sabato 28 aprile 2018

The Who - Woodstock 17/08/1969 - L'incidente con Abbie Hoffman e altre curiosità

Gli Who nel 1969 erano nel pieno del loro apice, nel bel mezzo del tour di supporto al loro ultimo album Tommy. E siccome tutte le cose migliori sono tali anche grazie al tempismo, presero anche parte al leggendario festival di Woodstock nell'Agosto di quell'anno. Inizialmente in programma come penultimo gruppo del 16 Agosto, prima dei Jefferson Airplane, finirono per suonare alle 5 della mattina seguente. Si narra di un effetto a dir poco suggestivo proprio sul finire della sezione di concerto dedicata a Tommy: durante il climax di See Me, Feel Me pare che i primi raggi di sole si fecero largo con un tempismo perfetto, creando un gran bel momento suggestivo.
La scaletta fu a grandi linee quella tipica di quell'anno e del successivo, anche se comprensibilmente un po' ridotta: con gran parte di Tommy (anche se qui, curiosamente, niente Overture a differenza di altri concerti) ed una manciata di altri brani come I Can't Explain, My Generation, Heaven And Hell, Naked Eye e le cover Shaking All Over e Summertime Blues.
Durante il concerto, proprio dopo Pinball Wizard, mentre Pete Townshend stava accordando la chitarra, un certo Abbie Hoffman salì sul palco e riuscì ad appropriarsi di un microfono, protestando a favore di John Sinclair, che fu condannato a nove anni di prigione per possesso di marijuana (John Lennon gli dedicò una canzone qualche anno dopo, chiamata appunto John Sinclair). Il problema è che Pete Townshend era un ragazzo piuttosto irascibile, e decise quindi di cacciarlo a suon di "fuck off my fucking stage" e chitarrate addosso. Ben sapendo quanto può essere irritante essere interrotti da persone che decidono di dover dire qualcosa mentre tu suoni, non posso che essere d'accordo con il signor Townshend. Poco più avanti nel concerto, Townshend, rivolto all'accaduto, ribadì: "the next fuckin' person that walks across the stage is gonna get fuckin' killed! You can laugh, I mean it."

Nell'autobiografia di Pete Townshend "Who I Am", lui stesso racconta l'accaduto così, collocandolo però, non si sa se erroneamente o meno, durante The Acid Queen:

"Appena partì Acid Queen entrai nel personaggio, immaginando me stesso come la zingara dal cuore nero che aveva promesso di tirar fuori Tommy dalla sua condizione autistica, ma che in realtà era una belva sessuale che voleva sottometterlo a furia di droghe. Mentre stavo raggiungendo il microfono, qualcuno mi si parò davanti, cercando di fermare la musica. Era Abbie Hoffman. "Questo è un sacco di merda (traduzione approssimativa di pile of shit nda)" urlò nel microfono, agitando le braccia verso il pubblico. "Il mio amico John Sinclair è in carcere per un miserabile spinello e..." Non andò oltre.
Senza smettere di suonare l'intro di Acid Queen, e con tutta la cattiveria che mi sentivo dentro, colpii Abbie con la paletta della chitarra.
L'estremità appuntita di una delle corde doveva avergli trafitto la pelle perchè reagì come se si fosse scottato. Quindi tornò a sedersi con le gambe incrociate su un lato del palco. Mi guardava in cagnesco, con il collo che sanguinava.
A canzone finita girai lo sguardo verso di lui. "Mi dispiace" dissi in silenzio muovendo le labbra.
"Vaffanculo!" rispose lui allo stesso modo, e scese dal palco."

 Di questo episodio esiste la registrazione audio, che vi allego qui sotto:
La fine del concerto, davanti ad un pubblico in gran parte ormai addormentato vista l'ora,  fu sancita da un assolo di Townshend carico di feedback, ed una volta concluso decise di lanciare la sua Gibson SG al pubblico. Pare poi ordinando subito ai roadie di andarla a recuperare. Ed effettivamente nel video di My Generation si può vedere, proprio alla fine, delle persone che si passano la chitarra e la riportano sul palco. Ovviamente è difficile da capire vista l'oscurità, ma si vede. 
Alcuni spezzoni di concerto furono filmati professionalmente, e sono poi apparsi in vari DVD riguardanti sia il festival che la band. Ovviamente la decisione di non filmare tutto fu presa per risparmiare nastro e poter testimoniare il più possibile, vista la mole di artisti coinvolti. Qui sotto vi allego alcuni di questi filmati:




giovedì 26 aprile 2018

Queen - A Night At The Opera (recensione)

Ho pensato, in occasione del mio compleanno, di parlare un po' di quello che potrebbe tranquillamente essere  uno dei miei album preferiti di sempre, oltre che uno dei più importanti per la mia formazione musicale.
Io sono letteralmente cresciuto con i Queen, fin da che ho memoria ricordo le cassette di Greatest Hits 1, Innuendo e Sheer Heart Attack in rotazione, seguite poi da Made In Heaven comprato all'uscita e tutti gli altri album man mano. Grazie a loro ho sviluppato una concezione di album in cui è totalmente normale ed accettabile l'alternanza di "generi", tanto da non permettermi di sviluppare una chiara concezione di essi fino a molto più tardi. Quando infatti mi capitava di ascoltare altri album, di chiunque fossero, rimanevo sempre stupito da come la musica non cambiasse, da come il tutto rimanesse all'incirca sulla stessa direzione, simili suoni, canzoni prevedibili, poche sorprese. Negli anni capii che quella è la normalità e i Queen l'eccezione, ma allora credevo l'esatto contrario, e ciò mi spinse alla ricerca di band ed album dal simile approccio, scoprendo poi il progressive, che però soddisfaceva il mio desiderio di "stranezze" e particolarità senza però essere mai totalmente imprevedibile alla lunga (e quando una band prog decide di cambiare, non facendo più le solite suite con i soliti tempi dispari ed il solito mellotron, si svende, vero fan dei Genesis?). Ovviamente poi scoprii gli Sparks, riacquistando un po' di fiducia, ma questo è un altro discorso.
Sono tanti gli album dei Queen che avrei potuto prendere come esempio, ma ho deciso di andare sul sicuro con quello che forse è il più rappresentativo. L'album di Bohemian Rhapsody insomma, e cosa si può ancora dire su questo brano che già non sia stato detto? Niente suppongo, se non che fin da prima che iniziassi a parlare, stando ai racconti dei miei genitori, mi mettevo a ridacchiare ogni volta che si arrivava alla parte operistica centrale. Beh, avevo dei buoni gusti ai tempi! Questo pezzo è la perfezione fatta canzone: tutte le sue parti, apparentemente con nulla in comune, si susseguono in modo perfetto, non forzato. Ed è anche la dimostrazione del fatto che una canzone, anche se di base piuttosto complessa, se ben concepita e realizzata può arrivare ad un larghissimo pubblico. O perlomeno poteva, oggi ho qualche dubbio... Sia sul fatto che possa essere realizzata, sia sul pubblico. Ma l'album non è solo Bohemian Rhapsody! Ed è chiaro fin dall'apertura con Death On Two Legs, che dopo la magnifica ed oscura introduzione diventa un arrabbiatissimo brano dedicato ad un ex-manager (tale Norman Sheffield) che pare non abbia trattato benissimo la band. Gran bel riff, testo velenosissimo, ed uno dei migliori pezzi de Queen.
I toni hard rock ritornano nella curiosa Sweet Lady e nella roboante I'm In Love With My Car, dove Roger Taylor ruggisce un testo carico di doppi sensi. Ci sono poi due brani dove è Brian May ad essere sotto i riflettori anche come cantante: lo space-country di '39, con un gran bel testo fantascientifico, e la quasi dimenticata Good Company, di cui consiglio a tutti l'ascolto per ammirare l'incredibile lavoro di May con innumerevoli tracce di chitarre sovraincise a creare una intera sezione fiati. E poi i divertissement puramente "mercuriani" di Lazing On A Sunday Afternoon e Seaside Rendezvous, che ci riportano indietro nel tempo tra vaudeville e anni '20. C'è anche la piccola parentesi pop di You're My Best Friend, primo brano di rilievo scritto dal bassista John Deacon, e la deriva quasi progressive di The Prophet's Song: 8 minuti abbondanti tra hard rock e sperimentazioni vocali con il delay in stereo. Pura epicità per un brano che è tra i migliori della loro intera discografia. E quale modo migliore di chiudere l'album se non con un riarrangiamento dell'inno inglese realizzato, di nuovo, con un mare di tracce di chitarra?
Praticamente tutti gli album anni '70 dei Queen meritano almeno un ascolto, ed il mio consiglio per chiunque è di non fermarsi alle "hit", ma di esplorare la loro intera discografia, che non ne rimarrete di certo delusi. In A Night At The Opera i Queen raggiungono uno dei loro picchi, oltre che uno dei loro primi successi veri e propri. Un album che non smette mai di regalare nuovi particolari che sembrano sempre sfuggire ad ogni ascolto. Non riesco a trovargli difetti, e per questo meriterebbe un 10 come voto, ma siccome la perfezione non esiste, facciamo un 9,5.

martedì 24 aprile 2018

Sparks - Indiscreet (recensione)

Altro recente regalo di cui non posso non parlare. In realtà questo album l'ho nominato più volte, in quanto esempio perfetto di quella che è la mia idea preferita di album. Qui c'è TUTTO.
I fratelli Mael, dopo il successo dei due album precedenti, oltre che del singolo This Town Ain't Big Enough For Boh Of Us, chiamano il produttore Tony Visconti, anche lui americano trasferitosi in Inghilterra, e cercano di portare oltre tutto ciò che hanno fatto fino ad allora: il risultato è un album unico in una discografia comunque molto eterogenea. Si, perchè se negli album precedenti la follia delle creazioni di Ron Mael si limitava a palesarsi a livello compositivo, con brani poi suonati da una "normale" rock band, qui sono anche gli arrangiamenti ad essere più originali, più folli, anche e soprattutto grazie all'apporto di Visconti.
Quindi spazio a quartetti d'archi, marching band, big band, il tutto a completare brani che richiamano quelle atmosfere, quindi senza mai essere un elemento forzato o fuori posto.
Chi potrebbe mai cavarsela se non loro scrivendo un inno all'ananas (Pineapple)? O raccontando storie di coppie felici di vivere nel passato causando commenti e reazioni dei vicini (It Ain't 1918)? Insomma una folle combinazione di quotidianità ed ammirevole immaginazione, decorata con un vestito strumentale e vocale assolutamente originale. Perchè ovviamente le performance vocali di Russel Mael sono sempre inarrivabili. Sono pochi gli album che possono cavarsela con contrasti come quello tra il proto-punk di In The Future e il quasi charleston con tanto di big band di Looks, Looks, Looks, che tra l'altro si susseguono senza alcuna pausa, come a confondere ulteriormente l'ascoltatore; forse solo negli album dei Queen ho notato salti equivalenti. O in qualcosa dei Mr. Bungle, ma in altri tempi e con altri risultati. Certo, ci sono brani più "tipici" nello stile Sparks come Happy Hunting Ground, How Are You Getting Home? e The Lady Is Lingering, anch'essi comunque cosparsi di cambi improvvisi e melodie strampalate. E come non citare Profile? Altro magnifico brano carico di melodie letteralmente folli, ai tempi semplice lato b di un singolo, per fortuna presente nella versione rimasterizzata dell'album.
Ogni singolo brano qui è un gioiellino, si potrebbe scriver libri a proposito, ma sarebbe molto più utile e piacevole ascoltarlo. E l'importante è ascoltarlo senza cercare di etichettare ogni cosa, perchè la varietà di stili e la quantità di idee presenti in questi 41 minuti è difficilmente riscontrabile altrove, anche in intere discografie; non c'è progressive che tenga. Quindi chiedersi "che genere è?" sarebbe completo nonsense, non fatelo.
Si tratta certamente di un album controverso: i precedenti sono più "solidi" e coerenti, così come molti dei successivi, ed è facile pensare che qui ci sia "troppo", o che manchi di direzione, o che sia auto-indulgente. E proprio su quest'ultima definizione, usata da alcuni critici, Ron Mael ebbe a dire: "si, è molto auto-indulgente, grazie di esservene accorti!"
Non so se questo Indiscreet sia il mio album preferito degli Sparks, è comunque una dura lotta con Propaganda, però è senza dubbio almeno al secondo posto. Un album che consiglio a tutti coloro che amano esser stupiti da musica che spazia molto. Un 9 come voto.


venerdì 20 aprile 2018

Concert Reviews 3: Jethro Tull - Asti 14/07/2011

Altri due anni dal concerto precedente, stesso posto del suddetto. Quando ancora ad Astimusica appariva gente di un certo livello, non avrei certo potuto perdere l'occasione di assistere al mio unico concerto dei Jethro Tull! Perchè unico? Beh, perchè il primo per me ma anche parte dell'ultimo tour dei Jethro Tull prima dello scioglimento. E no, quelli di adesso non sono Jethro Tull, per me quel nome nelle locandine dei concerti di Ian Anderson ha circa lo stesso valore di quello dei Genesis in quelli di Steve Hackett. Si, lo so che Ian Anderson in sostanza rappresenta i Jethro Tull, ma il suo bel discorso del tipo "voglio andare in giro a nome mio che troppa gente crede che il mio nome sia Jethro Tull" che fine ha fatto? C'era poca gente ai concerti? Scelta legittima per carità, ma un po' come mettere il piede in due scarpe o volere la botte piena e la moglie ubriaca, oltre che segno di una leggerissima incoerenza.

Cooooomunque, nel 2011 erano ancora i Jethro Tull, con ancora Martin Barre e Doane Perry a bordo, insieme agli ormai fissi David Goodier e John O'Hara; ed il concerto di Asti era parte di una sorta di tour celebrativo per il quarantesimo anniversario di Aqualung, quindi va da sé il fatto che la scaletta sia ampiamente dedicata ad esso. Ricordo un leggero ritardo nell'inizio, a causa di quel simpaticone di Anderson che faceva storie per i fotografi, che prontamente trovavano nascondiglio tra le rientranze della Cattedrale che affianca la piazza dove si svolse il concerto. La piazza fu divisa in due parti: la prima con le sedie per i più abbienti, e la seconda per i poveracci come il sottoscritto ovviamente in piedi. Fortuna vuole che la posizione da me aggiudicata fu in primissima fila tra i poveracci, così da avere visuale libera grazie al numeroso pubblico seduto davanti a me.

Finalmente il concerto inizia con la "nuova" versione di Living In The Past, che considero superiore all'originale: un ottimo inizio soprattutto viste le ampie parti strumentali. Si, perchè quando invece il virtuoso flautista è costretto a cantare beh, i risultati già allora erano non certo eccelsi. Per fortuna il gruppo pare molto solido e lo stesso Anderson in ottima forma al flauto e presenza scenica. Segue la canonica versione ridotta di Thick As A Brick che poi lascia spazio al primo estratto di Aqualung: Up To Me, in una versione fedele all'originale. Poi la prima sorpresa con il magnifico strumentale In The Grip Of Stronger Stuff, che ai tempi non conoscevo e mi è piaciuto molto. Altra grande sorpresa per me fu Farm On The Freeway, uno dei picchi di Crest Of A Knave, album che apprezzo molto; e tra l'altro qui Ian rese decentemente a livello vocale essendo un brano non troppo ostico da cantare. Poi Mother Goose ed una bella versione di Heavy Horses, erroneamente presentata da Ian come Songs From The Wood, correggendosi subito dopo tra risate imbarazzate (immagino per abitudine vista la sua presenza in scaletta nel tour americano del mese prima). Poi l'obbligatoria Boureè, la bella Wind Up, una nuova versione di Hymn 43 che ho apprezzato molto, e poi la doppietta micidiale di My God e Budapest, che da sole valevano il prezzo del biglietto. Il concerto si concluse con le ovvie Aqualung e Locomotive Breath come bis, tra l'altro con un da me apprezzatissimo estratto da Teacher. Saluti, poche cerimonie, e via veloci.
Probabilmente per chi li seguiva da anni se non da decenni poteva sembrare un concerto come tanti, un po' un compitino da fare, un andare avanti per inerzia; ma essendo stato l'unico per me l'ho apprezzato molto, pur con gli ovvi limiti vocali del pur grandioso Anderson, che quella sera ha però fatto miracoli al flauto. Tutti gli altri membri della band hanno suonato divinamente, a parte O'Hara che ogni tanto scivolava in svarioni piuttosto evidenti, ma facciamo finta di niente.
Purtroppo ci sono ben poche testimonianze di questo concerto, e le uniche cose che posso allegarvi sono una manciata di inascoltabili video ripresi dal pubblico, ma ci si accontenta.
Per il mio concerto successivo non dovettero passare due anni questa volta, ma appena tre giorni...

mercoledì 18 aprile 2018

Genesis - The Jackson Tapes (1970) + bonus

Per decenni si è saputo poco o niente di queste misteriose Jackson Tapes, le registrazioni parevano perdute, e tutt'ora noto in giro un po' di confusione sulla loro provenienza ed il loro contenuto. Cercherò quindi di fare un po' di chiarezza qui.
Siamo nel 1970, a Gennaio, quindi tra From Genesis To revelation e Trespass, in un'epoca di costante cambiamento che portò i Genesis dal discreto gruppetto del primo album a ciò per cui ancora oggi vengono ricordati. Quei mesi tra fine 1969 ed inizio 1970 furono forse il periodo più importante della loro carriera, dove trovarono una strada e gettarono importanti basi per il futuro, evidenti tanto in Trespass, quanto in Nursery Cryme ed in queste Jackson Tapes. Dunque dicevo, siamo all'inizio del 1970 e ai giovani Genesis fu commissionata una colonna sonora per un documentario, che avrebbe dovuto essere su un pittore dal nome Mick Jackson (o almeno questo pare essere il nome, anche se non è totalmente sicuro). Tristemente però questo documentario non vide mai la luce e risulta tutt'oggi perduto, e così parevano essere anche le tracce dei Genesis. Questo fino a qualche anno fa quando, pare, queste tracce spuntarono nel giro dei bootleg e furono comprate dagli stessi Genesis (o chi per loro conto) e poi pubblicate ufficialmente in un CD bonus nel cofanetto "Genesis 1970-1975" nel 2008. Ma quindi di cosa si tratta in pratica? Beh, andiamo ad analizzare tutti e quattro i brani che compongono queste Jackson Tapes:

1 - Provocation
Pare subito ovvio all'ascolto che l'introduzione di questo brano finì poi in The Fountain Of Salmacis l'anno dopo. Qui però Gabriel canta un linea vocale inedita su di essa (che tra l'altro inizia in modo diverso, più frammentario) e poco dopo arriva una sezione mai sentita, piena di stacchi, che ci porta poi, curiosamente, a ciò che diventerà la parte conclusiva di Looking For Someone, anche qui con una linea vocale inedita poi assente nella versione definitiva. Esempio perfetto del processo di crescita in corso allora, oltre che del fatto che molte idee musicali usate successivamente nacquero in quest'epoca. Ne vedremo altre infatti.

2 - Frustration

                                                     
Ecco appunto, parlavamo di idee usate successivamente e ci ritroviamo di fronte praticamente Anyway, da The Lamb Lies Down On Broadway. La sezione principale è praticamente quasi identica (a parte il testo ovviamente), fino agli stacchi che nell'album precedono l'assolo di Hackett, qui seguiti da una sezione inedita in cui Gabriel esclama "I say what's the use" (curioso il fatto che questa frase fosse già presente, in modo molto simile anche come base musicale, nel brano Hair On The Arms And Legs, scarto dell'epoca di From Genesis To Revelation) e da una ulteriore sezione più ritmica che ricorda quasi i primissimi Camel (o viceversa più probabilmente); fino ad un finale che, dopo una frenetica salita d'organo, ci lascia sospesi.

3 - Manipulation

Nel caso servissero altre prove del fatto che The Musical Box arrivi in gran parte da Anthony Phillips (oltre al demo F Sharp), qui troviamo una versione strumentale embrionale della suddetta, completa anche delle sezioni che poi andranno ad accompagnare i vari assoli. Man mano che procede però si avventura in sezioni che non troveranno posto nella versione definitiva, sempre rimanendo però strumentale.

4 - Resignation

Ecco, qui invece siamo di fronte ad un brano totalmente inedito, di nuovo strumentale, non lontano però da certe sezioni di Stagnation. Quindi non è così assurdo pensare che magari alcune di queste sezioni potessero far parte della leggendaria The Movement: lunga suite suonata, pare, solamente dal vivo e di cui si sa ben poco se non che fu poi condensata, appunto, in Stagnation.

Un interessantissimo documento di quell'epoca dunque, specialmente se completato poi con un'altra manciata di testimonianze contemporanee o di poco successive, come ad esempio:

BBC "Nightride" 22 Febbraio 1970
Di fatto la prima registrazione live dei Genesis, interessante per la presenza di altri 3 brani inediti: Placidy, Shepherd e Let Us Now Make Love, oltre a Stagnation e Looking For Someone (quest'ultima già nella sua versione definitiva, testimonianza del fatto che in appena un mese dalle Jackson Tapes la sezione di Provocation fu utilizzata qui). 

Piccola aggiunta con quello che è il primo bootleg dei Genesis, registrato a La Ferme in Belgio il 7 Marzo 1971. Si, ci sono già Hackett e Collins in formazione, ma vale la pena di condividere, nonostante la qualità audio non eccelsa, questa The Light. Si dice sia una composizione in gran parte dovuta all'allora relativamente nuovo arrivato Collins, e contiene idee poi confluite in Lilywhite Lilith e The Colony Of Slippermen nel 1974, in The Lamb Lies Down On Broadway. Come a ribadire l'altissima ispirazione e creatività di quel periodo.

domenica 15 aprile 2018

Jon Lord - Gemini Suite (recensione)

Altro mio recente acquisto, oltre che un album che mai mi sarei immaginato di trovare tranquillamente tra i vari Abba, Beatles e Eagles. E invece... Un album curioso sicuramente. Curioso perchè una sorta di secondo tentativo nell'affrontare la formula "band e orchestra", ma stavolta, almeno sulla carta, dal solo Jon Lord e non a nome Deep Purple. Si, perchè il primo tentativo fu ovviamente il Concerto For Group And Orchestra nel 1969, prima uscita della cosiddetta mark 2 con i nuovi arrivati Ian Gillan e Roger Glover. Un lavoro certamente ottimo ma con i suoi difetti: su tutti l'eccessivo distacco ed alternanza tra gruppo ed orchestra, cosa voluta nel primo movimento, che infatti Lord concepì come una "presentazione" o confronto delle due diverse componenti musicali, che poi avrebbero dovuto combinarsi ed accompagnarsi meglio nei successivi movimenti, specialmente nel terzo. Ecco, se sulla carta fu così, in pratica invece ci si ritrovava con lunghi minuti di sola orchestra interrotti sporadicamente dal gruppo, anche se certamente con ottimi momenti musicali.
I temi del primo movimento, la melodia del cantato del secondo e la carica possente del terzo lo rendono un ascolto indubbiamente interessante e, a tratti, più che piacevole. Visto il successo del suddetto esperimento, a Lord venne commissionata un'ulteriore opera di quel genere, e così nacque questo Gemini Suite. Ed esso effettivamente nacque come un lavoro dei Deep Purple ancora una volta, e fu suonato dal vivo nel Settembre 1970 di nuovo alla Royal Albert Hall con la Little Light Music Society Orchestra. Per qualche motivo, questa volta si decise di non pubblicare la registrazione dell'evento (che uscirà postuma parecchi anni dopo), ma di ri-registrare il tutto in studio. E fu qui che Blackmore e Gillan, che già parteciparono controvoglia (specialmente il signore in nero) al Concerto For Group And Orchestra a causa del dubbio effetto sull'immagine del gruppo che quell'opera avrebbe avuto (ricordiamoci che all'epoca erano anche al lavoro su In Rock), decisero di farsi da parte. Fu quindi presa la decisione di considerare Gemini Suite come un lavoro del solo Jon Lord (che comunque, come per il Concerto, scrisse tutta la musica), nonostante la presenza dei compagni di band Ian Paice alla batteria e Roger Glover al basso. Al posto di Blackmore fu chiamato Albert Lee, e alla voce si optò per un duetto con Yvonne Elliman e Tony Ashton laddove il solo Gillan se ne occupava in sede live. Lord decise di imparare dagli errori del Concerto, andando quindi a dare più spazio ai musicisti della band e creando un maggiore equilibrio tra le due parti, e questo comportò una decisione curiosa nella struttura dell'intero lavoro. Infatti, dopo i canonici tre movimenti del Concerto, formato usato anche nella performance live del 1970 della Gemini Suite, qui si decise di dividere il lavoro in sei parti, dedicando ognuna ad un singolo strumento (se si considera anche la voce come tale).
Troviamo quindi brani guidati da, in ordine: chitarra, piano, batteria, voci, basso e organo. Ed ognuno ha modo, durante la durata del proprio spazio, sia di lasciarsi andare al canonico ed obbligatorio assolo, ma anche di duettare e diventare parte dell'orchestra (che in studio è la London Symphony Orchestra condotta di nuovo da Malcolm Arnold). Quindi sono molto più rari i momenti di sola orchestra, ed il tutto scorre decisamente meglio che nel Concerto, a mio parere; paradossalmente però senza proporre temi altrettanto memorabili. Interessantissimi i contrasti tra chitarra tinta di blues di Albert Lee e l'orchestra nel primo movimento (in ulteriore contrasto se confrontato con la consueta anarchia controllata della versione di Blackmore), curiose le derive quasi jazzate della parte di piano, roboanti e coinvolgenti le parti dedicate a basso e batteria, emozionante il duetto di voci (tra l'altro in un bellissimo brano, anche decontestualizzato) e risolutivo oltre che riassuntivo l'ultimo movimento all'organo. Si, Lord si prende due parti e fa anche bene! Insomma, si nota una maggiore consapevolezza e migliori risultati in generale, in tempi in cui comunque il concetto di combinazione tra il mondo pop/rock e quello classico era ancora una novità. Ed in questo senso potrebbe risultare un ascolto un po' "inutile", se non addirittura noioso, se affrontato con un'ottica più rivolta alla situazione musicale attuale ed i passi avanti (o indietro?) che sono stati fatti in 45 anni abbondanti.
Come sempre, va contestualizzato nei suoi tempi insomma. Personalmente lo trovo estremamente godibile, non eccessivamente pesante e sicuramente una potenziale fonte di ispirazione ancora oggi. Questo primo passo verso la carriera solista di Lord lo portò poi verso altri lavori come Windows e Sarabande (buono il primo, ottimo il secondo), dimostrando quindi un processo interessante e curiosamente distante da quella che sembrava essere la sua principale realtà, e cioè i Deep Purple. Band che di certo implementava una certa ispirazione classica, specialmente negli assoli, ma sempre un po' in sordina.
Questo Gemini Suite lo consiglio principalmente per curiosità, ma se siete fan del Concerto For Group And Orchestra non potete lasciarvelo sfuggire, perchè sono sicuro che vi piacerà.
Un voto? Beh, non è un lavoro perfetto, direi però che si merita un 7,5 - 8.
Qui sotto vi allego la versione dell'album che ho io, rimasterizzata nel 2016 con copertina diversa, ed anche la versione live dei Deep Purple del 1970, uscita nel 2006.


venerdì 13 aprile 2018

Sulle labbra del tempo. Area tra musica, gesti ed immagini. (Diego Protani e Viviana Vacca) (recensione)

So che di solito non recensisco libri, ma prima o poi avrei voluto\dovuto iniziare in ogni caso, quindi...
Gli anni '70 sono stati indubbiamente un periodo storico irripetibile per tanti motivi. Io non c'ero, sarei arrivato una ventina di anni dopo e, per un qualche strano scherzo del destino, nel tempo ho poi sviluppato una sorta di interesse per la musica e la cultura che si sviluppò tra gli anni '60 e '70. Certo, il mio interesse, per via dei miei gusti personali, si dirige molto più spesso verso lidi esteri piuttosto che nostrani, ma ciò non toglie che per comprendere ciò che fu la realtà di quegli anni sia necessario, oltre che molto interessante, leggere racconti anche sulla realtà di casa nostra. Ed in questo senso il libro in questione, opera di Diego Protani e Viviana Vacca, riesce bene nell'intento. Il libro infatti illustra quell'irripetibile decennio coinvolgendo direttamente personaggi che l'hanno vissuto in prima persona, sia italiani che di altri paesi. Ovviamente molto spazio è dato alla scena Progressive, indubbiamente dominante almeno nella prima metà abbondante del decennio, senza però limitarsi ad esso, ma anzi spaziando molto tra le diverse correnti artistiche; andando quindi a raccogliere interviste con molte figure di varia provenienza, con anche alcune sorprese. Ho infatti apprezzato la presenza di nomi non sempre "famosi", personalità che magari solo gli appassionati conoscono (per fare un esempio senza andare troppo nel dettaglio, una bella sorpresa per me è il coinvolgimento di Dez Allenby dei Forest, band che apprezzo particolarmente pur non essendo certo di grande fama). Largo spazio è dedicato anche agli Area, che ovviamente sono un po' il simbolo sia della sperimentazione sonora che della situazione sociale in Italia in quegli anni. Ed infatti quello che traspare da questo libro è spesso un'analisi dell'interazione tra Arte e vita sociale, in periodi di proteste e cambiamenti, specialmente tra i giovani. Quindi, trovandomi nel difficile compito di usare parole per descrivere parole, laddove di solito le mie parole tentano di descrivere suoni, non ho molto altro da aggiungere. Quello che posso fare è consigliare questo libro a chiunque si voglia interessare a quest'epoca, o che ne sia semplicemente affascinato, oppure che voglia riviverla attraverso numerose testimonianze qui presenti.
Per ulteriori informazioni potete visitare la pagina Facebook dedicata. Il libro lo potete ordinare in qualunque libreria e sarà presto disponibile (sta per essere ristampato) sui vari siti come Amazon, ibs e Mondadori Store.