domenica 16 settembre 2018

Paul McCartney - Egypt Station (2018) Recensione


Ed eccoci a parlare di un nuovo album di un ex-Beatle, un evento di cui dovremmo in ogni caso ringraziare della fortuna che abbiamo nel potervi assistere. Preceduto da tre singoli, arriva a ben cinque anni dal precedente New e si rivela essere un lavoro piuttosto diverso, come vedremo più avanti. Dicevo preceduto da tre singoli, di cui i primi due usciti in coppia (Come On To Me e I Don't Know, di cui ne ho parlato qui e la mia idea a riguardo non è cambiata), ed un terzo che mi lasciò alquanto perplesso. Fuh You infatti mi convinse a non preordinare l'album ed aspettare di ascoltarlo su Spotify all'uscita prima di spenderci dei soldi, tanto mi colpì in negativo. Si tratta infatti del prototipo di un tipico brano millenial pop, dalla composizione con i soliti accordi triti e ri-triti alla (orribile) produzione, senza neanche parlare dell'inutile e vuoto testo. Il tutto però con la voce di un ultrasettantenne, tanto per lasciare un enorme punto di domanda a chi ascolta. C'è però da dire che il bell'intermezzo con archi che tanto ricorda alcune cose degli ELO fa imbestialire ancora di più, in quanto bisogna sopportare tutto il resto della canzone per arrivarci.
Quindi diciamo che, alla luce di ciò, ho affrontato l'album con cautela. Un album le cui canzoni dovrebbero esser viste come delle stazioni di un viaggio, il che può esser visto tanto come un concetto banale, forzato, inutile o semplicemente carino; per me è abbastanza irrilevante. A giustificare ciò ci sono due brevissimi strumentali (Opening Station e Station 2) che, seppur non necessari, sembrano voler dare appunto un senso di unità al tutto. L'album è, in generale, l'ennesimo esempio del McCartney moderno: costantemente in bilico tra tendenze, appunto, moderne e ovvi rimandi al gusto melodico e agli arrangiamenti dei lontani tempi dei Beatles. Può esser strano aprire con la lenta I Don't Know, ma essendo un gran bel pezzo si può dire che funzioni alla grande. Si rimane nel familiare con Come On To Me per poi lasciar spazio all'acustica Happy With You, che è un po' la Blackbird del disco: un grazioso quadretto acustico con un che di nostalgico. E già qui si può notare come gli arrangiamenti siano decisamente più variegati e "colorati" rispetto al precedente New. Who Cares ci porta il Paul più rockeggiante "alla Get Back" che torna sempre almeno una volta in ogni album. Poi arriva la temibile Fuh You e facciamo un saltino a Confidante, altro brano acustico questa volta però piuttosto anonimo a mio parere. Insomma questo duo di brani può esser visto come il punto basso dell'album, che per fortuna da qui in poi si riprende gradualmente. Sì, perchè la pur banalotta People Want Peace non può non essere contagiosa, al di là del sempre valido messaggio che a questo punto dovremmo aver compreso da tempo ma evidentemente non è così. Hand In Hand è invece uno dei brani che preferisco in assoluto in questo disco. Un McCartney particolarmente malinconico letteralmente da pelle d'oca; qua siamo ai livelli della bellissima Jenny Wren da quel capolavoro di Chaos And Creation In The Backyard. Poi, detto fra noi, capisco che voglia arrivare ai giovincelli, ma Hand In Hand sarebbe stato un singolo 100 volte migliore di Fuh You. 
Dominoes è un altro gran bel pezzo in cui ho notato una piccola curiosità, non penso voluta. Verso la fine possiamo notare un assolo di chitarra registrato al contrario, che certamente non è una novità per Paul, ma curiosamente è la stessa cosa che accade alla fine dell'omonimo (anche se diverso) brano di Syd Barrett. Curiosità a parte, è un brano che ho davvero apprezzato, che mi ricorda certe cose dei tempi dei Wings. Back In Brazil invece secondo alcuni si tratta del peggiore brano del disco: ora, non è un capolavoro, ma non è neanche Fuh You. Si tratta di un altro brano ballabile del Macca più moderno, ma non per questo irritante. Apprezzabile direi, anche se indubbiamente fa un po' inciampare un album che stava andando alla grande. Do It Now è invece un'altra gran bella ballata piano e clavicembalo in quello stile che tanto gli viene bene. Davvero molto bella, fa capire in che genere di canzoni il Macca ultrasettantenne sappia ancora eccellere come pochi. Ceasar Rock è una bella sorpresa: uno strambo pezzo rock che lascia spazio ad un sorprendente Paul versione urlatore alla "Monkberry Moon Delight", cosa che personalmente credevo ormai oltre le sue possibilità, e invece... Ed eccoci finalmente a Despite Repeated Warnings, indubbiamente la punta di diamante dell'album. Sette minuti di saliscendi e cambi con un testo metaforico e critico nei confronti di certi personaggi che negano la grave situazione climatica che stiamo vivendo. C'è chi dice che sia sulla Brexit, chi su Trump, a ognuno la sua... Fatto sta che, tolti un paio di cambi forse leggermente forzati, a mio parere si tratta di uno dei risultati più sorprendenti e riusciti del McCartney più recente. La breve Station 2 ci porta alla conclusione con il medley Hunt You Down\Naked\C-Link. L'inizio è un rock piuttosto semplice e, presumo, volutamente banalotto, mentre la bellissima Naked sembra davvero arrivare dai tempi dei Wings con quel suo andamento cadenzato non lontano da cose come Call Me Back Again. C-Link invece è un interessante e inaspettato strumentale con Paul che si improvvisa chitarrista dalla vena blues su un bordone d'orchestra, presumo, in do. Una particolare e, in un certo senso, audace conclusione dell'album come spesso è capitato in altri suoi lavori recenti (dove spesso erano presenti ghost track). 
Quindi che dire in conclusione? Beh, per quanto mi riguarda è un album decisamente più solido di New, pur non offrendo forse brani memorabili come Queenie Eye o la title track, è comunque innegabile che in Egypt Station ci siano in generale molti meno brani deboli. Un album che sa suonare vario ma coerente; merito anche di una produzione ottima (oltre alla presenza di un solo produttore, a differenza di New che se non ricordo male ne contava tre e suonava sconnesso per quel motivo). Produzione che però, a mio parere, viene "schiacciata" dal consueto mastering da omicidio che spinge ogni cosa al massimo del volume: che si tratti di un intero gruppo o della sola chitarra acustica, il volume è esattamente lo stesso. Ma ormai si sa che questa è la tendenza, e perlomeno non si è arrivati al clipping come in Toto XIV. Bella anche la copertina, realizzata dallo stesso McCartney, con il suo tripudio di colori e dettagli, come ormai se ne vedono sempre più raramente purtroppo.
In definitiva, un album non certo perfetto ma in generale il migliore da Chaos And Creation In The Backyard, oltre che uno dei migliori usciti quest'anno. Un 8 come voto. 

Nessun commento:

Posta un commento