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domenica 23 giugno 2019

Rainbow - Rising (1976) Recensione

Il secondo album della creatura di Blackmore (che tra l'altro, a differenza del primo, cestina il nome del chitarrista dalla copertina lasciando solamente Rainbow, quasi a voler dire "ecco, ora siamo una band") ed uno dei più importanti e fondamentali album della storia dell'hard rock e del conseguente heavy metal. Rispetto alla prima uscita a nome Rainbow la formazione coinvolta è quasi completamente rinnovata, conservando solo Ritche Blackmore e Ronnie James Dio e sostituendo tutti gli altri con Jimmy Bain al basso, Tony Carey alle tastiere e Cozy Powell alla batteria, di fatto costituendo quella che per molti è la line up definitiva di questa band (anche se il sottoscritto ha un debole per l'epoca Bonnet-Glover-Airey).
Rising è tanto breve quanto il tempo impiegato per registrarlo (appena un mese), sfoderando solamente sei brani di fragoroso ed epico hard rock senza alcuna pausa. Se infatti nel primo album c'erano Catch The Rainbow e Temple Of The King ad alleggerire, così come ci sarà Rainbow Eyes nel successivo, qui i ritmi serrati tirano dritto come una locomotiva per tutti e 33 i minuti di Rising, senza spazio alcuno per tirare il fiato.
Fin dall'introduzione di tastiere ad opera di Carey in Tarot Woman si sente la voglia di distaccarsi dal tipico suono "alla Deep Purple", lasciando da parte il classico Hammond che immediatamente richiamerebbe alla mente l'inimitabile Jon Lord e preferendo il più "moderno" Minimoog. L'entrata del resto della band è introdotta da uno schematico riff che poi lascia spazio alla roboante batteria di Powell, dando vita ad un brano che è il prototipo di ogni brano metal di ispirazione fantasy che tanto prenderà piede nei decenni successivi. Blackmore è incredibilmente lucido nei suoi interventi prima al limite del caotico e poi piacevolmente melodici. Poco da dire poi sulla sempre impeccabile performance di Dio, qui forse alla sua prima vera affermazione in uno stile che si porterà avanti per tutto il resto della sua carriera. Run With The Wolf è forse un brano minore insieme a Do You Close Your Eyes, ma entrambi più che il futuro dei Rainbow sembrano prevedere la carriera di Dio con la sua omonima band, in sostanza quindi riuscendo a suonare non così lontani da certe cose dei primi anni '80, però praticamente un lustro prima.
Nel mezzo c'è Starstruck, quasi un prototipo della ben più nota Long Live Rock And Roll che vedremo l'anno successivo, anche se , a parere di chi scrive, questo brano da Rising è decisamente più interessante grazie ad un incrocio di riff tutt'altro che banali. Gran parte dell'attenzione però la cattura il secondo lato dell'album, formato solamente da due brani, ma che brani. Stargazer è forse il picco creativo dei Rainbow oltre che uno degli episodi più belli ed epici di quest'epoca dell'hard rock e non solo. Facile tracciare paralleli con la similmente grandiosa Kashmir dei Led Zeppelin, ma se lì il brano era interamente votato alle sonorità di stampo orientale, qui questo elemento è presente solo in parte, mischiato di nuovo con un immaginario fantasy ed in generale una sensibilità più affine al metal sinfonico ante-litteram. In questo senso è esemplare l'assolo centrale di Blackmore, che dopo un inizio su scale orientali con lo slide sfocia in una cascata di note dall'anarchica precisione. In tutto ciò c'è l'indescrivibile potenza ed intensità della voce di Dio che porta il brano a vette altissime, elevate ulteriormente dall'entrata dell'orchestra nella lunga coda conclusiva. Interessante poi l'aneddoto secondo cui Blackmore scrisse il riff di questo brano al violoncello. Difficile seguire un capolavoro simile, ma A Light In The Black non si tira certo indietro. Una cavalcata lunga quanto Stargazer ma al doppio della velocità, con un Powell in modalità schiacciasassi e Carey e Blackmore che sembrano sfidarsi in duelli all'ultimo sangue tra la cacofonia e gli onnipresenti arpeggi neoclassici su cui qualche chitarrista svedese farà la fortuna di lì a qualche anno.
Rising è un album fondamentale quasi quanto il primo omonimo dei Led Zeppelin o In Rock dei Deep Purple; molta della musica affine a questo genere che affiorerà specialmente dagli anni '80 deve tantissimo a questo album. Un ascolto breve ma decisamente intenso da cui ancora oggi si può imparare molto, anche solo a livello di arrangiamenti e produzione.
I Rainbow non raggiungeranno mai più livelli simili, pur avvicinandosi molto con il successivo Long Live Rock And Roll o con il sottovalutato Down To Earth con Graham Bonnet alla voce. Curiosamente ben pochi brani di questo album troveranno posto in scaletta nei tour contemporanei, con Stargazer e soprattutto A Light In The Black cestinate dopo meno di un anno (la prima verrà ripresa successivamente in modo sporadico) e la sola Starstruck in versione appena accennata al'interno di Man On The Silver Mountain.

mercoledì 17 ottobre 2018

Led Zeppelin - Presence (1976) Recensione


Settimo album in studio dei Led Zeppelin oltre che uno di quelli su cui le opinioni più si dividono. C'è chi lo definisce un ottimo album, chi un capolavoro, e chi invece lo vede come un lavoro non all'altezza dei precedenti e l'inizio di una fine che continuerà in modo più evidente nel successivo In Through The Out Door. 
L'album fu registrato in condizioni piuttosto complicate, con Robert Plant costretto in sedia a rotelle dopo l'incidente automobilistico in Grecia nell'estate del 1975, che di fatto causò uno stop all'attività live della band che quindi, per non rischiare lo scioglimento (più le pause sono lunghe e più è difficile riprendere), si buttò ben presto in studio al lavoro su nuovi brani. Brani che finiranno per mostrare segni di tristezza, senso di incomprensione, rabbia, risentimento nei testi scritti da un Plant che non era certo felicissimo di essere lì in quel momento, oltretutto lontano dalla moglie Maureen costretta in ospedale in Inghilterra in condizioni più gravi di lui mentre la band, per le solite questioni di tasse, registrava in America.
Nei testi si sente la solitudine, la critica agli amici che non danno importanza a ciò che lui vuole e alla sua situazione, la visione amara della vita in tour in America fatta di droga e groupie... Un altro fattore importante che caratterizzò la lavorazione di Presence fu il poco tempo dedicato alla registrazione: dopo album come Houses Of The Holy e Physical Graffiti caratterizzati da tempi di realizzazione biblici, Presence fu realizzato in poche settimane, anche a causa dell'uso dello studio mobile dei Rolling Stones, i quali l'avrebbero poi avuto bisogno di lì a poco, costringendo Page a turni lunghissimi di lavoro per ultimare il tutto. Se a questo si aggiunge l'assenza, caso unico nella loro discografia, di tastiere e chitarre acustiche, si può ben capire quale può essere il carattere di Presence. Meno grandiosità, meno eclettismo, più urgenza, più rabbia. Anche per questo secondo alcuni, visto anche il periodo, è un po' "l'album punk" dei Led Zeppelin.
Si tratta, a mio parere, però anche di un album che mostra più facce in un certo senso. Perchè se da un lato abbiamo brani effettivamente semplici e diretti come Royal Orleans, Candy Store Rock, Hots On For Nowhere e la un po' più complessa For Your Life, in bilico tra rock blues e tendenze funk, dall'altra abbiamo l'ambiziosa Achilles Last Stand ed il ritorno dirompente nel puro blues di Nobody's Fault But Mine e Tea For One. Ciò che però unisce tutto ciò è forse il più grande risultato della "guitar army" di Page, la sua tecnica di orchestrare le chitarre tramite sovraincisioni: una caratteristica presente da sempre nei Led Zeppelin, ma che qui diventa una costante, anche se spesso un po' meno evidente che in altri casi. Achilles Last Stand ne è forse la dimostrazione più plateale, oltre che uno dei brani meglio riusciti della loro intera carriera: una cavalcata di oltre 10 minuti che, tramite riferimenti letterari e mitologici, finisce per parlare apertamente della triste situazione di esilio in cui la band si trovava ai tempi e della situazione di Plant (tanto che in fase di lavorazione si chiamava The Wheelchair Song).
Le parti di chitarra qui non si contano, Bonham ci regala forse una delle sue migliori performance e Jones è una inarrestabile mitragliatrice al basso. Indubbiamente il brano della maturità dei Led Zeppelin più di ogni altro. Ovvio che il resto finisca per sfigurare al confronto. For Your Life però lo ritengo un brano ingiustamente sottovalutato, e credo che anche la band l'abbia riconosciuto, aggiungendolo a sorpresa in scaletta nella reunion del 2007. Siamo in consueti territori rock blues - funk, ma il suo andamento possente, i continui cambi di tempo e riff, il testo amaro, ne fanno un gran bel pezzo. Nobody's Fault But Mine invece è un altro grande brano in cui gli Zeppelin ritornano alla loro consuetudine di riarrangiare standard blues; approccio che a mio parere raggiunse il massimo del risultato nell'album precedente con In My Time Of Dying, ma che qui prende una strada un po' meno improvvisata, più organizzata, ed in un certo senso più focalizzata. Il ripetitivo riff, gli stacchi "storti" di Bonham, indubbiamente siamo di fronte all'unico altro brano qui in grado di rivaleggiare con Achilles Last Stand in quanto a maturità d'approccio e suono. Il blues ritorna alla fine nella triste ed oscura Tea For One, ovvio riferimento alla solitudine, che altro non è che un voluto ritorno a Since I've Been Loving You. Infatti, dopo un possente riff che tristemente non è stato sviluppato quanto avrebbe meritato, ci aspettano 9 minuti di blues in minore in quella che sembra essere la versione più matura del già citato brano di Led Zeppelin III. Ed è interessante in questo senso la scelta, nel conseguente tour del 1977, di riportare in scaletta una Since I've Been Loving You suonata in un modo non così distante da Tea For One (quindi più pacata rispetto alle versioni dei primi anni '70, più malinconica), con anche citazioni a questo pezzo nei vari assoli di Jimmy Page, invece che suonare proprio Tea For One. Il resto dell'album ammetto che lascia un po' il tempo che trova, e se Candy Store Rock risulta almeno divertente, Royal Orleans e Hots On For Nowhere risultano un po' più sbiadite e un pelo anonime a mio parere. Suonate sempre benissimo per carità, ma non indimenticabili.
E per questo credo che se da un lato l'urgenza e la fretta, come detto, è ciò che dà carattere a Presence, dall'altro sono convinto che una lavorazione più tranquilla e dilatata nel tempo avrebbe forse giovato in termini di qualità generale. Rimane comunque uno degli album preferiti di Jimmy Page, forse proprio a causa della sua spiccata presenza in ogni angolo di ogni pezzo. Il successivo In Through The Out Door (dove saranno Plant e Jones a prendere il sopravvento a livello creativo) mostra una direzione ed un risultato ben diverso, forse più in negativo che in positivo, nonostante torni prepotente la voglia di affrontare più generi diversi, cosa che normalmente adoro.
Quindi Presence è l'ultimo grande album dei Led Zeppelin? Sarei più propenso a usare questa definizione per il precedente Physical Graffiti, ma brano come Achilles Last Stand e Nobody's Fault But Mine non si possono certo ignorare, quindi non saprei... Non un album perfetto ma con vette non indifferenti, un 7,5 come voto.
Menzione a parte per la magnifica copertina, o meglio l'intera veste grafica, con foto d'epoca caratterizzate dalla presenza del cosiddetto "the object": un oggetto nero con piedistallo, ispirato al monolite di 2001: Odissea Nello Spazio, che in realtà non è presente in quelle foto, ma è ritagliato. L'oggetto dovrebbe rappresentare la potenza e la forza dei Led Zeppelin che, nelle parole di Storm Thorgerson, erano così potenti che non necessitavano neanche di essere presenti.


giovedì 4 ottobre 2018

Eloy - Dawn (1976) Recensione

Gli Eloy sono un gruppo particolare. Di solito inseriti a grandi linee nello space rock e di provenienza tedesca, vantano una lunga carriera ed una sostanziosa discografia. Ovviamente ho avuto il piacere di scoprirli con il loro album più celebrato, Ocean, ma dopo anni ed un colpo di fortuna nel trovare questo Dawn (uscito un anno prima di Ocean) in una bancarella, il trono di Ocean, per quanto mi riguarda, è minacciato.
Gli ingredienti sono simili: atmosfere sospese, brani ripetitivi ed evocativi, sintetizzatori in primo piano, l'incredibilmente monotona voce di di Frank Bornemann... Quello che però salta subito all'orecchio sono due elementi che lo distinguono da Ocean, e per questo me lo fanno apprezzare maggiormente: la presenza di un'orchestra ed il ruolo più importante della chitarra. Ocean infatti si dimostra come una massa di suoni atmosferici con alti e bassi per quaranta minuti, laddove Dawn riesce invece ad essere più vario proprio grazie a queste aggiunte. Capita infatti di incappare in riff un pelo più movimentati ogni tanto che ben riescono a spezzare il ritmo. Basti sentire Between The Times ad esempio. Se a questo ci aggiungiamo la mancanza di una infinita, e a mio parere un po' noiosetta, sezione narrata come in Ocean (parlo della prima sezione della lunga Atlantis' Agony at June 5th - 8498, 13 P.M. Gregorian Earthtime), si può capire come l'album riesca a scorrere decisamente meglio.
Ovviamente ci sono anche qui parti un po' meno interessanti: trovo infatti che un brano come LOST?? (The Decision) sia fin troppo ripetitivo e, in un certo senso, inutile (bastavano un paio di minuti a mio parere), così come alcune sezioni narrate (si, ci sono anche in Dawn, ma per fortuna sono più brevi e supportate da musica più interessante e piacevole) sono forse un pelo forzate oltre che al limite dell'incomprensibile, non certo aiutate dall'accento spiccatamente tedesco e dal bassissimo volume della voce. A tal proposito, Dawn dovrebbe essere un concept album, ma per i motivi detti qui sopra la storia risulta pressoché incomprensibile. L'unica spiegazione che ho trovato a riguardo arriva dalla solita Wikipedia: "...racconta la storia di un uomo che dopo una morte improvvisa ritorna come un fantasma. Cerca di trasmettere le sue conoscenze appena acquisite alla sua amata. L'album termina con la sua dissolvenza in luce, chiudendo sulla citazione, "Nous sommes du soleil" ("We are of the sun")."
Curiosa la scelta dell'ultima frase, usata anche dagli Yes come una sorta di mantra in Ritual, nel tanto discusso Tales From Topographic Oceans. Curioso comunque notare che i testi, sia di questo Dawn che di Ocean, siano opera del batterista Jürgen Rosenthal, precedentemente membro dei primissimi Scorpions di Fly To The Rainbow.
Dawn però si lascia ascoltare molto piacevolmente, raggiungendo a mio parere i suoi picchi all'inizio con Awakening e la mini-suite Between The Times, e nella seconda metà, con quel gran bel pezzo che è The Midnight-Flight/The Victory Of Mental Force, uno dei miei brani preferiti in assoluto degli Eloy. Forse l'ostacolo più grande all'ascolto, caratteristica che però non si limita ad essere presente in Dawn, è il cantato di Bornemann. Indubbiamente non dotato di una grande voce versatile, per questo motivo e, probabilmente, anche per consce scelte compositive, le linee vocali sono sempre molto piatte, monotone, ripetitive, inespressive, al limite del parlato. Certo, questa è una caratteristica primaria del suono Eloy, ma non fatico a credere che qualcuno la trovi come una sorta di ostacolo.
In definitiva, non conosco ogni singolo album degli Eloy, ma finora Dawn è senza dubbio il mio preferito e lo ascolto spesso con piacere. Per questo, nonostante i difetti, si merita un 7,5 come voto.

lunedì 14 maggio 2018

The Alan Parsons Project - Tales Of Mistery And Imagination (recensione)

Strano pensare ad un "progetto" la cui base sono un compositore, musicista e cantante ed un produttore ed ingegnere del suono, ed il tutto prende il nome di quest'ultimo e non dal primo. Però così fu in quel 1976, quando Eric Woolfson ed Alan Parsons decisero di allearsi e realizzare un album basato sui racconti di Edgar Allan Poe. Woolfson lavorava da qualche anno a pezzi basati su Poe, e quindi parve naturale concentrarsi su di essi in quello che, appunto, avrebbe dovuto essere un progetto, nel senso di una cosa "una tantum", estemporanea, ben precisa, che poi continuò solamente come conseguenza del successo commerciale. Ma insomma, viste le intenzioni iniziali, si capisce il senso dell'uso della parola "project", che è ben diverso dall'abuso che si nota oggi in ogni tipo di band normalissima nelle intenzioni, nella natura e nel percorso artistico. 
Detto questo, ovviamente i due si circondarono di altri musicisti e, soprattutto, cantanti, di fatto creando già qui la formula che finirà per caratterizzare ogni loro lavoro insieme. Se però nei lavori successivi pare evidente la tendenza, voluta o meno, alla ricerca di "hit", seppur sempre implementate in album carichi di classe ed arrangiamenti sopraffini; qui siamo di fronte ad un lavoro un pelo più complesso e raffinato. Ogni brano, come è già evidente dai titoli, è dedicato ad un racconto o una poesia di Poe; e nella seconda metà troviamo addirittura una suite strumentale di 16 minuti basata su The Fall Of The House Of Usher, una cosa unica nella discografia dell'Alan Parsons Project (se escludiamo The Turn Of A Friendly Card, che anche se sulla carta è anch'essa una suite, è basata su canzoni e non brani strumentali). 
Fin dall'inizio si può notare l'usanza, che si consoliderà successivamente e la ritroveremo spesso, di aprire l'album con una sorta di introduzione strumentale, A Dream Within A Dream, che si collega alla prima canzone vera e propria: The Raven. A mio parere uno dei brani più riusciti dell'album e più rappresentativi di ciò che adoro dell'APP, The Raven presenta anche il primo uso in studio del vocoder, e rende ben evidente un'altra caratteristica che tornerà spesso: la combinazione di suoni elettronici, strumenti rock ed orchestra. Orchestra arrangiata e condotta da Andrew Powell. 
La prima sorpresa dell'album è The Tell Tale Heart, dove un diabolico Arthur Brown si fa spazio nel muro di suoni grazie ad una delle sue più efficaci interpretazioni di sempre. Bellissimi i saliscendi strumentali prima della ripresa, con anche un coro a creare tensione e leggera dissonanza. Bellissima. 
John Miles ci delizia poi in The Cask Of Amontillado, brano particolarmente efficace anche grazie alle entrate più ritmiche dell'orchestra che creano un bel contrasto. E proprio questo contrasto e l'uso estensivo dell'orchestra in modo particolarmente pomposo sarà un'altra costante in futuro, basti pensare a Silence And I. (The System Of) Dr. Tarr And Professor Fether, oltre ad essere un gran bel brano con di nuovo John Miles alla voce, è letteralmente cosparsa di reprise di temi precedenti, a volte evidenti ed a volte non molto. Non è difficile notare una sezione di The Raven ripresa un paio di volte con testo diverso, e poi di nuovo alla fine strumentale, così come l'arpeggio di A Dream Within A Dream e la linea vocale di The Tell Tale Heart. 
Come anticipato, la seconda metà dell'album è dominata da The Fall Of The House Of Usher: 16 minuti interamente strumentali dominati dall'orchestra. Certo, se confrontato con il resto dell'album è facile che passi in secondo piano, che annoi, o che semplicemente non piaccia; ma indubbiamente ha dei momenti particolarmente godibili ed efficaci, e forse soffre solo un po' dell'eccessiva durata a mio personalissimo parere. L'album si conclude con To One In Paradise, finale appropriato con la prima ballata dell'APP in uno stile che poi diventerà tipico in brani come Time e Old And Wise, per citarne un paio. 
Trovo doveroso citare l'esistenza del remix del 1987, ad opera dello stesso Parsons, che ha sicuramente creato confusione in molti ascoltatori non esperti che magari per decenni hanno creduto che quella fosse la versione originale dell'album, complice il fatto che fino al 1994 il mix originale non fu disponibile in CD. E le differenze ci sono eccome: a partire dall'uso di riverberi vari molto in voga negli anni '80, specialmente sulla batteria, l'aggiunta di parti strumentali nuove (assoli di chitarra, tastiere...), qualche take diversa (la voce di Arthur Brown in The Tell Tale Heart), ed in generale una resa più "spaziosa" del suono. Ovviamente molti preferiscono l'originale, ma non mi sento di criticare troppo questo remix, che ha comunque il pregio di presentare una valida alternativa all'originale, con anche il valore aggiunto di alcune parti narrate da Orson Welles. 
C'è chi questo album lo butta nel calderone del prog, chi invece urla a gran voce la sua indignazione all'accostamento dell'APP al suddetto genere, e c'è chi alza gli occhi al cielo come il sottoscritto. Quel che è certo è che siamo di fronte ad un ottimo album, con in particolare una prima metà da applausi. Non il mio album preferito in assoluto dell'APP, soprattutto a causa della suite di Usher, che se fosse durata qualche minuto in meno, magari lasciando spazio ad una o due canzoni in più, avrebbe reso l'album più scorrevole a mio parere. Rimane comunque in una mia ideale top 3, e si merita un bell'8 come voto.

sabato 13 gennaio 2018

John Miles - The Decca Albums (vol.1) - Rebel (recensione)


Ho ricevuto come regalo di Natale questo bel cofanetto comprendente i primi 4 album di John Miles e, come bonus, un finora inedito CD live alla BBC nel 1978. Ho pensato quindi di iniziare una "serie" di recensioni dedicando ogni "episodio" ad un album qui contenuto, nella versione di questo cofanetto (perchè si sa, con la miriade di riedizioni tanto di moda oggi è facile trovare differenze da un'edizione all'altra).

Quindi, John Miles. Lo conobbi ovviamente grazie a Music, brano che tutti conoscono ma pochi sono spinti ad andare ad esplorare altre cose della sua discografia. Molti neanche sanno che ha effettivamente fatto altro. Subito mi colpì la sua incredibile voce, ma mai avrei pensato di trovarmi di fronte ad un compositore ed un polistrumentista di tutto rispetto.
Dunque, dopo vari tentativi falliti di arrivare al pubblico tramite singoli fin dal 1971, finalmente nel 1975 Miles firma un contratto con la Decca, si affianca ad Alan Parsons in veste di produttore che si porta dietro anche Andrew Powell agli arrangiamenti orchestrali (presente anche in praticamente tutti i lavori dell'Alan Parsons Project) e, introdotto dal singolo Highfly, sforna questo Rebel nel 1976. Con la sua copertina (e titolo) palesemente ispirati all'immagine di
James Dean, Rebel è un album eclettico, splendidamente prodotto ed arrangiato, e un po' l'esempio di quello che sarà, con alcune differenze che analizzeremo nelle prossime recensioni, lo stile di Miles anche in lavori successivi. Music apre l'album. C'è poco da dire su questo brano, tutti lo conoscono, io personalmente credo che sia uno dei pochissimi brani che possono quasi rientrare nello stesso territorio di Bohemian Rhapsody, seppur con ovvie differenze stilistiche. Un brano semplice sulla carta, poche parole nel testo, ma un lavoro orchestrale magistrale. Insomma l'esempio perfetto di ciò a cui il pop può ambire ma ormai si guarda bene dal fare. Difficile proseguire dopo una botta simile, ma Everybody Want Some More ci prova andando in direzione diversa, quasi Beatlesiana, con stop, cambi e quei magnifici violoncelli che potano alla mente cose come Eleanor Rigby. Un gioiellino pop di quelli che adoro letteralmente. Highfly fu scelto come singolo apripista, ma secondo me è un brano leggermente meno interessante del resto; non per mancanza di qualità, ma a causa dell'abbondanza di essa altrove. Un pop piacevole insomma. Con You Have I All si tocca il secondo ed irripetibile picco dell'album. Un pezzo lungo, potente, con un bel tiro, belle melodie e un arrangiamento che si cuce a pennello sul brano. Uno dei pezzi di Miles che preferisco in assoluto; si, più di Music. Il lungo finale, introdotto da una nota di synth a salire dopo l'intermezzo percussivo, è qualcosa di sublime. La title track è un altro pezzo di onesto pop\rock come ne troveremo sparsi un po' ovunque nei suoi album; ma dopo la cavalcata precedente è una "pausa" necessaria e comunque riuscita. When You Lose Someone So Young è una ballata di gran classe che fa mantenere alto il livello prima di quello che, per me, è il pezzo peggiore dell'album. Lady Of My Life proprio non riesco a digerirla, è un secco stop allo scorrimento dell'album. Ben suonata, ben cantata sicuramente, ma questo pezzo dalla mosciaggine impomatata proprio non mi va giù. Meno male che arriva Pull The Damn Thing Down a risollevare il tutto: un altro lungo pezzo formato da più sezioni che forse "arriva" meno di You Have It All, ma è un discreto colpo di coda che ci porta alla reprise di Music che chiude l'album.
Insomma un ottimo esordio, non il mio album preferito tra i suoi (scopriremo qual è nelle prossime recensioni), ma quello forse più rappresentativo. Se non fosse per la "caduta" (opinione personalissima, ribadisco) di Lady Of My Life sarebbe un disco quasi perfetto. Ma non è finita qui! Si perchè nell'edizione del cofanetto "The Decca Albums" ci sono ben 4 pezzi bonus! Segnalo in particolare le prime 2, Jose e You Make It So Hard, lato a e b di un singolo del 1971. Entrambi i pezzi sembrano usciti dagli anni '60, sia come brani in sé che come arrangiamento. Il che per quanto mi riguarda è un'ottima cosa (adoro quell'epoca), ma fa capire perchè passarono inosservati nel '71. Seguono There's A Man Behind The Guitar e Putting My New Song Together, lati b rispettivamente dei singoli Highfly e Music. Brani più in linea con lo stile dell'album, molto bello il primo dalle tinte più spiccatamente "rock", non avrebbe sfigurato nell'album. Il secondo è un pezzo un po' più convenzionale, ma non per questo meno valido. Insomma 4 ottimi brani che rendono questa edizione di Rebel molto interessante.
Come già detto, non è il suo album che preferisco, ma in una ipotetica classifica starebbe quasi sicuramente al secondo posto. Come voto si merita un 8 abbondante.
Alla prossima con Stranger In The City!