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lunedì 11 marzo 2019

Jean Michel Jarre - Waiting For Cousteau / En attendant Cousteau (1990) Recensione

Dopo una serie di album caratterizzati indubbiamente da alti e bassi, ma comuqnue frutto di una costante ricerca che era in grado di rendere interessante ogni uscita, la discografia di Jarre arriva a quello che a mio parere è il primo "passo falso" in un certo senso. Certamente questa è un'affermazione pesantemente influenzata dai miei gusti più che dall'effettivo valore dell'album, che magari altri riescono a vedere e sono felice per loro. Intendiamoci, non si tratta di un pessimo album, e anzi inizia anche con una delle sue cose più riuscite: la suite in tre parti Calypso.
Un passo indietro; l'album è in sostanza fin dal titolo un omaggio e dedica al regista, esploratore ed oceanografo Jaques-Yves Cousteau, e pubblicato il giorno del suo ottantesimo compleanno. Di conseguenza tutto l'album fa dell'atmosfera acquatica la sua caratteristica principale. Tornando alla già citata Calypso, essa introduce in modo efficacissimo l'album con la sua prima parte particolarmente colorata e con un che di caraibico. Normalmente questo genere di cose mi procurano forti reazioni allergiche, ma in questo specifico caso, grazie ad una intelligentissima costruzione armonica che spesso prende vie inaspettate e contrastanti, il tutto riesce a farsi apprezzare. Ben otto minuti dopo ci troviamo di fronte la seconda parte, in in certo senso più affine al suono tipico di Jarre, che dopo un'introduzione atmosferica sembra quasi riportarci verso Industrial Revolution dall'album precedente con il suo fare tra il meccanico ed il "liquido", spostandosi poi gradualmente verso territori tipici della musica dance anni '90.
La terza parte conclusiva è invece decisamente più trionfale, lenta, maestosa, e dimostra ancora una volta il gusto per le melodie e le ispirazioni classiche di Jarre. E qui a mio parere si conclude la parte interessante del disco, in quanto il resto dell'album consiste soltanto nella title track (di 22 minuti su vinile, 46 su CD). Un infinito brano ambient in cui per tutti questi lunghi minuti non succede assolutamente niente. Certo so benissimo che questa è una delle caratteristiche principali del genere ambient, nato proprio per fare da sottofondo a qualcosa, "musica da ambiente" appunto, ma si tratta comunque di qualcosa di cui non capirò mai il fascino. Indubbiamente è un brano ben fatto, con bei suoni e perfetto nella sua ispirazione acquatica ed oceanica, in grado di trasmettere una serenità assoluta, ma anche tanta noia. L'avrei apprezzato se avesse avuto un qualche svolgimento, un progresso, una direzione, ma 46 minuti di musica sempre uguale sono troppo per me. Sicuramente si tratta di un mio limite, ma la musica desta il mio interesse nel momento in cui succede "qualcosa": qualcosa che stupisca, che coinvolga, che faccia riflettere, che emozioni, ma pur sempre qualcosa! A causa di questo brano mi ritrovo troppo spesso a desistere dal metter su questo album, pur amando Calypso, ed è un gran peccato. Il successivo Chronologie rimetterà le cose a posto confermandosi come il suo miglior album anni '90 senza alcun dubbio, relegando questo Waiting For Cousteau a mero esperimento amato principalmente dai fan della musica ambient. Come voto si merita un 6,5, media tra l'8,5 di Calypso ed il 5 della title track.

giovedì 27 settembre 2018

Jean Michel Jarre - Zoolook (1983) Recensione

Forse uno dei lavori più sperimentali di Jean Michel Jarre, si rivela essere a mio parere anche uno dei più interessanti e particolari. La sua caratteristica principale, che è poi ciò che lo rende un lavoro in sostanza unico nella sua discografia, è il ruolo di primaria importanza che ha la voce. Non si tratta però di parti cantate, bensì di un uso di diverse parti vocali (sia parlate che cantate) campionate e "suonate" attraverso il Fairlight, uno dei primi campionatori. L'album è infatti letteralmente ricoperto di frammenti vocali usati in sostanza come uno strumento, come un sintetizzatore, risultando quindi spesso in melodie costituite da una sillaba "suonata" a diverse altezze, oppure ritmi che partono da collage vocali... Il tutto usando parti in, pare, ben 25 lingue diverse. A questo viene aggiunta poi, altra cosa rara per Jarre, la presenza di una vera e propria band (Adrian Belew alla chitarra, Marcus Miller al basso e Yogi Horton alla batteria), ed il che dà un suono più organico al tutto, potando certi brani in territori quasi new wave, in totale contrasto con la freddezza e la resa quasi robotica delle voci. Altro particolare importante è l'influenza dell'altro progetto di Jarre, in sostanza contemporaneo: Music For Supermarkets (ne parlo qui). Senza scendere troppo nei particolari, basta ascoltare i due lavori per notare vari punti in comune, idee che da Supermarkets sono poi state riarrangiate ed inserite in questo Zoolook (ad esempio Blah Blah Cafè e l'ultima sezione di Diva).
Il risultato è un album con alti e bassi, di cui il punto più alto è senza dubbio la traccia di apertura Ethnicolor. L'inizio è caratterizzato da una lunga sezione atmosferica piuttosto sinistra, che comunica quasi un senso di desolazione, oscurità. Già qui ci sono suoni e voci (si fa subito notare Belew con i suoi elefanti chitarristici) che rendono il tutto davvero indescrivibilmente inquietante. Dopo un po' entra una sorta di loop ritmico formato da voci che è, di nuovo, qualcosa di particolarmente sinistro. Fa strano infatti sentire voci umane avere il ruolo di, sostanzialmente, macchine. Una cosa che continuerà certamente per tutto l'album, ma senza raggiungere vette di questo livello a mio parere. A questo punto si unisce il resto della band e fa subito notare quanto una presenza effettivamente umana possa aiutare non poco la resa di album di questo tipo, seppur strettamente elettronici per natura. La successiva Diva vede invece la presenza, questa volta davvero alla voce vera e propria, di Laurie Anderson, che offre un'interpretazione piuttosto particolare e sperimentale ad un altro brano che inizia sinistro per poi diventare più ritmico. Non uno dei miei preferiti, ma sicuramente interessante.
La title track è il classico pezzo da classifica di Jarre, molto melodico, ritmato, ma la cui melodia è creata con una voce "suonata". Il risultato è strano all'ascolto, e a mio parere con l'uso di un più normale sintetizzatore il risultato ne avrebbe giovato, ma in linea con l'identità dell'album direi che è quantomeno godibile. Wooloomooloo è in sostanza un brano atmosferico di transizione che ci porta a Zoolookologie, altro brano leggero e ritmato come che si fa apprezzare. Blah Blah Cafè è invece interessante: un brano un po' più lento e "pesante" nel ritmo, molto meccanico nella resa, ma con un suono di sintetizzatore che ho trovato identico a quello usato da Tony Banks nel finale di The Light Dies Down On Broadway in The Lamb Lies Down On Broadway. Una chicca per i proggettari.
L'album finisce poi per sfumare con Ethnicolor II, altro brano atmosferico che porta l'album a concludersi con toni simili all'apertura, anche se forse meno oscuri.
Insomma un album davvero molto interessante e "diverso" se confrontato con gli altri lavori di Jean Michel Jarre. Inizia alla grande e forse perde un po' man mano che va avanti, ma in quanto lavoro sperimentale va preso per quello che è. Non è di facile ascolto come i precedenti e gran parte dei successivi, ma non si tratta neanche del Trout Mask Replica della musica elettronica. Semplicemente può far strano l'uso delle voci ed un tono forse più che mai freddo e meccanico. L'uso dei sample prenderà poi via via un uso sempre meno interessante a livello puramente artistico nella musica, in bilico tra l'imitare la realtà (vedasi molti ottimi plugin), che forse è la cosa più utile e sensata, ed il citare opere d'altri totalmente decontestualizzate, cosa che ho sempre odiato. Qui siamo agli albori di questa tecnologia, che quindi viene usata un po' come un giocattolo, ma che a tratti permette a Jarre di raggiungere ottimi risultati, come in Ethnicolor.
Non il mio lavoro preferito di Jarre, ma un album che fa sempre piacere tornarci. Un 7,5 come voto.

giovedì 12 luglio 2018

Jean Michel Jarre - Magnetic Fields \ Les Chants Magnetiques (1981) Recensione

Diciamocelo, dopo due album come Oxygene e Equinoxe qualunque lavoro sfigurerebbe, indipendentemente dal suo valore. Il discorso poi si può estendere praticamente all'intera discografia di Jarre, che continuerà sempre ad essere all'ombra di quei due colossi, nonostante vari album altrettanto validi e i vari seguiti di Oxygene che ne ricatturano le atmosfere. Però qui più che mai il peso si sente, e forse proprio per questo l'album in questione mostra i primissimi segni di un cambiamento che arriverà prepotentemente con il successivo Zoolook. Perchè se già in Equinoxe i sequencer fecero da padrone, in Magnetic Fields vengono ridimensionate anche gran parte di quelle atmosfere sospese, quasi spaziali che caratterizzavano i lavori precedenti. Qui è tutto più ritmico, più secco, all'apparenza anche più essenziale (anche se non è propriamente così in realtà).
Indubbiamente Magnetic Fields, pt. 1 svetta su tutto il resto, dimostrando come, nonostante le premesse, Jarre sia in grado di creare un capolavoro sinfonico da annoverare tranquillamente tra le sue cose migliori. Molteplici linee di synth si intrecciano in un saliscendi di 18 minuti diviso in tre distinti movimenti. L'inizio è dirompente, teso, che avanza costantemente per più di 6 minuti, lasciando poi spazio al secondo movimento, più tranquillo ma carico di suoni e rumori a renderlo sinistro ed inquietante. Il terzo movimento è decisamente più ritmico e tipicamente "alla Jarre", che anche qui lo fa crescere man mano aggiungendo più e più linee intrecciate fino al culmine, dove un sax sintetico si allontana insieme al resto, sfumando.
Magnetic Fields, pt. 2 è l'immancabile singolo: ritmato, melodico, contagiosamente "cantabile" ed in totale contrasto con l'epica prima parte. Non sarà Equinoxe 4 ma personalmente lo adoro. Forse un po' troppo lungo per le idee che offre, ma si può sopportare.
Magnetic Fields, pt. 3 invece sa molto di intermezzo, con rumori meccanici di ingranaggi e atmosfere più sospese, questo pezzo funziona bene come pausa, ma lascia un po' il tempo che trova se preso singolarmente.
Sequencer e drum machine ritornano prepotentemente in Magnetic Fields, pt. 4, altro brano che ha forse qualcosa in comune con la seconda parte, ma che a mio parere risulta essere un po' più interessante essendo strutturato a crescendo invece di rimanere in sostanza sempre uguale a sé stesso, come la parte 2. Davvero bello anche verso la fine, quando parti di synth più lente e distese entrano in contrasto con il ritmo sempre costante.
Un assordante rumore di un treno porta alla conclusione il brano, lasciando spazio alla parte più strana di tutto l'album. Magnetic Fields, pt. 5 è in sostanza una rumba, un brano che sconfina quasi nella muzak e che nel suo essere totalmente fuori posto crea un contrasto che, a mio parere, funziona mirabilmente. Per intenderci, mi dà un po' la stessa sensazione di quei brani anni '30 usati in ambientazioni post-apocalittiche. Certo, lascia un enorme punto di domanda in testa, ma si rivela essere una scelta coraggiosa che ho apprezzato.
Interessante notare che il titolo francese "Les Chants Magnetiques" sia un gioco di parole basato sul quasi identico suono delle parole "chants" e "champs", risultando quindi in "canti magnetici" invece di "campi magnetici". Ovviamente in inglese questo tipo di giochetto non si può fare, e per questo motivo il titolo perde il doppio senso e si assesta sul semplice "Magnetic Fields".
Insomma, certamente non il lavoro migliore di Jarre ma indubbiamente uno dei più sottovalutati. Non è infatti difficile apprezzarlo se già si amano i due lavori precedenti, visto comunque che a livello stilistico ne è un'evoluzione, non una totale rivoluzione come invece il successivo Zoolook. Personalmente ritengo che la prima parte svetti su tutto il resto di gran lunga, finendo per oscurare parentesi comunque valide come la seconda e la quarta parte. Rimane comunque un lavoro ben fatto dall'inizio alla fine, oltre che un'altra dimostrazione del talento compositivo di Jarre.
Un 7,5 come voto.


domenica 1 luglio 2018

Jean Michel Jarre - Music For Supermarkets - Musique Pour Supermarché (1983)

"L'idea era di puntare il dito contro ciò che stava diventando l'industria musicale, che aveva deciso di vendere dischi nei supermercati, come vasetti di yogurt o dentifricio. Questo è il punto: il disco venduto per poco o niente non comparirà mai sullo scaffale di un negozio." 
- Jean Michel Jarre
Vorrei continuare questa serie di articoli e recensioni dedicate ai lavori di Jean Michel Jarre spezzando un attimo il ritmo e raccontando la storia dietro questo misterioso album. Niente recensione stavolta quindi.

Siamo nel 1983 e Jarre conosce un gruppo di giovani artisti con l'intenzione di organizzare una mostra dedicata ai supermarket, chiamata Orrimbe Show. In sostanza, alla luce dell'evidente e velocissimo affermarsi dei supermarket, la mostra avrebbe esposto opere d'arte rappresentanti oggetti normalmente in vendita nei suddetti, presentati ovviamente in una veste più artistica, per poi essere venduti ad un'asta.
Quello che mancava era un accompagnamento sonoro a questa mostra, e fu quindi proposto a Jarre di occuparsene, che accettò.
Durante la lavorazione, tra Febbraio e Maggio 1983, Jarre realizzò che la musica che avrebbe accompagnato la mostra sarebbe stata in sostanza un oggetto da esposizione a sua volta, al livello di tutto il resto lì esposto. Ebbe quindi l'idea di realizzare questo suo lavoro come un effettivo pezzo d'Arte unico, come un quadro, che sarebbe quindi poi stato venduto ad una singola persona, anch'esso tramite un'asta. Ovviamente la casa discografica ebbe reazioni piuttosto negative, ma alla fine acconsentì. L'album in questione, di circa mezz'ora di durata, finì per chiamarsi semplicemente "Music For Supermarkets" o "Musique Pour Supermarché".

"In un'epoca in cui tutto è standardizzato, trasmesso più volte, un tempo in cui siamo infinitamente ultra-informati, saturi di suoni e immagini, mi è sembrato utile dimostrare che un disco non è solo un pezzo di merce senza valore, infinitamente moltiplicabile, ma può essere, come il quadro di un pittore o il bronzo di uno scultore, parte integrante della creazione di un musicista. Francis Dreyfus, presidente della mia casa discografica, ha accettato la sfida di presentare un singolo album al di fuori dei soliti canali, e in questo modo dimostra che un'azienda può essere creativa, in grado di riconoscere l'identità dell'artista e persino essere umoristica al riguardo. Evviva i supermercati! Il nostro ambiente è un supermercato: incrocio di merci, miscelazione di consumatori e cassieri, tutto è in vendita, tutto è all'ordine del giorno, tutto svanisce, tutto cambia, il nostro cibo, la nostra lingua, le nostre radici. I supermercati potrebbero essere le gallerie e i musei di domani. La musica per tutti può anche essere la musica per ognuno di noi individualmente. " 
Jarre, 1983.
L'esposizione ebbe luogo tra il 2 ed il 30 Giugno 1983 alla galleria Jean-Claude Riedel, e l'asta fu il 6 Luglio, dove vennero vendute tutte le opere esposte. Quello stesso giorno i master dell'album di Jarre furono bruciati, e l'unica copia fu venduta a 69000 Franchi (circa 9000 Dollari) ad un vecchio signore, risvegliatosi da poco da un lungo coma causato da un incidente d'auto. Questo signore, tale M. Gerard, raccontò che al suo risveglio la radio stava trasmettendo Souvenir De Chine di Jarre, e che quindi voleva in qualche modo dimostrare la propria gratitudine. Voci dicono che da allora il disco sia stato venduto ed acquistato altre due volte.
Viste le insistenti richieste, Jarre decise di trasmettere l'album per radio una sola volta, per dare la possibilità a tutti di ascoltarlo. La sera stessa, dopo l'asta, andò quindi negli uffici di Radio Luxembourg di Parigi, e l'album fu trasmesso. Ciò ovviamente permise il diffondersi del lavoro sotto forma di bootleg, visto anche l'incoraggiamento dello stesso Jarre in radio: "pirate me!". Purtroppo i bootleg esistenti non sono di ottima qualità, complice anche la scelta, non si sa se conscia o meno, di trasmettere l'album su una radio AM, risultando quindi in un suono piuttosto distorto.
La tracklist, non sicura al 100% ma probabile, è la seguente:
Side one
1. "Musique pour Supermarché Overture" 4:09
2. "Musique pour Supermarché Part I" 2:18
3. "Musique pour Supermarché Part II" 3:29
4. "Musique pour Supermarché Part III" 2:17
5. "Musique pour Supermarché Part IV" 3:52
Side two
1. "Musique pour Supermarché Part V" 5:54
2. "Musique pour Supermarché Part VI" 3:59
3. "Musique pour Supermarché Part VII" 3:51
Interessante notare che, nonostante il master fu effettivamente distrutto, i nastri precedenti esistano ancora. Alcune sezioni furono infatti utilizzate negli album successivi:

  • "Musique pour Supermarché Part II" (non part III come erroneamente riportato da Wikipedia) diventò l'ultima sezione di Fifth Rendez-Vous, da Rendez-Vous del 1986.
  • "Musique pour Supermarché Part IV" diventò Blah Blah Cafè, nell'album Zoolook del 1984.
  • "Musique pour Supermarché Part VI" diventò la seconda ed ultima sezione di Diva, sempre da Zoolook. In questo caso ci furono però delle differenze: come la presenza di Laurie Anderson alla voce in Diva, diverse linee di basso e alcune parti campionate di Fairlight rimosse.
  • "Musique pour Supermarché Part VII": usata come inizio e fine di Ethnicolor II, sempre da Zoolook. 
Un'ulteriore prova dell'esistenza dei nastri è il recente annuncio della presenza, all'interno della raccolta suddivisa in "temi" chiamata Planet Jarre (in uscita a Settembre 2018), di una fantomatica traccia chiamata Music For Supermarkets (Demo Excerpt) nel volume Explorations & Early Works. Sicuramente sarà una traccia, non si sa quanto lunga, tratta da i nastri pre-master.

La copertina del disco fu realizzata da Bernard Beaugendre, e l'interno conteneva 11 foto polaroid che testimoniavano le varie fasi della realizzazione dell'album, lasciando un ultimo spazio per la dodicesima foto che avrebbe dovuto essere del fortunato proprietario del disco, scattata dallo stesso Jarre. 

Qui sotto vi allego la registrazione radiofonica di Music For Supermarkets ed un'intervista allo stesso Jarre sull'argomento.


venerdì 29 giugno 2018

Jean Michel Jarre - Rendez-Vous (1986) Recensione

Aspettatevi un po' di recensioni di Jean Michel Jarre a causa del cofanetto che ho acquistato un paio di settimane fa.
Dopo Revolutions, facciamo un salto indietro di due anni e troviamo Rendez-Vous; un album che si rivela essere quasi un passo indietro nella discografia di Jarre. Sì, perchè se nei precedenti album si è potuto percepire un costante avanzamento ed una continua esplorazione di stili diversi (che ritornerà nell'album successivo) culminata con lo sperimentale Zoolook, qui si torna quasi ai tempi di Oxygene. La musica infatti è decisamente meno ritmica, più atmosferica, privata di tutte le parti vocali campionate che tanto avevano caratterizzato il precedente album. L'aspetto che più distingue questo album dai suoi primi lavori è l'ovvia presenza di strumenti diversi, in particolare sintetizzatori digitali, che tendono a far suonare il tutto particolarmente freddo e metallico. Dopo la consueta introduzione atmosferica di First Rendez-Vous, l'album decolla decisamente con Second Rendez-Vous. Questo brano è forse uno dei migliori risultati in assoluto del Jarre più sinfonico, caratterizzato da magistrali intrecci e crescendi e, nonostante la presenza delle già citate sonorità metalliche, non è difficile immaginare il tutto in veste orchestrale vera e propria. In tal senso, come già fatto nella recensione precedente, consiglio l'ascolto di questo brano nella versione dell'album The Symphonic Jean Michel Jarre per apprezzarne le potenzialità al di fuori dell'elettronica.
Notevole l'inserto di simil-voce che poi lascia spazio all'intermezzo, più pacato, dove potremo sentire Jarre alle prese con la Laser Harp. Come colpo di coda, non si può non citare la ripresa del tema iniziale, questa volta però supportato da un vero coro: il coro di Radio France, diretto da Sylvain Durand.
Solo questo brano è in grado di giustificare l'intero album, ed infatti per ovvi motivi il resto fatica un po' a reggere il confronto. Third Rendez-Vous è più malinconica, e ben si accompagna all'epicità che la precede. Forse un po' fuori posto, ma che ben prosegue la tradizione di inserire un pezzo più "semplice" in ogni album (che spesso è proprio la quarta parte, si vedano Oxygene e Equinoxe), Fourth Rendez-Vous è senza dubbio il brano più tipicamente anni '80 dell'album, nei suoni, nella struttura e nelle melodie. Non fatico ad immaginarlo cantato, ma allo stesso tempo non si sente la mancanza di una voce: insomma un bel pezzo leggero leggero che non può non coinvolgere.
Fifth Rendez-Vous è un altro brano che all'inizio ripete quasi le atmosfere della terza parte, per poi virare in un mare di suono che ci travolge, da cui affiorano varie musichette tanto allegre quanto inquietanti che passano e vanno. Da lì un tripudio di sequencer introduce e sorregge l'epico crescendo che si collega alla successiva Last Rendez-Vous (Ron's Piece). Questo brano avrebbe dovuto includere una parte al sax suonata da Ron McNair dallo Space Shuttle Challenger, risultando quindi la prima registrazione di musica effettuata nello spazio. Un filmato con McNair al sax nello spazio sarebbe anche dovuto essere trasmesso nel grande concerto che Jarre avrebbe fatto a Houston ad Aprile. Tristemente però, il 28 Gennaio 1986, lo Shuttle si schiantò alla partenza e l'intero equipaggio morì. Jarre quindi dedico quest'ultimo brano all'astronauta. Pierre Gossez si occupò del sax in questa traccia, che inevitabilmente finisce per assumere toni pesanti, tristi e malinconici come poco altro in questo album. E proprio così l'album si conclude, a soli 35 minuti dall'inizio, con il sax che svolazza liberamente su tappeti sintetici.
Ovviamente parlare delle singole tracce lascia il tempo che trova, perchè qui come in altri album di Jarre la sensazione è di trovarsi di fronte ad un brano unico suddiviso in movimenti, più che a singole canzoni. Risultando quindi in un alternarsi di alti e bassi funzionali al totale, anche se singole parti risultano più deboli di altre.
Un album totalmente immerso negli anni '80, nel bene e nel male, e che quindi finisce per esser dipendente da un certo tipo di sonorità che, inevitabilmente, pregiudicano il nostro apprezzamento. Insomma, vi irritano i suoni anni '80? Statene alla larga. Se invece non vi danno fastidio o addirittura li apprezzate, beh allora Rendez-Vous è un album che merita attenzione. Si merita un 8 per me, largamente giustificato anche solo da Second Rendez-Vous.

domenica 24 giugno 2018

Jean Michel Jarre - Revolutions (1988) Recensione

Non ho mai capito la tendenza diffusa di criticare album di natura più eterogenea. Noto infatti che molti, di fronte a lavori che spaziano stilisticamente più del normale, magari alternando generi diversi, tirano spesso fuori la magica carta della "mancanza di direzione". Come se un album debba seguire per forza dei binari, indossare i paraocchi, e guai a guardarsi intorno eh!
Personalmente, gran parte degli album che citerei tra i miei preferiti in assoluto sono proprio caratterizzati da una discreta varietà di generi e stili al loro interno. Dopotutto per i primi dieci anni della mia vita abbinavo il concetto generale di musica ai Queen (che rimangono comunque uno dei principali riferimenti ancora oggi), fate un po' i conti...
Comunque, nel 1988 Jean Michel Jarre pubblica un album piuttosto interessante; un lavoro che forse è facile dimenticare oggi, complice l'ombra ingombrante di album come Oxygene e Equinoxe ed i suoni tipicamente anni '80 (paradossalmente più datati di quelli anni '60 e '70 se ascoltati ora) che lo caratterizzano.
Indubbiamente il picco dell'album si ha subito all'inizio, con i quasi 17 minuti della suite in 4 parti Industrial Revolution (ogni brano esiste anche in versione titolata in francese, non fatemi tradurre che è una cosa ovvia). Il brano in generale è caratterizzato dal contrasto tra arrangiamenti orchestrali, seppur ovviamente creati con sintetizzatori (in questo caso il Roland D-50), e da basi ritmiche atte ad imitare macchinari vari della rivoluzione industriale, appunto. Le varie parti alternano sezioni particolarmente epiche (come la prima parte dopo l'overture e la seconda) a sezioni caratterizzate da ritmi più lenti e meccanici; in generale annovero Industrial Revolution tra le cose migliori mai fatte da Jean Michel Jarre.
Ma, siamo già a quasi metà album, e tutto quel discorso sulla varietà stilistica? Effettivamente Jarre in quest'album crea un contrasto particolarmente evidente tra questo primo, epico, brano e la serie di pezzi più brevi che lo seguono, ed il che è un po' un rischio ovviamente. 
London Kid infatti non sembra neanche essere un pezzo di Jarre, vantando la presenza di Hank Marvin alla chitarra, che suona insieme ai vari sintetizzatori una melodia semplice su una base ritmica squadrata. Non si tratta di un brano particolarmente memorabile, ma devo dire che contestualizzato ha il suo perchè. Risolleva di molto l'atmosfera pesante creata da Industrial Revolution. La title track è forse il brano dove varie influenze si incontrano in modo più inaspettato: un inizio dalle atmosfere tra il mediorientale e l'arabo viene gradualmente sovrastato da sequenze elettroniche, una voce robotica esclama "revolutions" ed il ritmo diventa più sostenuto, pur mantenendo le atmosfere dell'inizio. La voce in questione continua poi per tutto il brano, e questo è ciò che dice:

Revolution!

Human; Not Human
Freedom; No Freedom
Change; No Change
Revolution!

Employment; No Employment
Choice; No Choice
Memory; No Memory
Revolution!

Revolution!

Sex; No Sex
TV; No TV
Furture; No Future
Revolution!

Computer; No, No Computer
Sex; No, No, No Sex
Memory; No, No, No Memory
Revolution!

Choice; No Choice
Freedom; No, No Freedom
TV; No, No, No TV
Change; No, No Change

Un brano che può lasciar perplessi coloro che, come il sottoscritto, non sono grandissimi fan dell'elettronica, ma che dopo ripetuti ascolti ho imparato ad apprezzare non poco.
Tokyo Kid mi ha colpito un po' di meno, seppur si tratti di un altro esempio di contrasto coraggioso che combina di nuovo un ritmo pesantemente elettronico con la tromba di Jun Miyake. Interessante indubbiamente, ma sembra arrivare ad andarsene senza lasciare troppe tracce.
Computer Weekend invece sembra riportarci in territori più sereni e positivi, decisamente in contrasto con la freddezza del brano precedente, con addirittura un che di caraibico, forse nel ritmo. Di nuovo non un capolavoro, ma funziona bene alternata alle altre tracce.  
September è invece un breve brano dedicato all'attivista sudafricano Dulcie September, assassinato a Parigi il 29 Marzo 1988, caratterizzato dalla presenza di un coro femminile di Mali.
L'album si conclude con The Emigrant, un brano che torna su toni sinfonici e chiude l'album nel migliore dei modi, risultando essere un altro emozionante picco a mio parere. 
Quest'ultima traccia e l'intera suite Industrial Revolution consiglio caldamente di andarle ad ascoltare anche nella versione dell'album The Symphonic Jean Michel Jarre, in cui l'arrangiamento orchestrale fa capire ancora meglio di che gran bei brani si tratti. 
Insomma un album con picchi altissimi e brani che indubbiamente finiscono per sfigurare a confronto, ma che proprio grazie alla diversità di stili presenti (dalla classica all'elettronica, dal jazz all'industrial, alla musica Araba...) risulta essere un ascolto perlomeno interessante. Sicuramente non ai livelli dei vari Oxygene et similia, ma non ha neanche molto senso confrontarli, essendo lavori diversi per natura. Un 7,5 per me.