuttavia, condiviso sulla sua pagina Facebook). L'idea di base, suppongo, sia simile a quella dietro a molti remix di album storici, come ad esempio quelli recenti dei Beatles ad opera di Giles Martin, cioè quella di rendere il suono più "attuale", di svecchiarlo un po'.
Ovviamente, premetto, questo tipo di operazioni è sempre da prendere con le pinze, in quanto non si può e non si deve sostituire il lavoro originale (infatti i casi in cui ciò accade, si vedano i Genesis o gli Who, sono scandalosi), ma offrirne una visione alternativa, che, in quanto un mix non è mai scienza perfetta, avrà sicuramente pregi e difetti.

La prima cosa che si nota è un generale "asciugamento" del suono, togliendo gran parte del riverbero precedentemente presente soprattutto sulle voci (particolarmente evidente laddove le parti vocali sono più "isolate", come in Pigs On The Wing e l'inizio di Dogs), mentre le chitarre sono tendenzialmente più presenti e, a loro volta, nitide, sia l'acustica di Pigs On The Wing che le numerose parti di elettrica solista e in armonia di Gilmour in Dogs. Altro grande cambiamento si nota per la batteria di Mason, in quanto, a fronte di un mix generale (quindi di tutti gli strumenti e delle voci) generalmente più "stretto" nello spettro stereo rispetto all'originale, le iconiche rullate sui tom sono state distribuite in modo molto ampio, dando più chiarezza, oltre ad una generale resa più spinta sia sulle frequenze basse che alte, con un risultato finale meno "inscatolato". Simile trattamento è stato fatto ai numerosi effetti sonori presenti, dal latrato dei cani al grugnito dei maiali, fino al belato delle pecore, più presenti e meglio distribuiti nello stereo. Chi, però, ci guadagna di più è probabilmente Rick Wright, le cui parti di tastiere sono ora decisamente più enfatizzate, specialmente in Sheep (si ascoltino le parti di organo Hammond ora in primissimo piano, ad esempio), mentre un simile discorso lo si può e lo si deve fare anche per le magnifiche parti di basso di Pigs (Three Different Ones), in studio suonato da Gilmour, talmente spinto di volume che a tratti si sente la cordiera del rullante di Mason vibrare. 

Generalmente ora sembra tutto più a fuoco, più presente, più nitido e "in faccia", laddove l'originale era più oscuro, ovattato, opaco: insomma due chiavi di lettura diverse ma altrettanto valide e supportate da due diversi artwork che perfettamente ne rappresentano il contenuto. Se infatti l'iconica foto originale della centrale Battersea con il maiale volante era carica di toni caldi, la più recente foto utilizzata nel remix è quasi in bianco e nero, fredda, con la centrale circondata da cantieri, e da un certo punto di vista si possono usare simili termini per descrivere rispettivamente il sound delle due versioni dell'album.
Il remix infatti è tendenzialmente più freddo, appunto moderno, non suona più totalmente come un album anni '70, ma come una versione che, a posteriori, si avvicina sì alla pulizia dei precedenti album, ma lo fa con un orecchio attuale, con la potenza del suono data da moderne compressioni ormai tipiche di ogni tipo di produzione, che, tuttavia, paradossalmente, tolgono un tocco di dinamica che donava un maggior impatto a sezioni come il finale di Dogs, ora un pelo più smorzate. 

Quindi, in definitiva, vale la pena ascoltare questo remix? Tutto dipende da quanto siete fan dell'album originale, e da quanto vorreste sentirne una versione realizzata da un punto di vista diverso, che rivela dettagli apparentemente inediti, ma non sostituisce affatto l'originale. Si tratta di un buon remix? Assolutamente. Supererà mai lo status di "curiosità"? Ne dubito. 

domenica 23 dicembre 2018

Top 10 album 2018

Ok, ammetto che rispetto all'anno scorso questo è stato un anno decisamente meno "pieno" di uscite che hanno destato il mio interesse, ed è quindi stato difficile trovarne ben 10. Per raggiungere questo numero ho infatti dovuto fare uno strappo alla regola ed includere cofanetti, riedizioni e via dicendo, quindi anche materiale di 50 anni fa, ed il che la dice lunga. Ovviamente si tratta di gusti miei personali, e sono sicuro che in tantissimi abbiano trovato decine di album del 2018 che adorano, ma per me non è così. Detto questo, c'è da dire che comunque varie uscite interessanti ci sono state, quindi non perdiamo altro tempo e cominciamo dalla numero 10!

10 - Jean Michel Jarre - Equinoxe Infinity 


Ok, ammetto di aver avuto aspettative piuttosto alte nei confronti di questo album, causate soprattutto dall'ottimo Oxygene 3 di un paio di anni fa. Il risultato è comunque buono ed in linea con altri lavori di Jarre, quello che mi lascia perplesso però è la quasi totale assenza di richiami stilistici al primo Equinoxe (paradossalmente una Robots Don't Cry sembra uscire da Oxygene) e la faciloneria di pezzi come Infinity, al livello delle cose che passano oggi per radio. Per fortuna, una volta superati questi due ostacoli, ci si trova di fronte ad un altro degno capitolo della lunga carriera di Jarre.

9 - Steven Wilson - Home Invasion: In Concert At The Royal Albert Hall


Non un'uscita imprescindibile, ma a mio parere ora come ora si tratta del miglior live di Steven Wilson da solista. Non ho mai amato Get All You Deserve, e trovo che la scaletta funzioni molto meglio in questo Home Invasion, riuscendo ad essere coinvolgente dall'inizio alla fine, nonostante le ben due ore e mezza di durata. Se ci aggiungiamo un'ottima band dietro ed una regia azzeccatissima, si può capire la sua presenza in questa top 10. Ne ho parlato qui.

8 - Procol Harum - Still There'll Be More


Un interessante cofanetto celebrativo che, se non fosse per i ben tre CD su cinque relegati al ruolo di meri "best of", rasenterebbe la perfezione. Il resto infatti sono due CD live, uno con orchestra del 1973 ed uno del 1976, e ben tre DVD con bei filmati d'epoca. Certo, se il contenuto fosse stato solo live, magari portando il prezzo a livelli più "popolari", forse sarebbe anche salito in classifica, ma non si può aver tutto... Per maggiori dettagli, vi rimando alla mia recensione.

7 - King Crimson - Meltdown


Si, un altro live dei King Crimson, wow la novità. Scherzi a parte, ne ho parlato nel dettaglio qui, ma riassumendo credo che si tratti della miglior rappresentazione live di questa formazione. La sezione audio è ottimamente mixata ed ha una scaletta molto estesa, mentre la sezione video è decisamente più curata e godibile del precedente Radical Action. Se doveste scegliere un solo album live di questa formazione io consiglierei questo, senza dubbio.

6 - Paul McCartney - Egypt Station


Un album di cui ho parlato piuttosto bene qui, nonostante ci siano brani che mi hanno lasciato un po' perplesso. Tutto sommato si tratta di un ottimo album, soprattutto tenendo conto dell'età di Sir Paul; ma il motivo per cui non raggiunge la top 5 è l'aver notato come il mio interesse nei confronti dell'album sia scemato nel tempo. Insomma, riconosco la sua validità, ma è come venuta a mancarmi la voglia di tornarci abitualmente, e qualcosa vorrà pur dire. Certo, destino comune con praticamente ogni suo album successivo a Chaos And Creation In The Backyard, però...

5 - The Who - Live At The Fillmore East 1968


Da anni si trattava un po' del Santo Graal per i fan degli Who, e nonostante i primi due brani in scaletta continuino a rimanere inediti a causa di problemi di registrazione, la restante ora e mezza è un trionfo della loro tipica anarchia live. Mancano certe finezze negli arrangiamenti che si noteranno all'entrata di Tommy in scaletta, spostando l'equilibrio verso l'improvvisazione più pura e free, ben rappresentata dai quasi 10 minuti di Relax ed i ben 33 di My Generation. Essenziale per i fan degli Who. Ne ho parlato qui.

4 - Uriah Heep - Living The Dream


Questo album devo ammettere che mi ha sorpreso. Inutile negare che i loro migliori lavori risalgano agli anni '70, con una formazione quasi interamente diversa, e che gli Uriah Heep di Living The Dream siano proprio un'altra cosa. Se a questo aggiungiamo l'alto grado di dimenticabilità dei loro ultimi lavori, si può ben capire quale può esser stato il mio approccio a questo album (vista anche la qualità media delle uscite sotto Frontiers). Invece sono rimasto piacevolmente sorpreso dalla qualità dei brani, dall'energia, e da quanto certi episodi riescano ad essere memorabili come poche altre loro cose degli ultimi 40 anni. Un ottimo album di puro e semplice hard rock, come ce ne dovrebbero essere di più oggi. Ne ho parlato qui.

3 - The Beatles - White Album Deluxe


Dopo il riuscito esperimento dello scorso anno con il remix di Sgt. Pepper ad opera di Giles Martin, tutti aspettavano di vedere cosa sarebbe successo al White Album. E a mio parere Giles non ha deluso, regalandoci una nuova versione di questo leggendario album che ci permette di cogliere tanti particolari e dettagli nuovi. Se a questo aggiungiamo gli interessanti Esher Demos e la gran quantità di tracce in studio su altri ben tre CD, siamo di fronte ad un'uscita che se non arriva alla perfezione poco ci manca. Ovviamente l'album originale rimane insostituibile, ma ora abbiamo un'ottima alternativa. Qui ho parlato della versione a 3 CD.

2 - The Beach Boys - Wake The World: The Friends Sessions - I Can Hear Music: The 20/20 Sessions


Ne ho parlato recentemente qui. Si tratta semplicemente di due raccolte di outtake, versioni alternative, a cappella, strumentali, e chi più ne ha più ne metta risalenti al 1968. Un periodo piuttosto particolare ed oscuro nella carriera dei Beach Boys, tra il lento distacco di Brian Wilson dopo il fallimento dei suo Smile, il controverso coinvolgimento di Charles Manson (di cui prevedibilmente non ci sono tracce in questo set) e la tendenza alla sperimentazione che pian piano sparirà dalla loro musica. Quasi tre ore di ascolto che ben completano ed ampliano le Pet Sounds e Smile Sessions e i set dello scorso anno dedicati al 1967, Sunshine Tomorrow. Consigliatissimo a chi voglia approfondire la conoscenza di questa sottovalutatissima band.

1 - Mikayel Abazyan - Something More


Senza dubbio l'album che più ho apprezzato quest'anno. Con il suo mix in bilico tra lo stile di Peter Hammill e virate pop alla Beatles con tanto altro nel mezzo, si tratta di un album di difficile catalogazione, e a mio parere è proprio questo il suo bello. Ottimi brani, interessanti arrangiamenti, gran bei testi, ne ho parlato nel dettaglio qui. Si merita ampiamente il primo posto in questa classifica.



martedì 18 dicembre 2018

The Beach Boys - Wake The World: The Friends Sessions - I Can Hear Music: The 20/20 Sesssions (2018) Recensione

Tecnicamente si tratta di due prodotti distinti, ma essendo usciti lo stesso giorno credo che abbia senso racchiuderli in un'unica recensione. Da qualche anno ormai infatti, principalmente per questioni di copyright, verso fine anno escono vari album celebrativi per il cinquantennale dedicati ai Beach Boys. Gli ultimi due anni ci hanno portato alcune delle cose più interessanti dopo le Pet Sounds e Smile sessions, focalizzandosi sul 1967 e, quest'anno, sul 1968. Se lo scorso anno ci fu anche una pubblicazione estiva nominata Sunshine Tomorrow, che oltre alle outtakes e le tracce live aveva come attrazione il tanto atteso mix stereo di Wild Honey, per poi tornare alla consueta uscita di fine anno con un secondo volume di outtakes ed un terzo live; quest'anno è stato tutto pubblicato in blocco a fine anno, solamente in streaming e download.
Avendo di fatto registrato due album nel 1968, si è scelto di dividere in due sostanziosi set il materiale riguardante Friends e 20/20, che insieme ammontano a quasi tre ore di tracce inedite. Prima di scendere nel dettaglio è doveroso citare l'uscita di un terzo volume, intitolato The Beach Boys On Tour: 1968, che raccoglie vari concerti di quell'anno. Ho deciso di non parlarne qui perchè, seppur interessante, è il classico album che si ascolta una volta e difficilmente ci si torna su, non essendo i Beach Boys riconosciuti come una grande live band. Merita comunque un po' di attenzione per il gran lavoro fatto e l'importanza storica, lo trovate su Spotify.
Tornando agli altri due album, al loro interno possiamo trovare una quantità impressionante di versioni strumentali, a cappella, demo, versioni molto diverse nell'arrangiamento di brani noti e brani inediti, anche se spesso incompleti. Si tratta senza dubbio di un ascolto molto affascinante, in quanto testimonia una fase della carriera dei Beach Boys piuttosto oscura, in cui il controllo e la presenza di Brian Wilson inizia gradualmente a sfumare (già passare dalla sessions di Friends a quelle di 20/20 ci mostra una situazione molto diversa) ed i compagni, specialmente Dennis Wilson, cercano di trovare la loro identità. Curiosa tra l'altro la presenza di Murry Wilson in varie session di Friends, specialmente alla luce del traballante rapporto con il figlio Brian. Impossibile parlare di ogni singolo brano presente, ma è comunque doveroso citare alcuni esempi degni di nota.
Innanzitutto, partendo dal primo volume, è interessante poter ascoltare la complessità di molte outtake di Friends, così come le versioni strumentali di alcuni brani dell'album, in quanto si può notare come l'uso di musicisti aggiunti fa sì che il risultato sia più vicino a Pet Sounds o a Smile, più che a Wild Honey e Smiley Smile. Impossibile poi non citare brani inediti come My Little Red Book, gli appena accennati I'm Confessin' e You're As Good As Can Be, l'interessantissima Be Here In The Morning Darling (da non confondere con Be Here In The Morning). Ci si chiede come mai queste idee siano state abbandonate e mai ripescate, vista la tendenza a depredare i nastri di Smile negli album successivi. Passando a 20/20 invece troviamo tante versioni di Do It Again e All I Want To Do, quest'ultima anche con varie take vocali di Dennis Wilson, che danno un'interessante svolta ad uno dei migliori brani cantati da Mike Love. In questo secondo volume la sezione dedicata agli inediti, o comunque ai cosiddetti scarti, è decisamente più sostanziosa: Sail Plane Song, Old Folks At Home/Old Man River, Walk On By, Mona Kana... Tutti brani di alto livello. Troviamo poi forse la versione più "completa" (per quanto completa possa essere una sequenza di frammenti incompleti) della leggendaria Been Way Too Long, conosciuta anche come Can't Wait Too Long, un brano la cui storia pare misteriosa quanto quella dell'intero Smile. Ovviamente ci sono anche alcuni brani ad opera di Dennis Wilson, che proprio in quel periodo si stava affermando come compositore (quando non si accreditava brani di Charles Manson facendolo arrabbiare, cosa poco consigliabile), e brani come Well You Know I Knew, Love Affair, Peaches (che poi è Never Learn Not To Love, appunto di Manson), l'avanguardia di The Gong e A Time To Live In Dreams ben rappresentano un'identità ben chiara che maturerà nel decennio successivo.
Insomma un ascolto fascinoso e pieno di chicche interessantissime, che non posso che consigliare a chiunque. Impossibile scegliere tra i due, anche se forse per quantità e varietà di materiale il volume dedicato a 20/20 è veramente di altissimo livello. Li trovate entrambi su Spotify: qui e qui.

venerdì 14 dicembre 2018

King Crimson - Meltdown (Live In Mexico) (2018) Recensione

Era proprio necessario un altro album live dell'attuale formazione dei King Crimson? Sì e no direi, tutto dipende dai punti di vista. Chi dice di no probabilmente non percepisce nella band attuale un'evoluzione tale da giustificare una media di due pubblicazioni all'anno, oppure magari pensa che il tour Americano del 2017 sia già abbastanza coperto dal Live In Chicago. E se sicuramente l'evoluzione di questa band, perfettamente in linea con la tendenza generale dei tempi recenti, è decisamente più lenta di quanto tendeva ad essere nelle formazioni precedenti (mettiamoci anche per fattori di età), è anche vero che in praticamente ogni altro caso di analoga età anagrafica neanche si può parlare di evoluzione ormai. Non nascondo di aver avuto e di avere tutt'ora qualche riserva nei confronti di questa formazione, sia per la loro scelta di rispolverare il passato per la prima volta, sia per la peculiare e già ampiamente discussa formazione comprendente tre batteristi. Certo è che, sarà il ritorno di Bill Rieflin come ottavo membro fisso alle tastiere, sarà un generale affinamento degli arrangiamenti, ma già nel live a Chicago ho notato una resa decisamente più a fuoco e apprezzabile. Ma in che senso "a fuoco"? Semplicemente credo che l'aggiunta di un tastierista "fisso" (insieme a Jeremy Stacey, che in varie occasioni passa anch'esso da batteria a tastiere, portando a due il numero di tastieristi, quando non è anche lo stesso Fripp a passare al Mellotron) sposti un po' l'equilibrio verso melodia ed armonia, riuscendo finalmente a contrastare l'ovvia predominanza percussiva, che ora sembra meglio "incastrata" rispetto a prima. Se a questo aggiungiamo la costante aggiunta di brani in scaletta, alcuni azzeccati e altri magari un po' discutibili, si può capire come l'interesse possa permanere.
Ma detto questo, rimane il dubbio sull'effettivo senso di questa release, avendo già il live a Chicago di appena qualche mese prima. E se da una parte io stesso non fatico ad immaginarmi all'ascolto di Chicago più che questo Meltdown in futuro, ci sono due punti che giustificano questa uscita.
Innanzitutto questa tendenza alla sovrabbondanza di uscite live non può essere mal vista dai fan, in quanto se io stesso non sono magari così tanto assiduo "follower" del Re Cremisi, lo sono per altre band, e non immaginate quanto vorrei vedere anche altri usare un analogo approccio alle uscite live, che invece escono con il contagocce. SE escono.
L'altro aspetto importante è che Chicago si trattava di una sorta di bootleg ufficializzato, mentre questo Meltdown raccoglie la parte audio di una serie di concerti (quindi per forza di cose con una scaletta più ampia), e offre una parte video di uno di questi concerti. Una sorta di "ufficializzazione" di quel tour insomma, oltre che seguito ideale di Radical Action... Ma se Radical voleva sembrare un album in studio, con singoli CD "tematici" e senza applausi, Meltdown non nasconde la sua natura live.
Togliamo subito di mezzo la componente video che, nonostante le ovvie riprese statiche, la mancanza di effetti di luce ed, in generale, scenici, l'ho trovata decisamente più godibile di Radical Action. Sarà la scaletta (che, guarda caso, non comprende brani nuovi), saranno i nuovi arrangiamenti, sarà soprattutto l'aver abbandonato quelle orribili riprese sovrapposte preferendo dividere lo schermo quando necessario, ma si tratta senza dubbio della migliore rappresentazione visiva di questa band finora. Si nota divertimento sul palco, sguardi, smorfie, anche da parte dello spesso impassibile Fripp. E se da un lato continuo ad avere fortissimi dubbi sulla Indiscipline di questa formazione (il cantato in particolare), è indubbio che il resto del concerto scorra in modo estremamente fluido e godibile.
La parte audio invece è molto più sostanziosa raccogliendo, come detto, materiale da molteplici date. Si trovano insomma praticamente tutti i brani suonati in quel tour, con la peculiare aggiunta di una manciata di pezzi dal tour europeo di quest'anno in chiusura (le ottime Breathless di Fripp solista, Moonchild e Discipline, oltre ad altre improvvisazioni). Poco da dire sul mix, che nonostante l'ovvia difficoltà data dalla presenza di 8 musicisti di cui 3 batteristi, riesce a mantenersi in un giusto equilibrio tra potenza e chiarezza, facendo notevoli passi avanti rispetto alle prime uscite di qualche anno fa (ma anche il recente Vienna 2016, che sinceramente non mi ha entusiasmato).
Ovviamente l'esecuzione risulta impeccabile, ma permangono, almeno per me, alcune perplessità su certi arrangiamenti. Ci sono brani in cui la devastante potenza della formazione a 8 dà il meglio, regalando loro una potenza veramente incredibile. Parlo di brani come 21st Century Schizoid Man, Easy Money, le varie Larks, Last Skirmish da Lizard; senza però rinunciare a tocchi più fini e delicati in The Letters, Peace e Moonchild ad esempio. Dove invece il tutto pare zoppicare un po' di più è in brani in cui la potenza è tale solo se unita ad una tensione che solamente formazioni più snelle saprebbero dare. Penso sia il caso della pur ottima Fracture, di The Talking Drum, della penultima sezione di Starless (ancora non sopporto quello che sembra essere un brusco rallentamento dopo il crescendo). Notevoli invece le new entry Fallen Angel e Islands, piuttosto fedeli alle originali. I brani dell'era Belew, come la già citata Indiscipline ed una strumentale Neurotica (oltre a The Construkction Of Light, ma quest'ultima è in scaletta da anni ormai) funzionano piuttosto bene, e l'unico punto debole continua ad essere il cantato in Indiscipline, che nonostante mostri un interessante tocco personale di Jakko, non mi entusiasma molto.
Insomma ogni uscita live di questi King Crimson sembra essere la definitiva, riuscendo a migliorare sotto vari aspetti rispetto alla precedente, e questo Meltdown non fa eccezione. Ovviamente chi non apprezza questa formazione difficilmente si ricrederà con questo album, ma è anche vero che io l'ho in parte fatto con Chicago, quindi chissà...
Consigliatissimo ai fan, non certo essenziale per gli altri. Un 8,5 come voto.


lunedì 10 dicembre 2018

Peter Hammill - X/Ten (2018) Recensione

Un'uscita particolare questo X/Ten di Peter Hammill, in quanto si tratta sostanzialmente di una versione live del suo ultimo album, From The Trees. Idealmente ciò chiude un cerchio iniziato con l'EP disponibile un paio di anni fa solamente in Giappone dal titolo V, contenente 5 di questi nuovi brani suonati dal vivo prima ancora di registrarli in studio. Ovviamente in X si nota un approccio diverso da V che, seppur non immune alle consuete imprecisioni e vulnerabilità tipiche di Hammill in sede live, è frutto questa volta di un riarrangiamento basato sulle versioni dell'album e non un qualcosa di più spontaneo e primordiale come era in V. 
I vari brani sono stati registrati nell'arco di poco meno di un anno, tra la fine del 2017 nelle date italiane ed il 2018 in varie altre date europee. Si tratta forse della prima volta in cui Hammill propone un suo intero album dal vivo (ovviamente suonandone solo una manciata di brani a sera, intervallati da altri di epoche diverse), e questo forse spiega la decisione di pubblicare questo disco.
Inutile negare che se non vi è piaciuto From The Trees, X/Ten difficilmente susciterà reazioni diverse in voi. I brani erano già volutamente molto scheletrici nell'album, abbelliti solamente da qualche sovraincisione strumentale e un gran lavoro ai cori: tutti elementi che per forza di cose spariscono dal vivo. Ciò che ne guadagna è quel senso di nuda e sincera umanità che caratterizza i suoi concerti da solista, con però qualche guizzo vocale frutto dell'impulsività e dell'ispirazione del momento: un elemento questo per forza di cose un po' smorzato negli album, dove la ricerca di una pulizia e (quasi) perfezione è anche comprensibile. 
La sensazione è di ascoltare una valida alternativa al lavoro in studio, nonostante le inconsistenze sonore che danno quel senso di "bootleg ufficializzato" che magari farà storcere il naso ad alcuni, rendendo felici altri (come me). Certo però che in alcuni casi una punta di equalizzazione e un'aggiustatina ai volumi non avrebbe guastato (come in On Deaf Ears da Napoli, che ok che in una chiesa la resa sonora è diversa, ma una tale differenza in un album può lasciare perplessi). E gli errori beh, gli errori ci sono, ma chi ancora se la prende per questo genere di cose probabilmente non conosce molto bene Hammill. Così come la voce che mostra ovvi segni dell'età, pur permettendogli, a mio parere, di superare a tratti le performance in studio, sempre per quell'istintività di cui parlavo poco fa. Tutti elementi questi che chi continua a seguire Hammill dovrebbe conoscere bene, e proprio ai fan più assidui è indirizzato questo X/Ten. Poi ho visto anche gente chiedersi l'utilità di questa uscita, ma mi sfugge come si possa usare il termine "utilità" in musica, in generale. 
Personalmente ho apprezzato più o meno tutte le performance, con alcuni casi che superano le corrispettive versioni in studio (Milked) e altre che ahimè si avvicinano soltanto (The Descent), ma mi piace l'idea di avere un diverso punto di vista su questi brani.
Ovviamente permane la speranza di ascoltare altre registrazioni di un tour decisamente migliore di quello da cui fu tratto il boxset PNO GTR VOX qualche anno fa, sia come scalette che come performance. Nel frattempo, questo è un discreto lavoro dedicato strettamente a coloro che hanno amato From The Trees. Avendolo visto in concerto proprio in questo tour è difficile dare un voto totalmente distaccato (nonostante non ci siano tracce da Milano, data in cui ero presente grrr), ma credo che si meriti un 7.
Per chi vuole ascoltarlo, lo trova su Spotify.

martedì 4 dicembre 2018

Queen - Bohemian Rhapsody (Film - 2018) Recensione

Ci sono un po' di premesse da fare prima di iniziare. Innanzitutto, anche se l'ho già scritto tante volte, io sono fan dei Queen praticamente da quando sono nato, esattamente 6 giorni dopo il concerto tributo a Freddie Mercury. Devo a loro la mia formazione musicale, forse a più di ogni altro che è arrivato dopo. Sono il tipo di fan che si è letto decine di libri, ha visto ogni documentario, ha ogni album ufficiale e non, ha una discreta conoscenza dei bootleg e via dicendo. Insomma questo film l'ho approcciato da fan; un fan con ben poche conoscenze in ambito cinematografico, aspetto questo che di conseguenza non sarò certo in grado di approfondire quanto hanno fatto altri.
In ultimo, per forza di cose parlerò anche di varie parti della trama, di alcune scene, quindi se non avete ancora visto il film e non volete spoiler, meglio che non continuiate a leggere.

Dunque, io già dai trailer ero molto dubbioso. Parecchio a dire il vero. Già si notavano varie scene inventate, una certa impronta caricaturale di alcuni dei personaggi, ed in generale era ovvia l'intenzione di far girare tutto intorno a Freddie e non ai Queen, tanto per capitalizzare ancora un po' sulla sua immagine (cosa che già è capitata con ogni album dal vivo recente dove in copertina c'è solo lui e non l'intera band: tipo Rock Montreal, Budapest, Rainbow, Hammersmith, ma vabbeh). Da fan però non potevo non vederlo il film, sperando di cambiare l'idea che il trailer mi aveva creato. Purtroppo ho potuto vederlo in italiano, perdendo quindi una importante fetta che riguarda la recitazione. E dico purtroppo anche perchè i momenti "cringe" sono vari ("c'è spazio per una sola queen isterica nel gruppo": ma seriamente fate?), facendo perdere senso a troppe frasi e battute. Ma questo è parte del gioco e riguarda ogni film doppiato, diciamo però che in questo caso sarebbe stato molto meglio trasmetterlo in lingua originale sottotitolato, a mio parere.
Che dire dei personaggi? Ci sono alti e bassi indubbiamente. Ho trovato piuttosto centrate le rappresentazioni di Brian May e John Deacon, discreta quella di Taylor, e piuttosto altalenante quella di Freddie. Ovviamente è fuori da ogni dubbio il fatto che Rami Malek sia un ottimo attore, e alcune scene lo dimostrano anche in questo film; ma vedere un Freddie con una costante espressione da pesce bollito che sembra quasi sempre ammiccare, due occhioni da cucciolo bastonato e dei denti davvero troppo esagerati (dai, capisco la necessità, ma non riesce neanche a chiudere la bocca!) diciamo che mi ha lasciato un po' così. Poi certo, chiunque dice che è impossibile essere più vicini all'originale, quindi facciamo finta che mi fidi di questa affermazione e che il caro Malek non mi ricordi le decine di cantanti da tribute band che senza baffi finti e giacca gialla proprio non riescono a cantare (non che poi con quelli ci riescano eh). Invidio che dice che Malek in questo film sia uguale a a Mercury, mi piacerebbe avere i loro occhi in prestito. Sulla fedeltà degli altri personaggi non si può dire molto, essendo abbastanza "fuori" dalla lente di ingrandimento pubblica. Diciamo che è stato fatto un buon lavoro su questo aspetto.
Il film in generale scorre abbastanza bene, con una buona alternanza tra musica e film vero e proprio, anche se il ritmo risulta un po' discontinuo. Sulla fedeltà delle scene live c'è effettivamente poco da dire, e a voler fare proprio il rompiballe avrei voluto un Malek più convinto a livello facciale (decisamente esagerato il movimento della bocca, senza però trasmettere l'idea di un minimo sforzo per emettere le note), ma per il resto chapeau. Menzione particolare per l'ottimo lavoro di Marc Martel alla voce in alcune scene, virtualmente quasi indistinguibile da Freddie. E no, non è Malek a cantare, nonostante alcuni recensori lo dicano.
Quello di cui molti si lamentano è il poco realismo della storia, a cui di solito si risponde "eh ma mica è un documentario, se vuoi le cose realistiche guardati quello". Che è un po' come dire "se non ti piace la mia recensione vai a leggertene un'altra", ma ormai sei qui, quindi... No, non è un documentario e non lo deve essere, però c'è da fare un importante distinguo: un conto è esagerare gli eventi, drammatizzarli, e un conto è inventarli o renderli totalmente irrealistici e poco credibili. Questo secondo caso è ciò che succede più volte in Bohemian Rhapsody. Si può sorvolare sulla scelta di condensare e riassumere certi eventi (tipo la fondazione della band), perchè si tratta di una scelte comprensibili dettate dalla durata del film, così come su ALCUNI spostamenti temporali di questo o quell'evento, se necessari alla storia (l'incontro con Mary Austin, Top Of The Pops, la diagnosi dell'AIDS...). Ci sono però molteplici momenti in cui non potevo che chiedermi "perchè"?
Rock In Rio. Esistono molteplici testimonianze a riguardo, fra cui un frammento tratto da Radio Gaga nel video di One Vision, in cui si vede chiaramente Freddie con i baffi e la panzetta da post bagordi festivi (era il Gennaio 1985) e loro cosa fanno? Lo mettono nel 1976. Freddie con i capelli lunghi, senza baffi che, insieme a Brian alla chitarra, canta Love Of My Life rievocando il rituale in cui il pubblico la canta a sua volta. Ed il tutto a far da sottofondo alla scena in cui Freddie comunica a Mary la sua bisessualità. Una scelta totalmente inutile ed insensata oltre che storicamente impossibile. La scena poteva avere lo stesso Love Of My Life in sottofondo, magari lui che le fa ascoltare il demo a cui sta lavorando, o se ambientata successivamente bastava averla in sottofondo da un qualunque concerto, non era necessario il Rock In Rio a mio parere. Oltre al fatto che nel 1976 un festival con più di 200000 persone in un paese sudamericano era pura fantascienza. Fantascienza non necessaria alla trama.
Poi già nel trailer la scena dedicata alla creazione di We Will Rock You mi aveva lasciato perplesso alla scelta di ambientarla negli anni '80, ma magari, mi dicevo, avrà un senso nella trama. E no, la sua unica utilità è quella di introdurre una bella sequenza live al Madison Square Garden del 1980. Sequenza che avrebbe potuto avere qualunque canzone, magari proprio la Another One Bites The Dust che appare poco dopo. Altra scelta che non mi spiego. Avrebbero ad esempio potuto aprire una parentesi sull'iconico periodo di Live Killers con una scena di natura analoga, indubbiamente più vicino temporalmente alla nascita di We Will Rock You, anche come immagine della band... Poi Fat Bottomed Girl nel tour americano del 1974: con tutti i pezzi di quegli anni che ci sono vanno a prenderne uno del 1978. Seriamente, perchè?
L'apoteosi poi si raggiunge con la scelta di far sciogliere la band, presumibilmente intorno al 1983, anno in cui ci fu effettivamente un periodo sabbatico, non uno scioglimento. Ovviamente, per cercare il facile "drama" la colpa viene data alla scelta di Mercury di intraprendere una carriera solista, firmando un contratto per 2 album. E ok Mr. Bad Guy, ma mi piacerebbe sapere quale sarebbe il secondo. Ma a parte questo, non mi va tanto giù la scelta di dare la colpa a Mercury per una cosa che non è mai accaduta, specialmente se consideriamo poi che sia Taylor che May pubblicarono lavori solisti prima di lui. Il fatto che entrambi siano coinvolti nella produzione del film e che l'unico personaggio con una qualche accezione negativa nel film è Freddie e MAI loro, mi puzza un po'. E prima che qualcuno mi dica che più che di Mercury la colpa è di Paul Prenter, vi faccio notare che la facilità con cui viene manipolato Freddie in questo film non lo rappresenta comunque nel migliore nei modi a mio parere, rappresentandolo meno "forte" di quanto era in realtà.
Ovviamente tutto va a posto in vista del Live Aid, che si rivela essere il culmine e gran finale del film in cui (salvo l'annuncio dalla malattia di Freddie che rende il concerto ancora più importante ed emozionante) tutti sembrano essere felici ed il film si conclude in modo, tutto sommato, positivo. Ma, dico io, se si voleva creare il "drama", non sarebbe stato meglio raccontare fatti veri ed enfatizzarli un po'? Ad esempio, invece dell'insensato scioglimento, perchè non spostare il momento drammatico su Sun City? Concerti controversi, con l'opinione pubblica contro, Freddie che ha perso la voce e hanno dovuto annullare varie serate. Lo stesso Live Aid, secondo molti, era un tentativo di ripulirsi l'immagine. Devo credere che Brian e Roger vogliano cancellare l'evento controverso non raccontandolo alla miriade di fan non certo "hardcore" che vedranno in film. preferendo inventarne uno nuovo e dando la colpa al povero Freddie che tanto non può più dire la sua? "Freddie avrebbe voluto così" dice Brian May rivolto ad ogni singola cosa recente a nome Queen, compresi i tour con Adam Lambert. Facciamo finta che mi fidi, anche se non è così.

Insomma, si tratta di una sorta di immaginario viaggio Disneyano in un mondo Queen che oscilla senza continuità tra fedeltà maniacale ed eventi inventati di sana pianta, finendo per accontentare i fan occasionali dalla lacrimuccia facile. Rimane un ottimo film, che sa intrattenere, ma che per esser goduto appieno è necessario non essere pignoli come il sottoscritto. Perché comunque ci sono buone scene più che godibili, come la registrazione di Bohemian Rhapsody e il Live Aid.
Ora spero che i carissimi Brian e Roger non passino il resto della vita in tour con il tizio dei talent e si decidano a tirare fuori qualcosa dagli archivi, perchè è quello che tanti fan vorrebbero da decenni.
Per chi invece volesse capire qual è la mia idea di biopic ben riuscita, consiglio Love & Mercy su Brian Wilson, dove gli eventi vengono sì esagerati ma mai inventati, e si ovvia al tempo limitato dalla durata del film focalizzandosi su due fasi ben precise della sua vita, usando due attori diversi. Ecco, se in quel caso la non totale somiglianza degli attori a Brian Wilson non mi ha affatto disturbato, un motivo ci sarà.

Ma il tizio della EMI, tale Ray Foster, perchè somiglia in modo impressionante a Jeff Lynne?




 

martedì 13 novembre 2018

Steven Wilson - Home Invasion: In Concert at the Royal Albert Hall (2018) Recensione


Dopo aver "mancato" i tour di Raven e Hand, Steven Wilson decide di immortalare il tour di To The Bone con questa uscita. E già me li vedo certi fan a strapparsi i capelli per l'alta percentuale di brani dall'ultimo album presenti in scaletta, quasi come accadde nel lontano '81 con i Genesis quando promuovevano Abacab. Il fatto è che un artista fa un tour per promuovere il suo ultimo album, è così da sempre, ed è ovvio che faccia varie canzoni tratte da quello: se non vi piace l'album, evitate il tour che lo promuove. Poi ci sono io che non ci vado anche se mi piace l'album perchè sono povero, ma quello è un altro discorso. Ma tornando a questo Home Invasion, una cosa che posso subito togliere di mezzo è il fatto che, a mio parere, acquistare la versione solo CD è uno spreco di soldi. I brani sono suonati in modo ottimo, forse fin troppo, e quindi la sensazione di ascoltare versioni leggermente diverse di brani già noti è molta; senza l'elemento visivo è un live che personalmente ascolterei forse una volta per curiosità. Ma la versione video è tutt'altra cosa.
La regia utilizzata per questo live mi ricorda molto certe cose di Hamish Hamilton per Peter Gabriel nei primi 2000, con uno stile indubbiamente moderno ma che si adatta ai singoli brani. Se quindi il brano in questione è lento e disteso si avranno riprese di questo tipo, mentre invece in parti più concitate ci sembrerà di avere un attacco epilettico. Se di solito odio quest'ultimo tipo di regia, d'altro canto credo che se usata in modo misurato, come succede qui, funzioni bene. Alcuni effetti visivi proiettati dietro al palco o davanti sul solito telo trasparente vengono a volte "aumentati" venendo trasportati anche sul video vero e proprio, che è una scelta a mio parere un po' discutibile ma, anche qui, non succede continuamente quindi è apprezzabile. Ovviamente la qualità generale è superba, nonostante il da me odiato 21:9 (4:3 forever, accetto il 16:9 con riserva).
Arrivando alla scaletta e alle performance che dire? La band in generale è ottima, con i già noti Nick Beggs a basso e stick e Adam Holzman alle tastiere, si aggiungono Alex Hutchings alle chitarre e Craig Blundell alla batteria (ottimi entrambi, alle prese anche con materiale di Govan e Minnemann, ricordiamo). Blundell in particolare l'ho apprezzato particolarmente dopo averlo precedentemente ascoltato con i Frost* (brrr, e non per il freddo), presumo grazie a canzoni ben diverse. Lo stesso Steven Wilson l'ho trovato molto più sicuro e solido nel cantato rispetto a qualche anno fa.
La scaletta, come detto, ci offre gran parte di To The Bone (completo in sostanza, a parte la title track) in modo molto fedele, anche grazie alla presenza di Ninet Tayeb in Pariah, Blank Tapes ed una People Who Eat Darkness trasformata in un ulteriore duetto. Permanating vanta l'aggiunta delle ormai famose ballerine, tanto per dar ancora più fastidio ai proggettari snob, bravo Steven. E proprio questi proggettari però possono tirare un sospiro di sollievo per la presenza di Home Invasion/Regret #9, Ancestral, Arriving Somewhere But Not Here e Sleep Together. Certo, li ascolteranno al grido di "non è lo stesso senza Gavin Harrison", ma che ci possiamo fare? Io li ho apprezzati molto questi brani, in particolar modo Ancestral che, grazie all'ottima regia, è riuscita a farmi mandare giù anche la sezione strumentale conclusiva, che ho sempre considerato come il punto più prevedibile, debole e "già sentito" dell'intero Hand. Cannot. Erase. 
Nel mezzo troviamo due ripescaggi dal caro vecchio In Absentia, The Creator Has A Mastertape e The Sound Of Muzak, che ho apprezzato pur non essendo un grande fan dei Porcupine Tree (uuhh).
Verso la fine Steven si prodiga in una Even Less in solitaria e conclude con l'ormai canonica The Raven That Refused To Sing. Una scaletta di più di due ore e mezza che ti lascia con la voglia di ascoltare di più, ed è cosa rara in concerti di questa lunghezza.
Una pecca in tutto questo volendo è stata la scelta di filmare una sola serata invece di fare una compilation di due o tre, visti i cambi in scaletta. Come conseguenza ci troviamo ad esempio una Routine filmata al soundcheck, che, vista la presenza di Ninet, è un po' un sacrilegio la sua non presenza in scaletta. 
In definitiva, è ovvio che se To The Bone non vi è piaciuto, difficilmente vi piacerà questo live, o almeno la parte di esso dedicata a quell'album. Per chi invece rivuole i Porcupine Tree ci sono i Pineapple Thief, che riescono benissimo nell'esserne una copia sbiadita (elogiati infatti anche e soprattutto da chi bocciò To The Bone, nonostante il primo singolo del loro ultimo album suoni sospettosamente simile alla title track del lavoro poppettaro di Wilson), e ora anche con Gavin Harrison in formazione! Io personalmente non dimenticherò mai l'ora e tre quarti di noia mortale quando li sentii a Veruno nel 2015, ma a ognuno il suo suppongo.
Concludendo, consigliatissimo in formato video, un po' meno la versione in CD, come voto si merita un 8.


domenica 16 settembre 2018

Paul McCartney - Egypt Station (2018) Recensione


Ed eccoci a parlare di un nuovo album di un ex-Beatle, un evento di cui dovremmo in ogni caso ringraziare della fortuna che abbiamo nel potervi assistere. Preceduto da tre singoli, arriva a ben cinque anni dal precedente New e si rivela essere un lavoro piuttosto diverso, come vedremo più avanti. Dicevo preceduto da tre singoli, di cui i primi due usciti in coppia (Come On To Me e I Don't Know, di cui ne ho parlato qui e la mia idea a riguardo non è cambiata), ed un terzo che mi lasciò alquanto perplesso. Fuh You infatti mi convinse a non preordinare l'album ed aspettare di ascoltarlo su Spotify all'uscita prima di spenderci dei soldi, tanto mi colpì in negativo. Si tratta infatti del prototipo di un tipico brano millenial pop, dalla composizione con i soliti accordi triti e ri-triti alla (orribile) produzione, senza neanche parlare dell'inutile e vuoto testo. Il tutto però con la voce di un ultrasettantenne, tanto per lasciare un enorme punto di domanda a chi ascolta. C'è però da dire che il bell'intermezzo con archi che tanto ricorda alcune cose degli ELO fa imbestialire ancora di più, in quanto bisogna sopportare tutto il resto della canzone per arrivarci.
Quindi diciamo che, alla luce di ciò, ho affrontato l'album con cautela. Un album le cui canzoni dovrebbero esser viste come delle stazioni di un viaggio, il che può esser visto tanto come un concetto banale, forzato, inutile o semplicemente carino; per me è abbastanza irrilevante. A giustificare ciò ci sono due brevissimi strumentali (Opening Station e Station 2) che, seppur non necessari, sembrano voler dare appunto un senso di unità al tutto. L'album è, in generale, l'ennesimo esempio del McCartney moderno: costantemente in bilico tra tendenze, appunto, moderne e ovvi rimandi al gusto melodico e agli arrangiamenti dei lontani tempi dei Beatles. Può esser strano aprire con la lenta I Don't Know, ma essendo un gran bel pezzo si può dire che funzioni alla grande. Si rimane nel familiare con Come On To Me per poi lasciar spazio all'acustica Happy With You, che è un po' la Blackbird del disco: un grazioso quadretto acustico con un che di nostalgico. E già qui si può notare come gli arrangiamenti siano decisamente più variegati e "colorati" rispetto al precedente New. Who Cares ci porta il Paul più rockeggiante "alla Get Back" che torna sempre almeno una volta in ogni album. Poi arriva la temibile Fuh You e facciamo un saltino a Confidante, altro brano acustico questa volta però piuttosto anonimo a mio parere. Insomma questo duo di brani può esser visto come il punto basso dell'album, che per fortuna da qui in poi si riprende gradualmente. Sì, perchè la pur banalotta People Want Peace non può non essere contagiosa, al di là del sempre valido messaggio che a questo punto dovremmo aver compreso da tempo ma evidentemente non è così. Hand In Hand è invece uno dei brani che preferisco in assoluto in questo disco. Un McCartney particolarmente malinconico letteralmente da pelle d'oca; qua siamo ai livelli della bellissima Jenny Wren da quel capolavoro di Chaos And Creation In The Backyard. Poi, detto fra noi, capisco che voglia arrivare ai giovincelli, ma Hand In Hand sarebbe stato un singolo 100 volte migliore di Fuh You. 
Dominoes è un altro gran bel pezzo in cui ho notato una piccola curiosità, non penso voluta. Verso la fine possiamo notare un assolo di chitarra registrato al contrario, che certamente non è una novità per Paul, ma curiosamente è la stessa cosa che accade alla fine dell'omonimo (anche se diverso) brano di Syd Barrett. Curiosità a parte, è un brano che ho davvero apprezzato, che mi ricorda certe cose dei tempi dei Wings. Back In Brazil invece secondo alcuni si tratta del peggiore brano del disco: ora, non è un capolavoro, ma non è neanche Fuh You. Si tratta di un altro brano ballabile del Macca più moderno, ma non per questo irritante. Apprezzabile direi, anche se indubbiamente fa un po' inciampare un album che stava andando alla grande. Do It Now è invece un'altra gran bella ballata piano e clavicembalo in quello stile che tanto gli viene bene. Davvero molto bella, fa capire in che genere di canzoni il Macca ultrasettantenne sappia ancora eccellere come pochi. Ceasar Rock è una bella sorpresa: uno strambo pezzo rock che lascia spazio ad un sorprendente Paul versione urlatore alla "Monkberry Moon Delight", cosa che personalmente credevo ormai oltre le sue possibilità, e invece... Ed eccoci finalmente a Despite Repeated Warnings, indubbiamente la punta di diamante dell'album. Sette minuti di saliscendi e cambi con un testo metaforico e critico nei confronti di certi personaggi che negano la grave situazione climatica che stiamo vivendo. C'è chi dice che sia sulla Brexit, chi su Trump, a ognuno la sua... Fatto sta che, tolti un paio di cambi forse leggermente forzati, a mio parere si tratta di uno dei risultati più sorprendenti e riusciti del McCartney più recente. La breve Station 2 ci porta alla conclusione con il medley Hunt You Down\Naked\C-Link. L'inizio è un rock piuttosto semplice e, presumo, volutamente banalotto, mentre la bellissima Naked sembra davvero arrivare dai tempi dei Wings con quel suo andamento cadenzato non lontano da cose come Call Me Back Again. C-Link invece è un interessante e inaspettato strumentale con Paul che si improvvisa chitarrista dalla vena blues su un bordone d'orchestra, presumo, in do. Una particolare e, in un certo senso, audace conclusione dell'album come spesso è capitato in altri suoi lavori recenti (dove spesso erano presenti ghost track). 
Quindi che dire in conclusione? Beh, per quanto mi riguarda è un album decisamente più solido di New, pur non offrendo forse brani memorabili come Queenie Eye o la title track, è comunque innegabile che in Egypt Station ci siano in generale molti meno brani deboli. Un album che sa suonare vario ma coerente; merito anche di una produzione ottima (oltre alla presenza di un solo produttore, a differenza di New che se non ricordo male ne contava tre e suonava sconnesso per quel motivo). Produzione che però, a mio parere, viene "schiacciata" dal consueto mastering da omicidio che spinge ogni cosa al massimo del volume: che si tratti di un intero gruppo o della sola chitarra acustica, il volume è esattamente lo stesso. Ma ormai si sa che questa è la tendenza, e perlomeno non si è arrivati al clipping come in Toto XIV. Bella anche la copertina, realizzata dallo stesso McCartney, con il suo tripudio di colori e dettagli, come ormai se ne vedono sempre più raramente purtroppo.
In definitiva, un album non certo perfetto ma in generale il migliore da Chaos And Creation In The Backyard, oltre che uno dei migliori usciti quest'anno. Un 8 come voto. 

martedì 11 settembre 2018

Veruno 2 days prog + 1 Festival - 09/09/2018

Si sa, nonostante i miei 26 sono vecchio dentro. Questo significa che ogni anno dal 2015 in poi (la mia prima volta a Veruno) ciò che mi attira è sempre un grande nome internazionale dalla carriera ormai cinquantennale che diversamente può essere ben difficile, se non impossibile, vedere. John Lees' Barclay James Harvest, Uriah Heep, Procol Harum e quest'anno Vanilla Fudge. Ogni volta non so nulla delle band che suonano prima in quel giorno, e di conseguenza non ho mai alcun tipo di aspettativa a riguardo, tenendomi comunque pronto a fare nuove scoperte nel caso, rimanendo però quasi sempre più o meno deluso o indifferente (con l'unica eccezione degli eccezionali Arabs In Aspic nel 2015). Quest'anno il trend si è a grandi linee ripetuto, ma andiamo con ordine.

Nel pomeriggio, nel vicino auditorium, hanno suonato i Mindspeak. Non ho avuto modo di ascoltare il loro intero set, ma da quello che ho potuto sentire ho notato una band molto solida e potente a livello strumentale, con forse qualche indecisione a livello vocale. Bel suono, in particolare il tastierista che ho sentito molto presente e con suoni spesso "vintage" che non guastano mai. Certo, personalmente mi chiedo se davvero ci sia bisogno di un'altra band d'ispirazione a grandi linee "stevenwilsoniana" visto che ormai tanti ci cadono e sembra essere la via principale, quando non l'unica, del prog moderno. Perlomeno la loro presenza mi ha risparmiato la mediocrità degli Isproject, presenti gli altri giorni.

Andando al main stage troviamo gli Smalltape ad aprire. Ho apprezzato anche qui la notevole precisione nell'esecuzione, le buone performance del cantante e la piacevole presenza di un sax ottimamente suonato che ben si amalgama ad un suono comunque piuttosto moderno. Personalmente ho trovato alcuni brani un po' troppo lunghi alla luce del contenuto, ma gran parte del set è risultato comunque coinvolgente e piacevole, specialmente verso il finale, ma in generale li ho apprezzati decisamente più della band che seguirà.

Seguono infatti i Kyros, e se da un lato, di nuovo, non c'è niente da dire sulla precisione di esecuzione, a cui aggiungo una buona presenza scenica del cantante/tastierista (ma da parte di un po' tutti a dire la verità), sul resto ci sarebbe molto da dire. A partire dalla presenza di tendenze metal che immediatamente spengono il mio interesse trasformandolo in mera sopportazione (ma qui si tratta di gusti personali e lo so benissimo), aggravate da un irritante (ab)uso di elettronica specialmente nei toni bassi, che se fosse stata usata con più senno ed in punti chiave avrebbe potuto avere il suo perchè, ma quando il 70% del loro set ha bassi potentissimi che mi hanno letteralmente fatto venire mal di testa, no grazie. Avrei anche sopportato il cantante spesso calante se non fosse stato per il resto. Peccato perchè i primi minuti mi erano anche piaciuti. Quasi. E loro sono stati comunque in generale molto bravi e simpatici.

Tocca poi ai Von Hertzen Brothers, che mi chiedo cosa ci facciano ad un festival prog. Intendiamoci, tecnicamente sono stati impeccabili: voci perfette sia del cantante principale da solo che, soprattutto, in armonia, una buona resa in generale ed una ottima presenza da parte del tastierista in alcuni brani. Cioè, sono un ottimo gruppo, niente da dire, ed è stato un peccato che uno dei due chitarristi abbia avuto problemi tecnici per gran parte del set, perchè comunque l'esecuzione è stata ottima sotto ogni punto di vista (a parte i consueti problemi di volumi che tendevano a favorire la batteria creando un po' di confusione, ma questa non è certo colpa della band). Il "problema" qui è che, da quello che ho sentito a Veruno, si tratta di una rock band piuttosto canonica. Cioè, ottime armonie e canzoni comunque belle per carità, ma non è che se hai canzoni che superano i 6 minuti e puoi vantare un tastierista in formazione automaticamente sei prog. Se ci si basa su questo allora sono prog anche i Deep Purple, i Toto, i Whitesnake, e potrei continuare... Perchè se tutto è prog, allora niente è prog. E mi starebbe pure bene, per carità, odio parlare in termini di generi (perchè io sono fan di band e artisti, non di generi), ma quando un festival fa di un dato genere la sua bandiera, certe riflessioni si è portati a farle...

Per fortuna a chiudere in bellezza ci pensano i Vanilla Fudge. Divertente come abbiano in sostanza messo a posto i loro strumenti e siano partiti senza aspettare di essere presentati. Che dire qui? Setlist ottima, la cui unica mancanza, a voler essere proprio pignoli e pedanti, è la loro malatissima versione di Eleanor Rigby dei Beatles, brano che adoro in ogni versione. Per il resto, è quasi imbarazzante lo stacco in termini di solidità sonora, dinamismo, calore, coinvolgimento, professionalità rispetto ad altre band della serata e non solo. Indubbiamente si fa sentire l'esperienza cinquantennale, certo però che vedere degli ultra-settantenni avere più energia di alcuni ventenni fa pensare... Peccato per l'assenza di Carmine Appice alla batteria (assente sia a causa del tour americano dei Rascals pianificato precedentemente, sia per motivi di salute che non gli permettono di viaggiare in aereo), sostituito comunque da un giovane batterista che sa il fatto suo. L'assenza di Appice ci ha regalato però una People Get Ready cantata, in via del tutto eccezionale, da Mark Stein, che tira fuori tutta la sua americanità in una prestazione da pelle d'oca.
Il set alterna riarrangiamenti recenti come Gimme Some Lovin', Break On Through (che finalmente ho potuto apprezzare essendo stata suonata da una band che non sono i Doors, che trovo irritanti), I'm A Believer, a classiconi come You Keep Me Hangin' On, Some Velvet Morning, e Season Of The Witch (quest'ultima con un assolo spettacolare di Vince Martell). A sorpresa come bis c'è un riarrangiamento di un brano "oscuro" dei Beatles tratto da A Hard Day's Night: You Can't Do That. Mai mi sarei aspettato di ascoltare un brano dei primi Beatles culminare con una doppia cassa, eppure... Applausi a non finire per una band che ha fatto la Storia ed è ancora in grado di suonare a livelli altissimi.
Piccolo appunto per quanto riguarda il volume delle tastiere, a mio parere troppo basso. Non è la prima volta che succede, anzi ormai è un appuntamento puntuale, ma vedere un Hammond in tutta la sua imponente bellezza e poi sentirlo a malapena, in quanto sovrastato dal volume degli altri strumenti, mette un po' di tristezza. Ok, sarò di parte avendo combattuto per anni contro questa tendenza, da tastierista a mia volta, però ci sono band in cui tastiere e chitarra/e dovrebbero essere alla pari a mio parere. Spero che in altre posizioni si sia sentito meglio.
A parte questo, l'organizzazione si è dimostrata sempre ottima sotto ogni aspetto, e ho apprezzato come di anno in anno il palco acquisti luci, schermi, ed in generale sembri sempre più di alto livello. Certo, si potrebbe abusare un po' meno del lampeggio veloce delle luci a mo di discoteca, ma sono gusti.
In ultimo, un piccolissimo dilemma.
Ma se per sicurezza fate buttare i tappi delle bottiglie all'entrata, comprensibilmente per carità, ha senso vendere bottiglie con tappi e addirittura lattine all'interno? Deve trattarsi di un'altra tipica contraddizione all'italiana.
A parte questo, ottimo festival come sempre, a cui spero di ritornare anche il prossimo anno!

giovedì 16 agosto 2018

Mikayel Abazyan - Something More (2018) Recensione

In un anno povero di uscite, per il sottoscritto, rilevanti, ecco finalmente un lavoro in grado di risollevare le sorti di un anno piuttosto incolore per la musica. Mikayel Abazyan, dall'Armenia, può forse essere noto ad una certa cerchia di persone per il suo collegamento a Peter Hammill, alla luce del suo tributo Something Deep Within Me del 2016 (oltre alla sua presenza nell'altro tributo All Of Us Pilgrims, realizzato con i membri del gruppo Facebook The Top Of The World Club) e della sua vocalità indubbiamente influenzata da esso, a tratti davvero molto vicina anche a livello timbrico. Ma questo Someting More è diverso innanzitutto nella sua natura, essendo un album di brani nuovi. Certo, l'influenza "Hammilliana" si sente a tratti nella già citata impostazione vocale e non solo, come è normale che sia, ma non è affatto l'unica via intrapresa in un album veramente interessante.

Shortcut apre l'album e già mette in chiaro ciò che ci troveremo davanti nel resto dell'album: si parla della vita, delle domande che essa ci fa porre. Il brano, caratterizzato da ripetuti riff ritmici di chitarra ed un costante crescendo, mostra certamente la già citata influenza stilistica di Peter Hammill, così come la successiva When?. Ciò che ho notato però, se proprio bisogna fare confronti tra i due, cosa comunque non certo necessaria, è un gusto melodico più spiccato nello stile di Mikayel, cosa che ho molto apprezzato. When? si dimostra essere un brano certamente più oscuro e misterioso, parlando dei dubbi su quando precisamente qualcosa è iniziato ad andare storto in una data situazione. Ho davvero apprezzato molto l'atmosfera che è in grado di creare, non lontana da quella di un vecchio film, non saprei spiegare meglio. Pitfalls riesce ad essere ancora più oscura, oltre che uno dei miei brani preferiti dell'intero album. Gl incroci di piano e archi, l'interpretazione intensa di Mikayel, le sinistre dissonanze che appaiono a tratti, l'armonica: tutto è in perfetto equilibrio in questi quasi 9 minuti. Il risolutivo crescendo ci porta, senza alcuna pausa, alla successiva What You Are, brano decisamente più positivo e ritmico del precedente. Ho particolarmente apprezzato, in questo brano ma non solo, la scelta di lasciar respirare la musica, che mai risulta claustrofobica, ma neanche finisce per annoiare. Bellissimo il riff doppiato dalla voce poco dopo la metà del brano. Lo spaventoso rumore di un terremoto introduce The Crack In The Ceiling, altro brano molto intenso che parla proprio del trauma che un terremoto può causare. Qui piano e voce fanno da padroni, fino a che l'inaspettata ma azzeccata tromba di Rafael Tatencyan fa capolino rendendo il brano ancora più affascinante. Le successive Lake Of Gusts e 15 Minutes Will Do alleggeriscono un po' la tensione portandoci in territori più "pop" che, per quanto mi riguarda, sono i benvenuti. Lake Of Gusts in particolare mi è rimasta in testa tanto da ritrovarmi a canticchiarla più volte. Diciamo che si sente qui un'influenza Beatlesiana che non posso non apprezzare. Entrambe sono ottimamente suonate, cantate e riarrangiate, con tocchi di classe come ad esempio la distorsione sulla voce, la chitarra con il wah e gli inserti di violino di Rima Mirzoyan (che ritroveremo anche nelle ultime due canzoni) in Lake Of Gusts. Che dire poi di No More? A mio parere il brano centrale dell'album, ispirato dalla recente sequela di tristi addii a personaggi che ci hanno segnato la vita in diversi campi artistici e non. Bella melodia, ottimo arrangiamento, e davvero intenso il finale. Uno dei pezzi più commoventi che io abbia mai avuto il piacere di ascoltare. Se anche l'album finisse qui per me sarebbe un capolavoro, ma ecco Castles Of Clouds (in sleep paralysis) che con un colpo di coda porta l'album alla sua conclusione nel migliore dei modi. Un bellissimo brano con un che di malinconico ed una melodia che mi ricorda un po' lo stile di Ray Davies, ed il che è un'ottima cosa.

Cosa aggiungere? Senza dubbio l'album migliore del 2018 per me. Le canzoni sono tutte memorabili e ben scritte, gli arrangiamenti sempre ottimi, le performance, sia di Mikayel che dei musicisti coinvolti, anche. Stili variegati e generi musicali diversi fra loro riescono a convivere in equilibrio in un album che riesce comunque a mantenere una chiara e definita direzione. In ultimo ho molto apprezzato i testi, sicuramente non banali e che richiedono attenzione per essere compresi ed apprezzati.
Un 9 abbondante come voto per me.
Vi consiglio caldamente di andare ad ascoltarlo e, perchè no, a comprarlo qui su Bandcamp, perchè merita davvero molta attenzione.

mercoledì 27 giugno 2018

Paul McCartney - Come On To Me \ I Don't Know (single 2018) Recensione

È di poco più di una settimana fa l'annuncio del nuovo album di Paul McCartney, chiamato Egypt Station, in uscita il 7 Settembre. Come da tradizione, ciò è coinciso con la pubblicazione di un singolo, che però in questo specifico caso si tratta di un "doppio lato A". Ebbene si, da quando i singoli non sono più principalmente pubblicati su 45 giri, è ormai sostanzialmente desueta la formula del singolo formato da due brani, rispettivamente lato A e B; risultando quindi il più delle volte in singoli nel vero senso della parola: composti da una sola canzone. Vuoi metterne due? Doppio lato A!
E questo ha fatto il Macca, ricorrendo anche all'ormai standard del lyrics video in attesa di quello vero e proprio (che sicuramente sarà di uno solo dei due brani). Scelta azzeccata anche considerando la natura diversa dei due brani in questione, che sembrano quasi rappresentare i due estremi dell'anima pop di Paul (niente simil-fireman qui per ora insomma).
Come On To Me è il tipico brano ritmato semplice semplice che fatto da chiunque passerebbe inosservato, ma visto il personaggio in questione sarà la classe, sarà mestiere, sarà quello che volete, ma non può non coinvolgere. Di certo non è un brano che mi ha colpito quanto mi colpì New o Queenie Eye qualche annetto fa, ma in questi tempi di musica fondata sulla monotonia e sulla mediocrità, quel ritornello spensierato non può che purificare l'aria per qualche minuto.
Di certo però I Don't Know si rivela essere un brano di ben altro livello. Come dicevo, dopo il Paul spensierato del primo pezzo, ecco qui quello malinconico al pianoforte per bilanciare. E ammetto che dopo un paio di ascolti non fatico a percepire I Don't Know come una delle cose migliori della sua recente produzione: non ricordo un brano paragonabile a questo nello scorso New. Tra l'altro, non so se volutamente o meno, l'inizio al pianoforte ricorda molto Now and Then di John Lennon, brano esistente solo in versione demo e parte del gruppo di pezzi considerati per il "trattamento Beatles" ai tempi delle Anthology, realizzato poi per Free As A Bird e Real Love.
Quello che mi sembra di percepire all'ascolto di questi due brani è la presenza di Paul come esecutore su più strumenti: particolarmente evidente, ad esempio, alla batteria in Come On To Me. Vocalmente ha perso tanto, inutile negarlo, ma dobbiamo anche ricordare che il signore qui ha 76 anni, e l'elenco di musicisti e cantanti che neanche ci sono arrivati a quell'età è parecchio lungo... Insomma, godiamoci quello che abbiamo una volta tanto. L'unica "critica" che mi sento di fare è alla produzione. Non che il tutto suoni male, ma non mi avrebbe certo dato fastidio un po' più di calore e "corpo" alla voce, visti i citati limiti. Insomma, dopo il prodigioso lavoro di Nigel Godrich in Chaos And Creation In The Backyard nel 2005, sembra che ogni album abbia fatto dei passi indietro sotto questo punto di vista, suonando sempre più freddi e "moderni", non sempre in positivo. Immagino che non sarò il solo a sognare un ritorno di Jeff Lynne come produttore tra l'altro...

Ovvio, non è possibile fare previsioni sul resto dell'album basandosi su questi due brani, è una lezione che abbiamo imparato benissimo con il precedente New, ma personalmente sono davvero curioso di ascoltarlo, essendo pur sempre un Beatlesiano duro e puro ed amando molte sue cose da solista.
Qui vi incollo qualche riga sull'album, presa dal sito ufficiale di Paul McCartney:

 Fedele all'ispirazione dietro il titolo, le 14 canzoni di Egypt Station si combinano per trasmettere un'atmosfera di viaggio unica. Tra gli strumentali di apertura e chiusura "Station I" e "Station II", ogni brano trova Paul che "cattura" un luogo o un momento prima di trasportare l'ascoltatore alla destinazione successiva. Le fermate includono una meditazione acustica sull'odierna contentezza ('Happy With You'), un inno senza tempo che si adatta praticamente a qualsiasi album di qualsiasi epoca di McCartney ('People Want Peace'), e un'epica chiusura multi-movimento di sette minuti con una struttura a suite ("Despite Repeated Warnings"). Il risultato è un viaggio caleidoscopico attraverso una miriade di luoghi e di epoche musicali, ma fermamente radicato nel qui e ora - con la singolare inconfondibile sensibilità melodica e lirica di Paul che serve da guida.