Dopo il magnifico Hippopotamus del 2017, i fratelli Mael ritornano in questo strano 2020 con un altro album. Da una parte è ovviamente difficile per ogni lavoro essere all'altezza di un predecessore di quel livello, dall'altra la storia ci ha insegnato che in molteplici casi la discografia degli Sparks viaggia con album "in coppia". Kimono My House e Propaganda, Whomp That Sucker e Angst In My Pants, Lil' Beethoven e Hello Young Lovers. Quindi ci troviamo di fronte ad un Hippopotamus 2.0? Sì e no.
Stilisticamente è fuori da ogni dubbio la somiglianza, fatta di canzoni brevi, arrangiamenti asciutti che vanno dal rock alla new wave a parentesi di elettronica, conditi da testi sempre originali, divertenti interpretati da Russel Mael con uno stile inconfondibile.
Laddove però Hippopotamus si confermava come un lieto ritorno alle canzoni dopo le sperimentazioni del decennio precedente, tendenza già mostrata nella collaborazione con i Franz Ferdinand in FFS del 2015, A Steady Drip, Drip, Drip sembra volersi spingere un po' più in là in termini di eclettismo. Ascoltando brani come Onomato Pia, Stravinsky's Only Hit o The Existential Threat, la mente del fan non può non andare a quel capolavoro assoluto che fu Indiscreet del 1975, album in cui la stranezza e l'imprevedibilità, spesso in bilico tra complessità e memorabilità, hanno fatto da padrone.
Fa certamente impressione sentire Russel cantare brani di tale complessità dopo aver già superato la soglia dei 70 anni, così come, non dimentichiamo, pensare che il fratello Ron sia ancora in grado di comporre gioiellini del genere. Il rock di I'm Toast e Self Effacing sembra far tornare la mente a Kimono My House, la genuinamente commovente e nostalgica ballata All That meriterebbe di essere un singolo, l'ennesimo scioglilingua a mo di mantra Lawnmower diverte e non si toglie facilmente dalla testa: tutto ciò che si ama degli Sparks è presente qui all'ennesima potenza.
Svariati testi risultano fortemente radicati nei tempi in cui viviamo, cosa non scontata vista l'età dei artefici, che pur si palesa nel modo in cui vengono affrontati certi argomenti. Basti pensare all'accusatoria iPhone, o a Please Don't Fuck Up My World, il cui titolo parla da solo.
Affiancato ad Hippopotamus questo album non impallidisce affatto, e sembra volersi confermare come il suo "fratello" più audace, magari imperfetto, ma che prende le cose che nel suddetto avevano funzionato alla grande, e le porta oltre. Forse avrebbe giovato di una produzione un pelo più calda, ma si tratta di piccolissimi appunti personali su un album che lotta senza troppa fatica per il titolo di migliore dell'anno per chi scrive.
Gli Sparks, insomma, continuano a stupire. Teniamoceli stretti.
Purtroppo per ora A Steady Drip, Drip, Drip è disponibile solo in formato digitale, e bisognerà attendere Luglio per potersi godere il formato fisico. Scelta discutibile ma sicuramente dettata dalla situazione che si sta vivendo.
Siamo arrivati alla fine di questo decennio. Nonostante chi scrive viva felicemente nel passato, musicalmente parlando, ci sono effettivamente state svariate uscite interessanti in questi ultimi dieci anni. Qui tenterò di fare una specie di classifica comprendente quelli che hanno lasciato un segno. Ovviamente, anche se spero sia inutile specificarlo, si tratta di una lista personalissima, senza alcuna ambizione se non quella di, magari, invogliare qualcuno che legge a riscoprire qualche album qui presente.
10 - Steven Wilson - The Raven That Refused To Sing (2013)
Unico album definibile "progressive" in questa classifica, in quanto mi è molto difficile trovare anche solo un qualche punto di interesse in questo "genere" e nei suoi derivati in questi ultimi anni. C'è da dire però che questo Raven è riuscito a catturare la mia attenzione, facendomi diventare fan di Steven Wilson (non dei Porcupine Tree però). Avrei potuto inserire anche Hand. Cannot. Erase, che forse contiene brani che preferisco anche rispetto ad alcuni di Raven, ma alla fine una decisione andava presa. Poi c'è da dire che questo album, insieme forse al precedente Grace For Drowning, ha avuto un ruolo fondamentale nella rinascita del progressive in questo decennio; ma diciamo che cerco di non avercela troppo con lui per questo motivo, visto che almeno lui qualche canzone memorabile riesce a scriverla.
9 - Deep Purple - Now What?! (2013)
Grande ritorno alla forma per una delle mia band preferite in assoluto. Ovviamente con Steve Morse e Don Airey al posto di Ritchie Blackmore e Jon Lord siamo di fronte ad un'altra band, con un suono e uno stile un po' diverso, cosa a cui ormai dovremmo esserci abituati dal lontano 2003. Quel che è certo però è che a questa formazione mancava un qualche lavoro discografico di un certo livello, in quanto i loro Bananas e Rapture Of The Deep (complice anche la produzione di Michael Bradford) sembravano zoppicare un po'. Grazie a Bob Ezrin finalmente nel 2013 ecco Now What?!, primo vero piccolo capolavoro dei Deep Purple dai tempi di Purpendicular. Il successivo Infinite si è difeso molto bene, ma forse manca un po' della solidità di questo suo predecessore, dove la band non cerca più il riff del secolo, ma sfoggia una maturità compositiva ed esecutiva di altissimo livello.
8 - The Who - Who (2019)
Altro grandissimo ritorno, forse ancora più sorprendente di quello dei Deep Purple. Endless Wire del 2006 ci aveva lasciati un po' così, dimostrandosi un lavoro non certo brutto ma appena discreto, con bei momenti ma una produzione piatta e mediocri performance vocali. Who è invece l'esatto opposto: se da un lato, a differenza di Endless Wire, manca una componente concettuale, una mini-opera di quelle che tanto hanno caratterizzato gli Who decenni fa, dall'altro lato si hanno una serie di canzoni vivaci, fresche, suonate e cantate divinamente. Se si riesce a mandare giù il tocco di autotune sparso qua e là, si può godere di un Pete Townshend in incredibile forma come compositore, come non lo era da decenni, ed un Daltrey magicamente ringiovanito. Certamente la sorpresa del 2019.
7 - Toto - XIV (2015)
Un altro album che ha certamente lasciato il segno in chi scrive è questa quattordicesima uscita in casa Toto. Ormai non ce lo si aspettava più, in quanto l'ultimo album in studio, Falling In Between, uscì nel 2006 con una formazione diversa, mentre quella di XIV sembrava essere più di natura live che da studio. Invece, quasi a sorpresa, nel 2015 ci hanno regalato un album che mostra il meglio di quello che è il loro stile, sempre in bilico tra canzoni coinvolgenti e memorabili e sfoggio di virtuosismi mai fine a loro stessi. Il ritorno di Joseph Williams alla voce è certamente la decisione migliore che potessero prendere, mentre il ritorno a tempo pieno di David Paich e Steve Porcaro non fa che aggiungere valore ad un album che ben poco ha da invidiare alle loro uscite più celebrate.
6 - David Bowie - Blackstar (2016)
Ammetto la colpevolezza: ho iniziato ad interessarmi a Bowie proprio dopo la sua triste dipartita. Sapete, quei nomi che sono sempre lì da una parte, e di cui si dice "un giorno approfondirò"? Ecco, Bowie è stato là per anni. Poi, nel 2016, esce Blackstar, tutti ne parlano, poi lui ci lascia, e se ne parla ancora di più. Era impossibile ignorarlo. E di fatto non è da tutti licenziare un capolavoro di questo livello non solo in tarda età, ma come ultima uscita. Per non parlare poi di come il tutto sia sembrato organizzato nei minimi dettagli, con perfetto tempismo, e che Blackstar in sostanza sia un saluto un po' come lo fu Innuendo per Freddie Mercury. Di certo ciò ha aggiunto al già innegabile fascino di un album difficilmente definibile ma certamente oscuro, strambo, irregolare, che si trascina passo dopo passo verso un emozionante finale.
5 - Foxygen - Hang (2017)
Certamente un nome meno noto dei precedenti presenti su questa lista, ma non certo degno di meno attenzione. Di tutti i lavori partoriti da questo duo definibile "indie rock", di cui alcuni decisamente trascurabili, questo Hang non può lasciare indifferenti. In poco più di mezz'ora ci vengono buttati in faccia tanti di quegli stili e sonorità diversi da rimanere storditi. C'è molto del pop psichedelico di fine anni '60, un tocco di glam, e tante, tante idee. C'è chi critica le performance vocali, ma per chi scrive si tratta proprio di uno degli elementi più unici ed interessanti di questo lavoro, che proprio grazie a particolari come questo finisce per distinguersi da chiunque altro.
4 - The Apples In Stereo - Travellers in Space and Time (2010)
Da molti liquidato come una pallida imitazione del "suono ELO", da chi scrive invece visto certamente come un palese tributo, ma anche un conglomerato di pura gioia in forma canzone. Una volta superato l'eventuale ostacolo della acuta voce di Robert Schneider è impossibile non lasciarsi coinvolgere da questi colorati brani che ci assilleranno per giorni, tanta è la loro cantabilità. Non è necessario tirare fuori parole come "capolavoro", in quanto la gioia e spensieratezza che questo Travellers sa regalare ad ogni ascolto è la sola ragione di cui necessito per metterlo in lista alle porte della top 3.
3 - Sparks - Hippopotamus (2017)
Che la carriera degli Sparks sia stata negli anni eclettica, cangiante e a tratti altalenante è al di sopra di ogni dubbio, ma fin dal 2015, con l'album in collaborazione con i Franz Ferdinand, FFS, era ovvio un loro ritorno ad uno stile più orientato alle canzoni. Dopo una fase certamente più sperimentale da dopo il 2000 con album come Lil' Beethoven, Hippopotamus arriva come una ventata di aria fresca. Una manciata di canzoni una più bella dell'altra, con un Russel Mael che non ha perso nulla della sua unica voce ed un Ron Mael che riesce sempre a combinare originalità, ascoltabilità ed umorismo in un album che sfugge ad ogni catalogazione e confronto, oltre ad esser indubbiamente degno di stare al fianco dei loro migliori lavori.
2 - Devin Townsend - Empath (2019)
Già al primo posto nella mia personale classifica degli album del 2019, in Empath Devin Townsend dimostra veramente di volere e potere fare esattamente quello che vuole. Certamente c'è molto metal, ma c'è anche il musical in Why, così come una quantità indescrivibile di influenze e sonorità diverse in brani come Genesis e nella lunghissima Singularity. Senza poi parlare di brani semplicemente belli come Spirits Will Collide, il tutto condito oltretutto da un intero CD bonus nell'edizione Deluxe pieno di outtakes degne di stare in un album vero e proprio. A parere di chi scrive si tratta del miglior lavoro del signor Townsend, nonostante l'agguerrita concorrenza di altri suoi album magnifici.
1 - The Beach Boys - The Smile Sessions (2011)
Che dire di questa monumentale uscita? Probabilmente si tratta di una delle pubblicazioni più importanti non solo dell'ultimo decennio, oltre che una degna conclusione di una storia durata quasi 45 anni. Uno degli album più misteriosi che, di fatto, non vide mai veramente la luce e la cui assenza non ha fatto altro che accrescere il suo status di capolavoro perduto. Poi ci fu la versione del solo Brian Wilson con i Wondermints nel 2004, e finalmente nel 2011 un magnifico cofanetto con una ricostruzione dell'album realizzata con le registrazioni dell'epoca esistenti, oltre a ben altri 4 Cd pieni zeppi di registrazioni dalle session. Ne ho parlato ampiamente sia in una articolo presente su questo blog che in un mio libro, quindi non mi dilungo; ma mi basti dire che la quantità di idee, la profondità tematica e la pura bellezza presente in questo album è qualcosa che di più universale io non riesco ad immaginare.
Dopo il trittico perfetto di Kimono My House, Propaganda e Indiscreet, gli Sparks pubblicarono una serie di album un po' meno a fuoco dei precedenti. I risultati in termini di successo, che già all'uscita dell'ambizioso Indiscreet iniziarono a calare, ne risentirono non poco. Ciò porto i fratelli Mael a cercare una direzione totalmente diversa, abbandonando di fatto il rock. Ci fu infatti l'idea di una collaborazione con Giorgio Moroder, all'epoca rinomato produttore famoso soprattutto per il lavoro con Donna Summer, proprio per portare gli Sparks ad un suono più elettronico ed affine alla disco music.
Via libera quindi a sintetizzatori di ogni tipo che letteralmente dominano ogni brano di questo disco, uniti ai tipici ritmi ossessivi del genere. Ritmi particolarmente coinvolgenti soprattutto in quanto caratterizzati dalla presenza di una batteria acustica e non di una drum machine.
Il tipico gusto melodico e stralunato unito a testi divertenti dall'umorismo tra il demenziale ed il "tongue in cheek" che tanto hanno caratterizzato gli Sparks precedenti è ovviamente presente, ma le tipiche prestazioni vocali di Russel Mael sono qui in un certo senso meno "taglienti" e più potenti, grazie soprattutto alla scelta di raddoppiare le tracce vocali e di aggiungere un supporto corale.
Difficile scendere nel dettaglio di ogni brano, tanto è compatto e unito il risultato, senza però per questo risultare noioso o ripetitivo. I suoi 33 minuti di durata scorrono via senza che neanche ce ne si accorga, e forse questo è il suo più grande difetto: la brevità. Difetto, o caratteristica, che però condivide con gran parte degli album di disco music contemporanei.
Ogni brano è un ottimo esempio di come la disco possa essere un genere interessante e godibile anche da chi, come il sottoscritto, non è particolarmente amante del genere. Sì, perchè seppur la resa sonora generale sia totalmente vittima di tutti i pregi ed i difetti di quel genere, la composizione si rivela essere decisamente più originale della media. Stiamo parlando degli Sparks dopotutto, seppur con l'importante contributo di Giorgio Moroder. Contributo che, ricordiamo, non si limitò alla produzione ma anche alla composizione e agli arrangiamenti, esempio più unico che raro in una band dove di solito Ron Mael si occupa quasi esclusivamente di questi ultimi aspetti.
Un album leggero, divertente, interessante, che può far venire voglia di ballare e stampare un sorriso in faccia anche al più insensibile pezzo di legno di questo mondo.
Purtroppo la perfezione di questo lavoro non ebbe un seguito, in quanto il successivo Terminal Jive, di nuovo con Moroder, si rivelò essere molto meno brillante. Ciò portò Ron e Russel a riconsiderare le sonorità più affini al rock, stavolta però tinte da una piacevolissima new wave in piccoli gioiellini come Whomp That Sucker e Angst In my Pants, i loro migliori lavori degli anni '80.
Ma tornando a N. 1 In Heaven, fu curiosamente anche uno dei loro pochi lavori, se non l'unico, che riuscì ad arrivare nell'ottusa Italia grazie al singolo Beat The Clock, che spesso è l'unica canzone a cui si associa il nome Sparks qui, e parlo per esperienza (in casi più fortunati si può parlare di This Town Ain't Big Enough For Both Of Us, ma non allarghiamoci troppo). Da un lato mi fa piacere vedere che comunque un minimo siano riusciti ad arrivare anche qui, ma dall'altro è un grande dispiacere notare che in sostanza fu l'unico caso, portando alcuni ad associare il nome Sparks a Beat The Clock, che non è affatto un brano rappresentativo della loro lunga ed eclettica carriera.
Ma a parte questo, è un album consigliatissimo a chiunque, un capolavoro della disco music. Un 8,5 per me.
Altro recente regalo di cui non posso non parlare. In realtà questo album l'ho nominato più volte, in quanto esempio perfetto di quella che è la mia idea preferita di album. Qui c'è TUTTO.
I fratelli Mael, dopo il successo dei due album precedenti, oltre che del singolo This Town Ain't Big Enough For Boh Of Us, chiamano il produttore Tony Visconti, anche lui americano trasferitosi in Inghilterra, e cercano di portare oltre tutto ciò che hanno fatto fino ad allora: il risultato è un album unico in una discografia comunque molto eterogenea. Si, perchè se negli album precedenti la follia delle creazioni di Ron Mael si limitava a palesarsi a livello compositivo, con brani poi suonati da una "normale" rock band, qui sono anche gli arrangiamenti ad essere più originali, più folli, anche e soprattutto grazie all'apporto di Visconti.
Quindi spazio a quartetti d'archi, marching band, big band, il tutto a completare brani che richiamano quelle atmosfere, quindi senza mai essere un elemento forzato o fuori posto.
Chi potrebbe mai cavarsela se non loro scrivendo un inno all'ananas (Pineapple)? O raccontando storie di coppie felici di vivere nel passato causando commenti e reazioni dei vicini (It Ain't 1918)? Insomma una folle combinazione di quotidianità ed ammirevole immaginazione, decorata con un vestito strumentale e vocale assolutamente originale. Perchè ovviamente le performance vocali di Russel Mael sono sempre inarrivabili. Sono pochi gli album che possono cavarsela con contrasti come quello tra il proto-punk di In The Future e il quasi charleston con tanto di big band di Looks, Looks, Looks, che tra l'altro si susseguono senza alcuna pausa, come a confondere ulteriormente l'ascoltatore; forse solo negli album dei Queen ho notato salti equivalenti. O in qualcosa dei Mr. Bungle, ma in altri tempi e con altri risultati. Certo, ci sono brani più "tipici" nello stile Sparks come Happy Hunting Ground, How Are You Getting Home? e The Lady Is Lingering, anch'essi comunque cosparsi di cambi improvvisi e melodie strampalate. E come non citare Profile? Altro magnifico brano carico di melodie letteralmente folli, ai tempi semplice lato b di un singolo, per fortuna presente nella versione rimasterizzata dell'album.
Ogni singolo brano qui è un gioiellino, si potrebbe scriver libri a proposito, ma sarebbe molto più utile e piacevole ascoltarlo. E l'importante è ascoltarlo senza cercare di etichettare ogni cosa, perchè la varietà di stili e la quantità di idee presenti in questi 41 minuti è difficilmente riscontrabile altrove, anche in intere discografie; non c'è progressive che tenga. Quindi chiedersi "che genere è?" sarebbe completo nonsense, non fatelo.
Si tratta certamente di un album controverso: i precedenti sono più "solidi" e coerenti, così come molti dei successivi, ed è facile pensare che qui ci sia "troppo", o che manchi di direzione, o che sia auto-indulgente. E proprio su quest'ultima definizione, usata da alcuni critici, Ron Mael ebbe a dire: "si, è molto auto-indulgente, grazie di esservene accorti!"
Non so se questo Indiscreet sia il mio album preferito degli Sparks, è comunque una dura lotta con Propaganda, però è senza dubbio almeno al secondo posto. Un album che consiglio a tutti coloro che amano esser stupiti da musica che spazia molto. Un 9 come voto.
Un gruppo particolare gli Sparks. Ne ho già parlato più volte, ma per chi non mi segue abitualmente, sappiate che ho un debole per il gruppo dei fratelli Mael: uno dei pochissimi in grado di raggiungere, per quanto mi riguarda, la varietà, le stranezze e la genialità di alcune cose dei Queen. Lungi dal confrontare i due gruppi ovviamente! Di certo però entrambi hanno caratteristiche praticamente assenti altrove.
Ma parliamo di questo Propaganda.
Dopo il primo successo del precedente, ed ottimo, Kimono My House (di cui magari parlerò un'altra volta), gli Sparks si ritrovano alla solita, classica, corsa per ripetere il successo. Cosa che, nonostante gli ottimi risultati di questo album, non capiterà. E tra l'altro, fatto molto curioso, gli Sparks dovranno aspettare fino al 2017 con Hippopotamus per poter vantare un successo paragonabile a Kimono e Propaganda. Ho sempre visto questi due album quasi come due metà di un doppio album; complici forse anche le loro "similitudini" stilistiche accentuate dal contrasto con i due album precedenti e il successivo, magnifico ma decisamente più eclettico, Indiscreet. Forse tra i due Propaganda è quello più "folle", frenetico, quasi a riflettere l'affanno nell'inseguire il successo raggiunto con This Town.... da Kimono My House.
L'album inizia con la title track: pochi secondi a cappella quasi a riecheggiare la fine dell'album precedente e poi via con At Home, At Work, At Play. Un impatto devastante che già mette in chiaro il tono dell'album: dove canzoni si pop, ma alquanto complesse, permettono lo sfoggio di frenetiche ed incredibili acrobazie vocali di Russel Mael sui geniali testi del fratello Ron. Ed in questo brano in particolare si guarda, come in altri casi, ai rapporti umani da un punto di vista diverso. Qui in particolare il difficile rapporto con una donna in carriera sempre impegnata; non scendo nel dettaglio dei testi, che andrebbero assolutamente ascoltati, letti, e non certo tradotti, perchè perderebbero tutto il loro senso. Vi lascio un bel link con i testi di tutti i brani dell'album. In ogni caso, questo primo (secondo?) brano riesce a non far notare la notevole complessità che lo compone, ed è una gran cosa in un mondo in cui non si fa altro che far sfoggio della propria tecnica (o pseudo conoscenza di essa) complicando cose semplici. Qui è l'esatto opposto. Chapeau. Segue Reinforcements, altro gran bel pezzo che fa del contrasto tra la tematica della guerra e la leggerezza della musica il suo punto di forza. Bellissimo il coro finale.
B.C. è semplicemente un capolavoro. Una filastrocca che aumenta man mano di velocità, si ferma, riparte, e fa quasi mancare il fiato anche a chi ascolta. Davvero non ci sono parole qui: da ascoltare!
Thanks But No Thanks è un brano che ho sempre un po' snobbato, ma che sono riuscito poi ad apprezzare più recentemente. Complice anche il bel testo dal punto di vista di un bambino che ha ricevuto ordini "dall'alto" sul non dar confidenza alla gente e, in sostanza, a non divertirsi (dal suo punto di vista). Bellissimo il passaggio "My parents say the world is cruel, I think that they prefer it cruel". Don't Leave Me Alone With Her è un altro capolavoro. Sfido chiunque a cantare in modo credibile brani come questo. Altro testo letteralmente geniale: "A Hitler wearing heels ,a soft Simon Legree, a Hun with honey skin, De Sade who makes good tea, don't leave me here to be"... Never Turn Your Back On Mother Heart è una delle poche "ballate" della loro discografia, ed è certamente la benvenuta in un album così frenetico! La cosa interessante è come molti si siano fatti trarre in inganno dal titolo, definendo questa una canzone a difesa della Terra. In realtà non è propriamente così... Anzi! Sarebbe troppo semplice altrimenti, vista l'intelligente ironia dei fratelli Mael. Magnifico pezzo, tra i migliori dell'album. Something For The Girl With Everything ci riporta altra frenesia e forse la performance vocale più complessa dell'album. Bello anche il testo sulla corsa per accontentare una ragazza che ha tutto, nella speranza che non se ne vada. Achoo invece, nonostante il titolo buffo, è paradossalmente un testo piuttosto serio che parla della facilità di trasmissione di qualunque cosa tramite l'aria e, in particolare, gli starnuti. Come al solito, geniale.
Who Don't Like Kids è forse un gradino sotto alle precedenti, ma non per questo si tratta di una brutta canzone, anzi! Trovo solo che, seppur molto allegra e godibile, sia un po' meno riuscita delle altre a livello melodico. Mentre la conclusiva Bon Voyage, nonostante si trascini un po' troppo sul finale, è cosparsa di cambi e trovate che riescono sempre a stupire nell'arrangiamento. L'album si chiuderebbe qui, ma la versione in cd ci regala anche due lati b di singoli: Alabamy Right e Marry Me. Brevi pezzi molto carini ed in linea con le atmosfere dell'album, seppur non raggiungendone la qualità per ovvi motivi. Diciamo che non fanno male vista anche la brevità dell'album originale!
Dunque, per chi non conosce gli Sparks ed è interessato, consiglio vivamente di iniziare dalla coppia vincente di Kimono My House e questo Propaganda. Questo album è un vortice travolgente di ottime canzoni ben più complesse di quanto possa sembrare ad un primo ascolto, testi di una qualità e un umorismo intelligente che è molto difficile trovare nel pop, un'originalità altrettanto unica nell'ambiente e la capacità di rimanere facilmente ascoltabili ed apprezzabili fin da subito. Un album che ha lentamente scalato la mia classifica personale di album degli Sparks arrivando al primo posto. Esagero, sono di parte, ma non me ne frega niente, nessuno parla mai abbastanza degli Sparks: un 9,5 come voto.
Conobbi gli Sparks per puro caso un paio di anni fa, precisamente grazie alla cover di This Town Ain't Big Enough For Both Of Us fatta da Justin Hawkins (cantante dei Darkness) nel 2005. Da allora, dopo una leggera confusione iniziale, ho provato ad esplorare le varie fasi della loro carriera, scoprendo quello che secondo me è uno dei gruppi più geniali ed unici dell'ultimo secolo. Non sto qui a raccontare la storia dei 2 fratelli Mael, per quello c'è Wikipedia, ma vi parlo del loro ultimo album uscito poco meno di un mese fa: Hippopotamus.
Si tratta, ovviamente, di un album molto particolare e non facilmente classificabile, un po' come tutti i loro lavori. Ma in questo caso la band si trova a fare quasi un passo indietro stilisticamente; nello specifico un "ritorno alle canzoni". Perchè si, i loro ultimi album sono stati decisamente più complessi, teatrali, difficili da comprendere ed apprezzare, ma forse proprio per questo a loro modo dei capolavori. Poi un paio di anni fa ecco FFS, la collaborazione con i Franz Ferdinand; collaborazione che ci ha regalato uno degli album più belli dell'intera carriera degli Sparks, oltre che un effettivo "ritorno alle canzoni". Ovviamente a quel punto era da vedere se questa cosa sarebbe proseguita o no. Ed eccoci quindi ad Hippopotamus: un album che sicuramente è più "pop" dei precedenti senza però essere pop. Quindi cercherò di non usare etichette e generi da ora in poi. Ben 15 canzoni, tutte piuttosto brevi, una più bella dell'altra. Non mi metto a fare il "track by track" che risulterebbe davvero tedioso e pesante, mi limito quindi a citare gli episodi più interessanti. I singoli pubblicati rendono bene l'idea della direzione stilistica: la filastrocca di Hippopotamus è qualcosa di geniale con il suo nonsense e vi ritroverete a canticchiarla per giorni; così come Missionary Position, di cui non serve che vi dica di cosa parla, e che per me è uno dei picchi dell'album. What The Hell Is It This Time? è l'altro singolo, sicuramente interessante a livello testuale (raccontato dal punto di vista di Dio stanco delle continue richieste degli esseri umani) ma un po' piatta musicalmente a mio parere. Edith Piaf (Said it Better Than Me) è un'altra geniale canzone sull'incapacità di non rimpiangere nulla. Poi Giddy Giddy, I Wish You Were Fun, Bummer, The Amazing Mr. Repeat, Scandinavian Design (IKEA?), tutti gioiellini spesso melodicamente geniali e a tratti molto complessi (ben più di quanto possa sembrare ad un ascolto distratto). Poi all'improvviso 2 grandi colpi di gran classe: When You're a French Director, bellissimo valzer dipinto magnificamente da tinte, appunto, tipicamente francesi; e la conclusiva Life With The Macbeths che tocca sonorità operistiche grazie anche alla cantante ospite Rebecca Sjöwall.
Insomma un album veramente molto interessante ed allo stesso tempo godibile. Capace nella difficile missione di colpire l'ascoltatore fin da subito e di migliorare comunque ad ogni ascolto (un po' come avere la botte piena e la moglie ubriaca). E pur non trattandosi di un capolavoro, specie se confrontato con altri lavori della loro discografia, fa comunque riflettere il fatto che i signori Ron e Russel Mael (rispettivamente 72 e 68 anni) riescano ancora a pubblicare lavori validi e scevri da ogni sorta di confronto con qualunque altro artista. E dovrebbe far riflettere soprattutto molti ragazzi ventenni (me compreso) che si approcciano alla musica, indipendentemente dal genere. Ma comunque, per me Hippopotamus è uno dei più probabili candidati al titolo di "miglior album del 2017 imho". E dire che tra uno Steven Wilson ed un Roger Waters, tra un Procol Harum ed un Deep Purple, la concorrenza è agguerrita! Un voto? Un solido e deciso 9.
Oltre ai video sparsi qua e là nella recensione, vi lascio un link per ascoltare l'intero album. Siccome so che non tutti sono iscritti a Spotify, stavolta ci vengono incontro proprio gli Sparks stessi condividendo l'intero album su YouTube! Eccovi quindi il link alla playlist.